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Giusto due idee sul Trasporto Pubblico Locale, anno 2022

Amedeo Levorato

Alcuni amici mi hanno chiesto di esprimere idee su due temi: l’impatto ambientale dei trasporti e i costi del trasporto pubblico locale.
Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il processo di transizione ecologica entra nel vivo: sono a disposizione 57 miliardi di euro per procedere alla realizzazione di infrastrutture sostenibili e la sostituzione di autobus a gasolio con autobus ibridi, elettrici e ad idrogeno. La soluzione ibrida risulta ancora la piu’ idonea all’impiego sulle lunghe percorrenze, e lo sarà per almeno 10 anni.
Il parco autobus della provincia di Padova è costituito da 527 veicoli, con età media di 15 anni nell’extraurbano e 11 anni nell’urbano, la maggior parte a gasolio e parte a metano, soprattutto l’ex APS Holding, qualcuno elettrico. I prossimi anni fino al 2035, si caratterizzeranno per una graduale ma veloce sostituzione – obbligatoria – con autobus elettrici ed ibridi. Per una efficiente transizione ecologica, occorrerà accelerare molto sugli investimenti: almeno 50-60 nuovi autobus l’anno ibridi, elettrici o ad idrogeno fino al 2035.
Il parco tram, in attesa di realizzazione della linea SIR3, è composto da 18 rotabili STE3, che salira’ a 24-26 entro il 2024, tutti elettrici.
Tutta questa flotta avrà bisogno di molta energia elettrica.
Ad esempio, il tram SIR 1 consuma circa 4.000.000 di kwh l’anno: un rotabile carico consuma in media 5 Kwh per km percorso, con una spesa che fino a prima del conflitto russo-ucraino, si aggirava in media circa € 1 al km. (portata 180 passeggeri). Quasi un milione di euro annui per energia elettrica e nove milioni per metano e gasolio, quelli consumati dal TPL padovano.
Ebbene, grazie alle piu’ recenti innovazioni tecnologiche in materia di produttività dei pannelli fotovoltaici (oggi un pannello produce circa 4 volte quanto uno del 2012), uno studio appositamente predisposto dimostra che coprendo i 594 posti del park Vigodarzere, i 393 posti di via Salboro, rispettivamente capolinea Nord e Sud del tram, si otterrebbero 3,6 milioni di kwh. Aggiungendo anche il nuovo capolinea Voltabarozzo (400 posti), si raggiungerebbero i 5 milioni di Kwh (quasi 1.760 tonnellate di CO2), quanto serve per alimentare tutta la rete SIR 1 e SIR 3.
I parcheggi attrezzabili sono molti di piu’, e parte dei pannelli potrebbero essere destinati alla produzione di idrogeno tramite elettrolisi, per gli autobus: la produzione di un kq. di idrogeno costa circa € 2-3,00 e ha il valore energetico di 5 litri di gasolio. Inoltre, i pannelli installati permetterebbero di disporre delle torrette di ricarica per auto, biciclette, monopattini e ciclomotori a pagamento.
Già nel 2010, APS aveva realizzato sulla discarica di Ponte San Nicolo’-Roncaiette, un impianto fotovoltaico, in produzione da 12 anni, in grado di produrre 1,2 milioni di Kwh l’anno, cioè un quarto del consumo del tram.
Queste riflessioni sono importanti, perchè oltre a creare ricchezza per la città, possono contribuire ad affrancare significativamente i servizi da servitu’ energetiche e ambientali, e vanno quindi pensate e realizzate per tempo.

Quanto alla “fiscalizzazione” del trasporto pubblico, la transizione ecologica e la realizzazione di reti tramviarie e filobus sicuramente contribuisce ad intravedere un disegno innovativo del Trasporto Pubblico entro il 2030-2035. “Fiscalizzazione” significa far pagare a tutti gli abitanti residenti (dai 14 anni in su) una tassa ridotta annuale, come per i rifiuti, anzichè biglietti e abbonamenti, come avviene in alcuni paesi del nord Europa.
I cambiamenti climatici e le guerre energetiche richiedono un approccio innovativo ad alcune tenatiche urbane quali muoversi, abitare, lavorare, socializzare.
Gli abitanti dell’area urbana di Padova, oggi, sono poco piu’ di 500.000. I dati di bilancio Busitalia Veneto indicano costi complessivi per circa 60 milioni in Provincia, per sostenere circa 23 milioni di km. percorsi. In città e suburbano i km. percorsi sono 7.000.000, per un costo di 30 milioni annui, il 44% dei quali pagati con la vendita dei biglietti, e il 56% con i contributi del Fondo Trasporti nazionale.
La “fiscalizzazione” consisterebbe in una tassa per tutti i residenti sopra i 14 anni, pari a € 70 per ciascun abitante. La cifra si ridurrebbe a € 40 confermando la stabilità del Fondo Nazionale Trasporti pagato tramite la Regione. Con questa cifra, il trasporto pubblico potrebbe essere gratuito per i residenti. Con qualche modifica, il modello potrebbe essere esteso anche alla provincia.
La cifra richiesta potrebbe tuttavia essere ulteriormente ridotta: l’Università e le principali aziende potrebbero tassare direttamente gli utilizzatori dipendenti offrendo un servizio speciale di trasporto, turisti e visitatori non residenti potrebbero pagare una tariffa superiore, come a Venezia, per un biglietto giornaliero obbligatorio illimitato di almeno € 5-7.
Il futuro della transizione ecologica è disegnato da “linee portanti” tramviarie o di filobus ad alta portata, con collegamenti capillari nel territorio gestiti da bus elettrici e a idrogeno. Parcheggi di testata e intermedi lungo le linee (come il Prandina), con colonnine di ricarica elettrica a pagamento, servizi (ordinati) di biciclette, monopattini e taxi elettrici a chiamata via APP, attestati presso le fermate del TPL.
In cambio di tutto questo, sarebbe possibile limitare fortemente la circolazione di veicoli, consentendo solo alle direttrici da e per i parcheggi, i residenti, i portatori di disabilità, i servizi e le emergenze, di circolare liberamente.
La “fiscalizzazione” del trasporto pubblico porterebbe ad una riduzione sensibile dell’inquinamento e della congestione, educando gradualmente i cittadini al raggiungimento degli obbiettivi 2035, che obbligano ad una riduzione dell’uso del mezzo privato.
Si tratta di una “provocazione” che sperabilmente alcuni candidati alle elezioni potrebbero prendere in esame, per cercare una via nuova alla grave congestione stradale che ancora oggi caratterizza le ore di punta in città.
E un modo di vivere diverso, dismettendo le corazze d’acciaio con cui intratteniamo rapporti sociali.

Padova, 17 aprile 2022

Pandemia e Cultura

Amedeo Levorato *

L’articolo appare nel numero 82, gennaio 2022 della rivista Riflessionline.it

“L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, ne’ infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del PIL, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”.

John Kenneth Galbraith, 1983

L’evoluzione della pandemia Covid-19 ha evidenziato, in luci ed ombre, fin dalla sua esplosione nel febbraio 2020, in Veneto e Lombardia, la centralità dell’Italia nei processi sociali, economici e culturali della globalizzazione. Prime regioni in Italia e in Europa per contagio a Codogno e Vo’, nei quasi due anni trascorsi dall’avvio, a Wuhan, dell’epidemia, le due regioni hanno potuto sperimentare direttamente al fronte le proprie forze e fragilità, come opportunità positive – l’autonomia economica e produttiva – che come negative problematiche – gli assembramenti e le relazioni sociali globali. Dopo la Cina, l’Italia è stata l’iniziale centro della diffusione europea del Covid-19, il luogo in cui per primo si è tracciato un percorso vaccinale fino all’80% e oltre della popolazione, alla ricerca della c.d. immunità di gregge, mentre altri paesi, considerati piu’ moderni e civili, si fermavano al 50-70%. L’Italia è ora di nuovo modello, al centro di soluzioni ma anche di problemi che vedono l’emergere di una quarta ondata – e le relative questioni legate all’inasprimento della contagiosità – e delle opportunità create per le proprie imprese dalla relativamente maggiore distruzione delle catene produttive negli altri paesi europei e in quelli emergenti. Le aziende italiane, meno delocalizzate e più capaci di realizzare prodotto finito, più resilienti nelle catene di approvvigionamento, più orientate a soddisfare mercati evoluti e ricchi, hanno avuto una occasione straordinaria di ripresa che ha visto il proprio successo nel record di esportazioni e di PIL toccato nel secondo semestre 2021 – oltre 580 miliardi di euro di beni e servizi previsti a fine anno, con probabile superamento del risultato 2019.

La pandemia ha sconvolto la vita sociale. Per quasi tutto il 2020 e i primi mesi del 2021, se si eccettuano i periodi estivi, la vita sociale e culturale, ed anche quella economica e produttiva dell’Italia, hanno subito un “secolare” stravolgimento, tra lockdown e allontanamento sociale. Era dalla fine della seconda guerra mondiale, e quindi da almeno 75 anni, che il mondo occidentale non vedeva una tale crisi “sistemica”, capace cioè di mettere in discussione tutto il sistema sociale, produttivo, distributivo, politico ed amministrativo, come è accaduto dal mese di febbraio 2020. Se solo l’epidemia avesse avuto il tasso di mortalità della prima SARS-COV-1, nata in Cina nel 2002-2003, il mondo sarebbe rimasto decimato dalle infezioni e dalle morti. Non è ancora finita, probabilmente non lo sarà mai piu’, ma possiamo dire che le economie più sviluppate, e tra esse sicuramente l’Italia, hanno superato in modo abbastanza efficace questa dura prova, ottenendo un pedaggio di morti 10 volte inferiore a quello dell’epidemia spagnola, cento anni fa, principalmente grazie ai propri sistemi sanitari, alla reazione finanziaria coordinata delle Banche Centrali all’insegna della globalizzazione – differentemente dal 2008 – e al senso di responsabilità collettiva verso la diffusione dell’epidemia, che un secolo fa era assente.

La pandemia ha visto un cambiamento significativo degli atteggiamenti delle persone. Non si vuole qui entrare nelle pur rilevantissime questioni legate ai no vax e no pass, all’onda dello smart working remoto, agli evidenti cambiamenti dell’atteggiamento delle persone con riferimento all’abitare e agli spazi richiesti dall’epidemia, che pure stanno modificando radicalmente i comportamenti di larghe fasce della popolazione. Vogliamo parlare, invece, dell’arte e della cultura, e di come il sistema della produzione artistica e culturale abbia reagito all’epidemia offrendo risposte alle esigenze di benessere delle persone e delle famiglie ansiose e preoccupate del proprio futuro, abbia accelerato rapidamente una fase di significativi cambiamenti resi necessari dal cambiamento sociale e tecnologico in atto, e infine costituisca un importante elemento della ripresa economica in atto, perché rappresenta un valore aggiunto distintivo e storico per l’economia italiana (e veneta) e per il suo ruolo in un nuovo assetto geopolitico ed economico globale.

L’attuale panorama globale è occupato dalle devastanti emergenze del cambiamento climatico e dell’emergenza geopolitica, dettata dal tramonto dell’egemonia americana e dall’emergere del secolo cinese. Il mondo è alla ricerca di maggiore comunicazione e sostenibilità. In questo scenario, la globalizzazione emerge come principale strumento di dialogo tra i diversi poli culturali, etnici e religiosi. La principale strategia di normalità globale riguarda le relazioni economiche e culturali. Cultura ed espressioni artistiche rappresentano gli elementi trasversali che permettono alle popolazioni del mondo di dialogare tra loro in modo costruttivo, di conoscere i propri fini e le proprie radici culturali, di attuare strategie di conoscenza reciproca e approfondita attraverso la diffusione delle produzioni creative, della conoscenza delle eredità storiche e monumentali, delle idee legate alla moda e al consumo, un processo sistemico di conoscenza e osmosi tra i popoli del mondo, che i principali media – incluso Internet e i vari Netflix – toccano solo in modo anonimo e consumistico. Invece, solo un mondo sempre più interconnesso che ambisce a conoscere e interpretare le diversità puo’ permettere di superare i sovranismi, gli ideologismi, gli isolazionismi e i separatismi che acuiscono le tensioni e il pericolo di conflitti.

Nel momento più acuto della pandemia, quando 2,6 miliardi di persone stavano chiuse in casa in attesa di soluzioni farmacologiche e vaccinali all’epidemia mortale del COVID-19, arte e cultura hanno rappresentato un’ancora di salvezza per le persone e le famiglie in lockdown. Secondo una ricerca svolta dalla Fondazione Bruno Kessler in Italia, Romania e Spagna, durante la pandemia sono aumentati gli stati di animo negativi nelle persone, legati ad emozioni come la paura e l’ansia. Alla domanda sulle attività svolte per gestire i propri stati d’animo durante la pandemia, gli intervistati hanno indicato in percentuali altissime il consumo di arte (oltre l’85%) e i contatti sociali con le persone care, quasi il 70%, distaccando di quasi 30 punti percentuali l’attività fisica e la cucina. L’attività più frequente è stata l’ascolto della musica, seguita dal guardare film e leggere narrativa. Quanto alla partecipazione attiva ad attività culturali e creative, i partecipanti alla survey hanno preferito “scrivere poesie e testi, dedicarsi al disegno e alla pittura e alla fotografia. Il contributo delle arti e della cultura al proprio benessere è stato descritto dal 64,2% dei 1.600 intervistati con l’espressione “Mi fa sentire meglio”, dal 42% come “Possibilità di sperimentare bellezza, stupore e trascendenza” e dal 38% come un “Un modo per riflettere sulla propria vita”. Infine tra gli stati emotivi derivati dal contatto degli intervistati con le attività culturali e creative, le categorie emerse più spesso sono “Rilassato/tranquillo”, “Positivo/gioioso”, “Motivato/appagato”, “Senso di benessere, soddisfazione e ispirazione”. Nell’ambito della ricerca, “senso di benessere” ha il significato di una positiva condizione dell’esistenza, caratterizzata da salute fisica e soddisfazione psicologica, in cui le persone e le comunità percepiscono i propri bisogni in un percorso di soddisfacimento e dispongono delle risorse necessarie a perseguire il proprio personale concetto di appagamento, raggiungendo la propria definizione di successo” (“Art consumption and Well being, research report” Fondazione B.Kessler, Cluj cultural Center, Yuste Foundation, 2021, in rete).

In realtà, non sembrava necessario rievocare i fenomeni tragici della pandemia Covid-19 per delineare il ruolo significativo e “salutare” dell’accesso all’arte, alla cultura e alla creatività per il benessere delle persone nella società moderna, caratterizzata da un alto livello di alienazione e spersonalizzazione, accentuato dall’incontro sempre più frequente con culture e comportamenti estranei che richiedono una elevatissima flessibilità, capacità critica, cultura analitica.

Il “sistema artistico e culturale” italiano gode di una protezione costituzionale (art. 9), che si esprime in politiche attive di valorizzazione artistica, culturale, monumentale, urbanistica e paesistica dell’Italia come paese primario nel mondo per eredità storica artistica, culturale e antropologica. Il Ministero della Cultura gestisce diversi Fondi per la promozione della cultura, che rappresenta un vero e proprio “asset immateriale” dell’Italia, ed e’ assistito in tale impegno dalle Regioni – per legislazione concorrente – che esprimono leggi e iniziative volte a valorizzare il patrimonio culturale locale, insieme agli enti locali sottordinati, come Province e Comuni, con l’essenziale partecipazione delle Fondazioni bancarie, cui tale compito è attribuito per legge. Vengono incluse tra le forme “creative” la comunicazione, la produzione musicale e audiovisiva, i videogiochi e il software, l’editoria e la stampa, le arti rappresentative come pittura e scultura e la grafica, la valorizzazione del patrimonio storico e artistico, l’architettura e il design.

Tutti questi ambiti rappresentano un patrimonio nazionale che esula dal “produttivismo industriale ed economico”, in quanto frutto di creatività, ma rappresentano una quota pari al 5,7% del PIL, per circa 84,6 miliardi di euro e 1.450.000 occupati, e contribuiscono ad attivare un moltiplicatore pari a 1,8 – cioè generano un volume in diritti, biglietteria, affari, addetti e produzioni collaterali di servizio pari a 155,2 miliardi di euro, pari al 10,4% del PIL Italiano. La filiera complessiva della cultura, che include anche mobilità, turismo, ristorazione, ospitalità, arriva a 239,8 miliardi, pari al 16,1% del PIL. In questo senso, si comprende attraverso numeri reali che arte, creatività e cultura producono volumi economici consistenti per lo sviluppo del paese, e ne costituiscono un asset paragonabile se non superiore a quello di cui altri paesi dispongono, diversamente dall’Italia, come le risorse naturali, minerarie, forestali (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Russia).

I dati analitici di questo fenomeno sono raccolti in una approfondita analisi che ogni anno la Fondazione Symbola conduce sullo “stato della cultura” in Italia dal titolo “Io sono cultura”, facilmente rintracciabile in rete. Attesa l’affermata grande potenzialità antropologica ed economica dell’arte e della cultura italiane, rimane ora da capire come essa si articola nel territorio.

La consapevolezza che eredità culturale, arte e creatività rappresentano per l’Italia la vera risorsa nell’ambito della globalizzazione, la quale si riflette anche nella creatività e nel design del prodotto manifatturiero, dovrebbe convincere ad ogni livello enti pubblici, enti locali, decisori politici e istituzioni pubbliche e private dell’importanza di dedicare risorse economiche ed umane crescenti per la valorizzazione delle competenze distintive in ogni ambito della creatività, dalla scienza all’arte, per assicurare un futuro ruolo all’Italia e alla sua popolazione autoctona nel quadro globale dell’economia e della cultura.

Il panorama della produzione artistica, creativa e culturale nazionale è fortunatamente ampio, ma vorremmo dedicare alcune riflessioni all’immagine e alle realtà veneta e padovana nel quadro nazionale. Grazie all’intensità delle attività economiche e di quelle artistiche e culturali, Padova e il Veneto si collocano ai primi posti nell’ambito della produzione culturale nazionale. La provincia di Padova si colloca all’8° posto in Italia dal punto di vista del sistema “culturale e creativo”, con una incidenza del 6,1% sul PIL, dopo Milano, Roma, Torino, Arezzo, Trieste, Firenze e Bologna, superando tutte le altre province venete inclusa Venezia. Il Veneto è al quinto posto in Italia, dopo Lombardia, Lazio, Piemonte e Toscana, e sopravanza l’Emilia Romagna: sicuramente la densità universitaria e l’eredità culturale storica del Nordest, crocevia con l’Asia e il nord Europa dalla Repubblica Serenissima di Venezia alla Mitteleuropa dell’occupazione austriaca, favoriscono questo primato rispetto a quello delle capitali storiche economiche dell’Italia, come Lazio, Piemonte, Toscana. Oggi, la storia è sostituita dal potente sviluppo delle relazioni globali, dalla Cina, alla Russia alle americhe al nord Europa. Sorprendentemente, questa ambiziosa posizione conseguita dal Veneto, viene raggiunta con risorse pubbliche non propriamente generose, destinate all’arte e alla cultura dalla Regione Veneto, spesso viceversa così ansiosa della propria autonomia dallo Stato Centrale.

Si prenda ad esempio la destinazione di risorse pubbliche alle attività artistiche e culturali, tra cui quelle teatrali, dello spettacolo dal vivo, della musica, della danza. Tutti hanno visto le sale vuote, l’abbandono del teatro, della musica e del cinema nel 2020-2021. La riduzione di iniziative e spettatori non è riuscita ad annullare la vitalità delle realtà artistiche del Veneto, ma il ritorno degli spettatori e la rinascita della vita sociale culturale richiede ingentissime risorse: mancano sale, strutture, l’occupazione è precaria e priva di certezze. Nonostante tutto, la produzione creativa è forte e consistente.

Fonte: il Corriere del Veneto del 10 novembre 2021.

Purtroppo, dal punto di vista della politica regionale per la cultura e l’arte, il Veneto occupa un non invidiabile ultimo posto in Italia, come rivelato nelle ultime settimane da una indagine condotta dall’AGIS in occasione della definizione del bilancio di previsione 2022 della Regione Veneto. Pur trattandosi di legislazione “concorrente” che si affianca a quella nazionale espressa, appunto, per un diritto al sostegno sancito dalla Costituzione, questa carenza non è meno importante, se si considerano i 17 milioni della cultura nel confronto con i quasi 13 miliardi di bilancio annuo regionale (poco piu’ dell’1 per mille). Come conciliare questa relativa “disattenzione” della politica e dell’amministrazione per il patrimonio culturale, artistico e creativo del territorio, che contribuisce in maniera determinante al successo del “modello Veneto” e ai risultati economici delle esportazioni e del turismo? I turisti a Venezia, Padova, Verona, consumerebbero i pavimenti se non vi fossero monumenti, opere artistiche, teatri, musica, biblioteche, spazi di cultura storica e moderna? In fondo, turisti e consumatori comprano i prodotti veneti per il loro contenuto artistico unico, lo stile, il loro design, la loro eredità culturale e storica e la qualità del prodotto, assicurata dalla competenza e dalla cultura delle maestranze e degli imprenditori. Analogamente, le arti creative (pittura, scultura, scrittura), la musica, il teatro, la danza, lo spettacolo rappresentano altrettante realtà economiche, “servizi” che sono essenziali per assicurare il godimento del turista in viaggio, oppure la scelta del consumatore all’estero, nella fruizione di spettacoli in streaming, registrati, dal vivo – si pensi all’opera musical realizzata da Red Canzian, “Casanova”, sullo scritto del padovano Strukul, e la musica dell’Orchestra di Padova e del Veneto. L’Orchestra, dal canto suo, nel 2020 ha messo tutto il suo patrimonio musicale storico in streaming, attraverso il portale “opvlive.it”.

Da un lato, va registrata l’enorme vitalità ed autonomia della realtà del Nord Est, ma qui sì, in particolare del Veneto. Una predilezione per la cura paesaggistica dei luoghi storici, per la specificità e per lo scambio culturale, per le espressioni artistiche e del design e moda in una dimensione internazionale e “globale”, offerta dall’alto tasso di mobilità di centinaia di migliaia di veneti, dai migranti del ‘900 ai “migranti di ritorno” del 21° secolo, dai migliaia e migliaia di imprenditori internazionali, dall’apertura ad altre culture e altre civiltà che da sempre caratterizza la produzione creativa del Veneto. Questo fenomeno sostituisce, come una vera e propria “sussidiarietà spontanea”, la mancanza di risorse pubbliche e la relativa improduttività della “cultura di stato”, spesso fonte di distorsioni e inadeguatezze. Alcune scelte fatte negli ultimi anni dal Ministro Franceschini hanno contribuito a risollevare i musei nazionali piu’ importanti, come i musei romani, fiorentini, campani, milanesi e torinesi. Questa “rivoluzione” non ha ancora toccato il Veneto, ma Venezia e Padova hanno comunque conseguito una rilevanza internazionale con i propri musei e luoghi d’arte, e con il conseguimento del titolo di patrimonio dell’umanità di Padova Urbs Picta, in aggiunta all’Orto Botanico 1545, da tempo patrimonio Unesco.

Grande vitalità è espressa anche dal mondo della musica e del teatro e della danza, con la presenza in Veneto di ben due Fondazioni Lirico Sinfoniche (l. 800/1967) su 14 in Italia (Teatro La Fenice e Arena di Verona), una Istituzione Concertistico Orchestrale (art. 28 l.800) su 14 in Italia (Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto) con tutto il vasto sistema dei conservatori e delle orchestre locali, tra cui si possono ricordare i Solisti Veneti e l’Orchestra regionale filarmonia veneta, cui si aggiunge l’aspirazione del Teatro Stabile del Veneto (Padova, Venezia, Treviso) a tornare uno dei 7 teatri nazionali con decine di compagnie, centinaia di giovani attori, e il festival Operaestate di Bassano, che ogni anno con oltre 100 eventi attrae spettatori da tutta Italia.
Quattro istituzioni di rilievo nazionale su 35 rappresenta un primato di rilievo per l’arte e la cultura del Veneto nel panorama nazionale, una vitalità che supera e riduce la gravissima carenza di attenzione dell’ente Regione e del finanziamento pubblico locale, dimostrando anche in questo caso una forte sussidiarietà. Nel campo culturale, la leadership artistica e culturale italiana va poi alla Biennale di Venezia (Architettura, Arte, Musica, Cinema, Danza), e questo primato si esprime poi in tutto il territorio del nord est attraverso l’azione di centinaia e centinaia di gruppi teatrali, associazioni culturali, orchestre, cori, festival locali che spesso assumono popolarità nazionale e internazionale, un sistema di imprese che riunisce 22.808 realtà imprenditoriali in Veneto e 274.000 in Italia (2020), di cui 819 nel settore musicale e 2.069 nelle performing arts.

Qual è la finalità di questa carrellata di dati, in gran parte colti da pubblicazioni e statistiche specializzate? Confermare che arte e cultura non sono un onere, né impegni da assolvere con riluttanza, sia da parte dello Stato che dalla parte delle Regioni e del sistema economico, mecenate e committente. Sono, anzi, grandi opportunità sottovalutate e trattate spesso con inconsapevole sufficienza. Da qualche parte nella storia italiana del dopoguerra, arte e cultura sono state retrocesse ad una funzione minore dalla monocultura manifatturiera e dal sistema finanziario, abituati a processare e dare uguale importanza a creatività e rifiuti, a startup e brevetti dell’ingegno e movimentazione di container. Beninteso, agli effetti dello sviluppo del reddito, del territorio e dell’occupazione, i fattori di crescita e occupazione sono tutti ugualmente importanti. Ma arte e cultura possiedono un carattere identitario, una spinta alla crescita personale, artistica, culturale, sociale e morale, promuovono l’individuo e la società che le trasforma in opere d’ingegno, design, rappresentazioni scritte, narrate, recitate, suonate, danzate, e “polarizza” il territorio che la esprime nello scenario globale, dandogli valore economico, identità, diversità, attrattività non solo turistica, ma anche possibile scelta per i giovani di vita, residenza e sviluppo imprenditoriale. Milano, diventata una delle principali 20 metropoli globali in dieci anni, ne è stato un esempio illuminante.

La società veneta è chiamata perciò ad attribuire sempre maggiore attenzione alle proprie espressioni artistiche e culturali. Esse sono la sua risorsa naturale, il viatico per l’affermazione dell’arte e cultura veneta nel mondo, non una forma di arroganza o di primato, ma un modello di diversità e sostenibilità artistica ed espressiva che puo’ diventare un riferimento alternativo ai modelli consumistici, per essere presenti nel processo di globalizzazione in modo meno anonimo e livellato, e più umanista e solidale di quello imposto dal grande sistema dei consumi e dei pervasivi media globali, come i modelli di intrattenimento proposti da Netflix, Prime, Sky. Occorre trovare il coraggio di favorire ed esprimere una dignità artistica e creativa in cui – spesso – Veneto e Italia non sono secondi a nessuno nel mondo.

Padova, 30 novembre 2021

 * Amedeo Levorato, senior manager e consulente d’impresa, è attualmente Direttore Amministrativo della Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto – ICO riconosciuta dal Ministero della Cultura, dopo diversi decenni di esperienza imprenditoriale e dirigenziale.

Il futuro di Padova tra forma urbana e mercato globale

Screenshot_2016-04-16-10-42-33L’intervista all’arch. Cappochin sul Mattino del 10 aprile, anche se non priva di spunti “politici”,  rilancia una riflessione seria, articolata e in parte condivisibile sul futuro della città di Padova come espressione economica e urbanistica di un Veneto che – come ricorda il Presidente del Consiglio – “produce il doppio del Sud” ed “è competivo con la Germania”.
Vero problema appare, quindi, la carente visione strategica di Padova in una prospettiva continentale e globale. Padova ha perso da tempo le strutture economiche e finanziarie vitali per lo sviluppo della funzione urbana globale: non è più sede ma solo dipendenza di banche, strutture finanziarie ed assicurative, fondi di investimento; e il declino rapido e sconvolgente delle banche del territorio, come Vicenza, Treviso e le BCC, evidenziano che la crisi delle funzioni “rare” colpisce tutto il territorio regionale.
Resistono solo le Fondazioni bancarie a Padova e Verona, le quali profondono i loro sforzi per sostenere il tessuto sociale e culturale – investiti dalla crisi fiscale e dalla riduzione delle risorse degli enti locali, Regione inclusa.
Il tema delle risorse investe ogni aspetto dello sviluppo urbano: industria, fiera, centro congressi, tramvie o filobus, alta velocità, mercato immobiliare, finanche il nuovo polo ospedaliero rischiano di trascinarsi immobili per vent’anni, dopo che nei vent’anni precedenti il sistema tangentizio del Mose ha bruciato ogni progetto e risorsa, attraverso un duplice meccanismo di sottrazione di risorse e rifiuto di ogni progetto diverso da quelli in cui “fluiva” il denaro della corruzione.
Le tre questioni rilevanti appaiono oggi l’attrattività urbana, il programma di sviluppo, il merito di credito. Se mi è permesso, commento brevemente in quanto risulteranno gli argomenti di maggiore dibattito per la città nei prossimi anni:
L’attrattività urbana riguarda principalmente la possibilità di attrarre persone con competenze elevate e generare lavori di alto livello in uno spazio comune continentale: la città deve proporsi di diventare “facile”: facile trovare residenza, facile spostarsi sui mezzi pubblici, facile avviare nuove imprese e startup, facile svolgere attività lavorative e del tempo libero, facile investire trovando profittabilità adeguate, sicurezza e salute. Primo obbiettivo fermare il declino demografico, fuga dei giovani e gestire l’invecchiamento, un problema enorme: tra 10 anni ci saranno il doppio di ultra65enni!
Tre i punti di forza: sistema sanitario Azienda-ULSS-IOV (secondo in Italia), Università tra le prime, terziario commerciale ed avanzato di riferimento nel Nordest. Occorre però fare dialogare questi sistemi su progetti di portata nazionale ed europea, facendo “respirare” le eccellenze con concretezza. Occorrono investimenti infrastrutturali urgenti e una chiara volontà di realizzare una città pulita, sicura, verde e ambientalmente sostenibile, con risultati visibili.
Il programma di sviluppo: oltre a disegnarlo urbanisticamente sulla carta, occorre assecondare la domanda che viene dalla cittadinanza. La città chiede vivibilità, sostenibilità, cultura ma anche opportunità di impiego e una grande apertura e raggiungibilità delle aree metropolitane e industriali europee (basti pensare al centro storico, all’area termale, ai poli terziari e sanitari). Nessuna nuova infrastruttura può essere realizzata senza ricercare pazientemente il consenso della città, rendendo attrattivo investire nell’immobiliare anche ai cittadini padovani. Le imprese devono poter contare su una burocrazia veloce e collaborativa, livelli professionali elevati, offerta terziaria di valore metropolitano: non grandi parole, ma grandi fatti, migliorando quelli che hanno reso Padova una smart city italiana.
Merito di credito: nell’Europa del fiscal compact e del piano Juncker – mentre rallenta l’export – i motori del mercato interno sono gli investimenti pubblici e privati. Oggi ogni investimento, essendo finanziato da risparmio privato o pensionistico, viene valutato per i rendimenti che offre. Velocità di realizzazione, efficienza e capacità di rendimento, che oggi non ci sono, fissano le regole per garantire risorse per imprese, centro congressi e fiera, stazione e linea alta velocità, linee tramviarie, un music arena, uno stadio o un polo sanitario, anche pubblico. La BEI o i fondi d’investimento immobiliare chiedono efficacia realizzativa e ritorni, altrimenti non potranno pagare dividendi e pensioni. Padova dovrà dimostrare di saper conciliare rendimento e serenità, per attivare un processo virtuoso occorrerà il consenso vero di istituzioni come CDP e BEI su grandi progetti, come in parte sta avvenendo per la fibra ottica e per alcuni immobili del centro. la prova dell’efficacia di Padova sarà questo consenso.
Occorre proseguire quindi assicurando investimenti in cui la banale speculazione lasci al posto al valore creato nel lungo periodo. Qualità urbana, che può accompagnarsi solo a tecnologie innovative e competenze professionali che non mancano nelle imprese venete, se da Mosca a Seattle le nostre aziende realizzano opere per i leader dell’economia globale.
Serve un dialogo costruttivo tra categorie, imprenditori e P.A. e seppellire i conflitti, il provincialismo e il campanilismo, cercando nuova conciliazione in ambiziosi progetti di sviluppo, che richiedono uno sforzo collettivo per un rinnovato consenso sociale e la fiducia di rendere preferibile Padova.

Amedeo Levorato

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