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L’economia e l’impresa dopo la pandemia globale

Nei giorni scorsi l’autore ha tenuto una Zoom Conference con 90 aziende, organizzato da AICE – Associazione Italiana Commercio Estero – per fare il punto della situazione e delle sfide cui le imprese italiane dovranno rispondere al termine della Pandemia COV SARS 2, esplosa nel 2020.
Lo pubblichiamo di seguito, come contributo di riflessione.

Una visione sintetica della situazione economica forse alla metà della crisi globale COVID-19

La condizione dell’economista è estremamente critica: è costretto dalla teoria delle aspettative a scrutare l’andamento delle variabili economiche attendendosi il peggio quando i mercati sono ai massimi e l’euforia imperversa, nell’attesa che le cose possano andare peggio. Ma lo è a maggiore ragione quando le cose vanno davvero male, e potrebbero andare molto peggio.

La situazione è quella che stiamo vivendo oggi: il declassamento del debito pubblico italiano di Fitch a BBB- mette in pericolo centinaia di miliardi di investimenti esteri e nazionali in BTP e BOT italiani: i regolamenti di finanza dei fondi pensione, infatti, prescrivono l’immediata vendita dei titoli che vengono declassati al di sotto dell’”investment grade”, e ci mancano solo due livelli per arrivarci.

Piu’ prosaicamente, le previsioni di Prometeia di Aprile 2020 (“Italy in the global economy Prometeia Brief”) indicano che il calo del PIL regionale, in relazione alle differenziazioni territoriali indotte dall’intensità dell’epidemia di COVID, potrebbe variare dal -7% del sud al -11% del nord Italia (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna). Il settore manifatturiero dovrebbe perdere a fine anno il 10% del valore aggiunto, al pari delle costruzioni. L’ingrosso e il dettaglio -8%, i trasporti e magazzinaggio -20%, il turismo hotel e ristorazione il -30%, le attività ricreative ed educative -25%.

Questo scenario “orribile” atterra su un andamento pre-crisi non roseo: già a dicembre 2019 gli scenari 2020 non erano positivi: il debito pubblico italiano stava sul “plateau” ascendente a 137,4% del PIL con 2.400 miliardi di euro su 1.900 di statico PIL, una riduzione di -75.000 occupati nell’ultimo trimestre, un aumento di 42.000 inattivi, numerose crisi aziendali tra cui Alitalia, Arcerlor Mittal, molte crisi sistemiche di PMI, la produzione industriale a -4.3%, il fatturato a -0.3%, e gli ordini a -1,9% essenzialmente a causa della debolezza degli investimenti imprenditoriali in Italia e le conseguenze nefaste della guerra dei dazi internazionale intrapresa da Trump e i loro effetti sull’incertezza sul commercio internazionale.

Questa situazione nei trimestri IV/2019 e I/2020, anche in assenza di Coronavirus, non era certo dovuta alle politiche europee: l’ultimo periodo da governatore di Draghi alla BCE era stato segnato da un ritorno alle politiche di Quantitative Easing, anche se su dimensioni ragionevoli e non confrontabili con quelle che saranno attuate da aprile 2020, a causa essenzialmente del consenso germanico su politiche di acquisto intese a mantenere i consumi europei, l’export tedesco di veicoli, e la tranquillita’ delle banche tedesche per i debiti pubblici europei.

In Italia, invece di sfruttare l’imprevisto ma non troppo imprevedibile aumento del gettito di oltre 15 miliardi annui derivante dall’introduzione della fatturazione elettronica dal 1° gennaio 2019 nel settore privato, si è pensato di impegnare oltre 20 miliardi in spese essenzialmente improduttive, come Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza, invece che favorire la realizzazione di infrastrutture e la creazione di nuovi posti di lavoro nelle imprese con gli investimenti.

Al miglioramento dei conti dell’INPS ottenuto grazie alla stretta pensionistica, si è risposto convogliando tutto il surplus tra 5-600.000 pensioni in meno l’anno per riduzione della popolazione, contro 200.000 pensionamenti, verso la spesa sociale.

Questa mancanza di lungimiranza ha fatto trovare l’Italia in condizioni di impreparazione, sotto il profilo economico, di fronte alla crisi generalizzata globale prodotta dal Coronavirus.

Nel momento in cui scriviamo, le previsioni sugli effetti della crisi sono ancora imprecise e imprevedibili, anche se non mancano segnali inequivocabili della difficoltà con cui ripartiranno – nonostante la buona volontà degli imprenditori e degli stessi lavoratori – i distretti e i settori produttivi italiani dopo la crisi pandemica.

La frantumazione delle catene di valore rappresenterà il primo focolaio della recessione che inevitabilmente impegnerà la seconda parte del 2020 e parte del 2021: la mancanza di tempismo e cronologia produttiva tra imprese, filiere, produttori e subfornitori generata dai lockdowns, la disconnessione tra le aziende nelle catene di subfornitura globale, il mismatch tra domanda e offerta di beni di consumo e durevoli, saranno i segnali inequivocabili della necessità di costruire nuovi equilibri.

Ma questi equilibri non saranno semplici da perseguire, perché il mondo è stato colpito in modo diverso (e lo è ancora) dalla crisi, e la crisi stessa ha colpito diversamente produttori e consumatori, rompendo un equilibrio e una sincronia che non sarà facile ricostruire.

L’esempio del turismo internazionale, un business globale da migliaia di miliardi, attualmente completamente fermo sia per la residenzialità (alberghi, bed&breakfast, musei, monumenti, eventi) che per i trasporti (aerei, treni, autobus e perfino autovetture private), è sufficiente per comprendere la portata e la dimensione delle difficoltà che dovranno essere superate.

Un recente studio previsivo di CERVED (impatto sui settori secondo lo scenario COVID-19 base), quindi non pessimistico, offre come risultato per il 2020 cali di fatturato di dimensioni mostruose previste per il 2020: logistica e trasporti -13,7%; mezzi di trasporto -11,7%, servizi non finanziari, alla persona, turismo, cultura -10,1%, carburanti energia utility -9,0%, elettromeccanica -8,9%, costruzioni -8,3%, metalli e lavorazione metalli – 7,6%, distribuzione – 7,2%, sistema moda -6,8%, sistema casa – 5,9%, largo consumo -2,1%. Ad aumentare solo l’attività agricola (+1,2%), chimica e farmaceutica (+1,1%), elettrotecnica e informatica (+0,2%).

Uno scenario che porterebbe il fatturato dell’economia italiana da 2.410 miliardi di euro del 2019 a 2.232 miliardi di euro nel 2020 (-7,4%) per poi risalire nel 2021 quasi allo stesso livello del 2019, a due condizioni: che il Governo e l’Europa intervengano in fretta e con le modalità indicate sinora, e che l’epidemia si avvii a scomparire a partire da maggio 2020.

Previsioni davvero ottimistiche, se si considera che la Germania arretra, la Francia nicchia, gli Stati Uniti e tutto il continente americano sono nel pieno della crisi, come l’Africa e il subcontinente indiano.

Si potrebbero spendere decine e decine di pagine di analisi della situazione, senza riuscire a spingere la previsione al livello di dettaglio che tutti noi desidereremmo ottenere per avere una chiara visione di ciò che ci attende nei prossimi 8 mesi del 2020, e ancora più nel 2021, condizionati come siamo all’individuazione delle cure, alla necessità imprescindibile di un vaccino COVID-19, alla comprensione degli effetti collaterali della pandemia, sia dal punto di vista sanitario per la popolazione, sia da quello psicologico, sia da quello del perdurare della crisi a causa dello stabile numero di contagi: anche essi fermi al “plateau” discendente, contrariamente a quanto avviene per il debito pubblico italiano, crescente ora nel “plateau” del 150% e pronto ad impennarsi a causa delle misure adottate dal Governo Conte.

Ci siamo pertanto qui limitati a riassumere in alcuni punti sintetici la fotografia dell’attuale situazione congiunturale, per cercare di offrire degli spunti di riflessione ai lettori e rendere meno anodina e più sincretica l’evoluzione della crisi, traendo delle indicazioni per l’operato quotidiano di imprese e politica, per il migliore sforzo nella gestione della crisi, anche se non per l’eccellenza, che non potremo avere per i troppi fattori di impreparazione che si sono evidenziati nell’economia italiana dopo le elezioni del 3 marzo 2018 e nel susseguirsi dei cambiamenti di equilibri e di governo del paese e delle sue urgenze.

Ecco qui quindi alcune riflessioni che – si spera – possano risultare utili:

  1. Focus sull’efficienza d’impresa. In un paradigma che vede la crisi temporanea, ma forse duratura, della globalizzazione produttiva, le imprese sono chiamate a focalizzare le proprie competenze distintive rispetto al mercato di riferimento: le proprie tecnologie, i propri leads di mercato, i propri fattori di forza, e internalizzarle il più rapidamente possibile, attraverso operazioni immateriali sul know how, oppure anche attraverso la delocalizzazione dall’estero all’Italia delle produzioni. Molte aziende tedesche, giapponesi e americane stanno valutando il rientro, e anche per l’Italia questa sarà una opzione significativa, mantenendo quanto di creativo e positivo possono mantenere all’estero, con le dovute cautele. Si tratta di attivare una specie di “economia circolare” che permetta di ridurre in cerchie su base nazionale e continentale fornitori e clienti essenziali, competenze e professionalità, luoghi di ricerca, mettendo le basi per una resilienza legata alla fatale possibilità che la globalizzazione produttiva e la delocalizzazione all’estero della produzione di semilavorati e beni intermedi possa durare per diversi anni. Un forte aiuto lo Stato potrebbe darlo sul piano nazionale e internazionale facendo funzionare al meglio la giustizia civile e contrattuale (oltre che tutelare dalla criminalità) in quanto periodi come l’attuale sono quasi sempre generatori di abusi, criminalità economica, azzardo morale, frodi.
  2. Attenzione al “core business” dell’impresa e rinuncia alle diversificazioni rischiose e prive di base commerciale (anche nelle start up innovative in qualche caso). Senza clienti, molte imprese manifatturiere e del terziario non sono più indispensabili, e quindi sacrificabili. Occorre che ciascuno, in una dimensione micro, torni a prestare attenzione ai costi, ai prezzi e ai margini, e una crescente attenzione ai problemi di natura normativa e legale, perché la prima reazione internazionale sarà impiegare barriere non tariffarie (normative, certificazioni, diritti di proprietà, golden shares) per tutelare le proprie produzioni nazionali e locali e – conseguentemente – i posti di lavoro. Proprio la conservazione e il miglioramento del lavoro, della sua qualità e competitività, dovrà essere il driver delle imprese aperte all’esportazione e di quelli competitive sul piano continentale, per consolidare le proprie fasce di mercato e di consumo. E il lavoro dovrà necessariamente e dolorosamente scontare nuovi margini di produttività, l’acquisizione di nuove competenze, ma soprattutto un netto aumento della flessibilità e riconvertibilità per inseguire i mercati. Occorrerà fare tutto il possibile per migliorare il proprio business alle migliori condizioni di prezzo e prestazioni, conservando la capacità di innovare. Ed anche rivedere l’ascensore sociale alla luce della competenza e dell’esperienza sistemica, evitando pero’ la polarizzazione e l’accrescimento dei differenziali salariali, perché, se risulta sempre più evidente che “uno non vale uno” e che nelle posizioni di responsabilità e decisorie occorre collocare – per meccanismi di scelta e consenso – persone che hanno già o possono dimostrare di essere in grado di decidere nell’interesse generale con cognizione di causa e assumendo responsabilità personale e reale, rimane tuttavia centrale la necessità di “portare avanti” tutta la struttura sociale e non solo i pochi consapevoli.
  3. Attenzione ai rischi “geopolitici” che saranno crescenti per tutto il periodo del “lockdown” ma esploderanno al termine del 2020. Il principale fattore di rischio geopolitico, in assenza di focolai di guerra che pure ci saranno sicuramente, è il petrolio. Nei quattro mesi di “lockdown” il consumo di petrolio è sceso fino al 60% rispetto al consumo giornaliero di 100 milioni di barili pre-crisi. Il 60% sono 10 milioni di tonnellate al giorno, che proiettate su un periodo di quattro-cinque mesi, si trasformano in un miliardo di tonnellate di idrocarburi estratti ma non raffinati, stoccati con relativi costi o lasciati nel sottosuolo, a prezzi che sono scesi fino a 15-20 USD/barile e che forse scenderanno ancora. Intere regioni continentali dipendono dal prezzo del petrolio per mantenere i propri livelli di vita, militarizzazione, sicurezza e welfare: il Medio Oriente, l’Iran, il Messico e il Brasile, il Venezuela, la Nigeria con i suoi 300 milioni di abitanti, l’Angola e il Nord Africa, la Federazione Russa, parte degli Stati Uniti, il Canada. Chi potrà continuare a consumare e comandare come prima con il petrolio a prezzi primi anni ’80? Se la tendenza dovesse consolidarsi per la riduzione della mobilità nei paesi industrializzati, o anche solo ridursi nel 30% invece che del 60%, con che cosa verranno mantenuti arsenali nucleari, aree urbane congestionate, dittature religiose, e condizioni di vero e proprio privilegio? In questo contesto, le imprese dovranno prestare grandissima attenzione alla solvibilità dei propri debitori internazionali (imprese e stati), perché il sistema bancario internazionale ha dimostrato la propria fragilità e l’ incertezza del diritto nel sistema dei pagamenti e degli affidamenti. Basta pensare alla giungla dei sequestri e delle appropriazioni indebite di DPI e materiale sanitario nei primi quattro mesi del 2020. La diffidenza regnerà sovrana e non è certo una buona premessa di ripresa e di sviluppo.
  4. La questione dell’innovazione digitale impatta sulle aziende del primario, del secondario manifatturiero e del terziario: i temi portanti sono il distanziamento fisico, la digitalizzazione dei processi produttivi e dei pagamenti, la cancellazione definitiva della carta e delle procedure amministrative pre-XXI secolo, con lo spostamento integrale sul cloud di tutte le attività amministrative, progettuali, legali, di produzione 4.0: smart working, dematerializzazione cartacea, agenda digitale della pubblica amministrazione, fintech, smaterializzazione dei flussi cartacei di fatture, pagamenti, regolazioni, tracciabilità e certificazione di origine dei prodotti. Questi fenomeni sono maturi, richiedono investimenti non troppo elevati (per casi, eccetto la robotica e l’intelligenza artificiale), ma impongono un cambiamento radicale dei comportamenti, a cominciare dalla produttività individuale a casa, al sistema di relazioni umane e professionali, che cambierà radicalmente rispetto al passato. Ed anche un intervento straordinario di efficientamento delle procedure contrattuali e delle filiere produttive, grazie a nuove tecnologie che consentono la tracciabilità univoca di documenti e prodotti, i contratti intelligenti, le transazioni e pagamenti privi di intermediari, la produzione e la circolazione di merci certificate e riconoscibili. Uno dei principali soggetti “vincenti” nella crisi, oltre alle aziende farmaceutiche, è Amazon, passata da 2.000 USD per azione all’apice del mercato borsistica a fine febbraio, a 1.700 USD al punto peggiore della crisi, e poi di nuovo a 2.400 USD per azione (+20% rispetto al pre-crisi) nel breve volgere di tre mesi, dimostrandosi la migliore moderna soluzione di distribuzione commerciale esistente per le piccole, medie e grandi imprese globali.
  5. La questione ambientale si imporrà nelle scelte, dopo un primo periodo estatico con idrocarburi a 20 USD/barile, si porrà il problema se il consumo di energia per la mobilità, specificamente quella aereonautica (diminuita del 90%) potrà mai tornare ai livelli pre-crisi, già sottoposti a revisione dalla crisi ambientale. Molte imprese petrolifere falliranno e il petrolio di scisto non sarà più estraibile perché sotto i 60 dollari/barile non risulta conveniente. Questo processo comporta enormi opportunità per l’industria italiana basata in gran parte su tecnologie agricole, di trattamento ambientale, di risanamento, di pulizia, di protezione, di rinnovabili che comportano tecnologie esportabili su larga scala. Uno sforzo che dovrà essere largamente promosso dallo Stato e dalla Unione Europea. Non senza dimenticare che in tre mesi si sono conseguiti gli obbiettivi di taglio delle immissioni in atmosfera previsti dall’IPCC per il 2030, e questa riduzione dell’impronta ecologica umana sul pianeta e’ una delle principali preferenze dell’opinione pubblica e delle culture affluenti globali. Molti si chiederanno come tornare alla produzione industriale approfittando della riduzione di domanda per “decarbonizzare” e consolidare il taglio del consumo di idrocarburi, almeno in parte.
  6. Un altro elemento che emergerà problematicamente dopo la crisi COVID sarà la questione dello sviluppo infrastrutturale ed immobiliare: la limitazione della mobilità, anche a causa del periodo comunque lungo che ancora ci attende di immobilità internazionale e sociale, lascia una “memoria” nelle persone: questa memoria agirà a favore del nomadismo lavorativo, dello smart working, della riduzione di dimensioni di attività commerciali di prossimità e di uffici, della capillarità di servizi sanitari e servizi alla persona tout-court, mentre il costo di gestione, accesso e pendolarismo agirà negativamente sulle grandi aggregazioni urbane, i sistemi di trasporto rapido di massa, la divisione netta tra luoghi di lavoro, luoghi di svago, luoghi di commercio, luoghi familiari, la stessa scolarità (riorganizzata e ridimensionata dalla didattica a distanza). La stabilità degli investimenti immobiliari ne uscirà scossa, e probabilmente alcuni grandi interventi (Stephenson a Milano?) verranno riveduti o modificati. Il minore uso del suolo e di concentrazione e la rivalutazione dei borghi costituiscono un elemento di tensione psicologica reale in molti investitori e nelle popolazioni giovanili affluenti e acquirenti. Anche la sensazione di un periodo di tempo sempre più breve per ammortizzare gli investimenti di fronte a possibili cambi di equilibrio climatico, ambientale, di inquinamento e salute collettiva – e quindi di profilo demografico – agirà come depressivo degli investimenti immobiliari.
  7. Paradossalmente, l’Europa “odiata” rappresenterà il mercato più vicino da sviluppare e quindi più confidente. Il rapido ed enorme processo di omogeneizzazione che ha spinto i vertici di VW, Daimler Benz e BMW a fare pressione sulla Cancelliera per aiutare l’Italia anche per impedire il blocco totale della produzione di 4,4 milioni di veicoli costruiti con pezzi italiani, sta ad esemplificare che lo spazio europeo, esteso all’est europeo e alla Federazione Russa e anche al Regno Unito, tornerà ad essere lo spazio d’elezione per la costruzione di filiere produttive continentali in regime di fiducia (?). Molto sarà fatto anche dalla Cina, che ha bisogno di fare dimenticare e di vendere i propri prodotti. Ma lo sguardo all’Europa, anche con il suo carico di concorrenza, rappresenta il vero punto di ripartenza del sistema economico nazionale. Almeno finchè non ci saranno vaccini e gli aerei non potranno violare i lockdowns imposti.
  8. Uno dei fattori di maggiore rischio per il prossimo biennio è il sistema bancario: chiamato a soccorrere le Banche Centrali per la distribuzione del “credito” lubrificante del sistema economico, quello che dovrebbe aiutare a superare la disoccupazione e soddisfare la domanda di flessibilità (con il fondo SURE), aiutare i paesi a investire in infrastrutture ferroviarie, portuali, di trasporto alternativo delle merci, sanitarie, civili con il “Recovery Fund” e infine aiutare le imprese a riorganizzarsi, fondersi e ripartire con il fondo “BEI”, potrebbe risultare colpito da una nuova ondata di Non Performing Loans, cioè prestiti non onorati da aziende in crisi, problematica dalla quale era appena uscito riducendo le perdite maturate nel periodo 2007-2013 della crisi finanziaria (e del mancato intervento della BCE per volontà germanica fino al “Whatever it takes” del 2013). Una grande attenzione andrà riservata al sistema bancario e al rapporto con l’economia reale. Alcuni economisti sostengono che il sistema bancario internazionale (non le banche regionali), grazie ai provvedimenti di modernizzazione finanziaria introdotti dalle amministrazioni Clinton e Bush dal 1999 al 2007, sono diventati i nuovi “creatori netti di liquidità” globale. In altre parole, non sarebbero le banche centrali ma le banche universali a decidere l’entità dei prestiti e quindi la creazione di moneta: la prova sarebbero i bassi tassi di interesse nell’economia mondiale perduranti da ormai 12 anni, una vera e propria trappola di liquidità intesa ad agevolare domanda, offerta, consumi e crescita in cambio di vantaggi immediati in termini di enormi profitti e bonus manageriali delle banche. Le banche centrali avrebbero agito dal 2008 solo come “regolatori” di disoccupazione e inflazione mettendo in crisi gli Stati sovrani con l’ingigantimento del debito pubblico.
  9. Attualmente, il problema del debito pubblico rappresenta la principale questione a livello globale. Mano a mano che i paesi emergeranno dall’epidemia di COVID si evidenzieranno sempre più le differenze di potere e dimensione con cui saranno in grado di affrontare l’uscita dalla crisi. I paesi emergenti e quelli più deboli saranno chiamati a pagare tassi di interesse e spread elevati per finanziare la ricostruzione, la sopravvivenza, il welfare, i sistemi sanitari educativi e pensionistici. Anche i paesi industrializzati dovranno ricorrere in misura crescente al debito, ma potendo godere della leva discriminante del controllo: se un paese industrializzato puo’ godere di un debito posseduto per il 60-70% da mani nazionali, si colloca su un livello di equilibrio semistazionario in cui i detentori esteri hanno interesse a non fare affondare il paese, mentre i residenti che controllano il debito sono incentivati a lavorare investire e pagare tasse per garantirsi di essere ripagati. Gran parte dei paesi europei e il Giappone sono in queste condizioni: hanno capacità di controllo del debito. Gli Stati Uniti, inoltre, faranno probabilmente pagare al resto del mondo la crisi COVID-19 grazie alla forza del dollaro e all’impegno crescente di Cina e Giappone nel debito americano per diverse migliaia di miliardi (3.000 su quasi 8.000 detenuto all’estero). Ogni variazione del 10% del dollaro in meno può rappresentare una perdita duratura e sostanziale per questi paesi.
  10. Ed infine, ultima ma non meno importante è la questione sanitaria: vera fonte e origine di questa crisi globale, sta mettendo in luce le problematiche legate alla globalizzazione che investiranno il futuro della popolazione mondiale, 7 miliardi e 777 milioni di abitanti con un profilo demografico delicato tra paesi con età media molto bassa in Africa e paesi con età media elevatissima in USA, Europa, Giappone e Cina, in un mondo minacciato da crisi della biodiversità, cambiamenti radicali di equilibrio ambientale, inquinamento anche nucleare e da idrocarburi, farmaci e plastiche, deperimento e sfruttamento incontrollato della biomassa oceanica e animale, monocultura produttiva agricola, devastazione e inquinamento dei contesti ambientali selvaggi, che ha portato alla crescita in numero e pericolosità delle pandemie e indebolimento delle popolazioni e delle soluzioni famaceutiche. Sulla sanità, dalla biogenetica alla farmaceutica alla robotica alle cure personalizzate e sistemiche dell’organismo umano, e su nuovi comportamenti più consapevoli, dovranno essere tarati innovazioni, ricerca e investimenti, ma anche una nuova consapevolezza di comportamenti etici, non moralmente azzardati, che sono pressantemente richiesti dalla nostra prossimità umana e condominiale su un pianeta che diventa sempre più stretto, anche senza la circolazione aereonautica sperimentata nei primi vent’anni del XXI secolo.

Padova, 29 aprile 2020
Dott. Amedeo Levorato

La trappola demografica italiana tra immigrazione e invecchiamento della popolazione

Istat 2016

di Amedeo Levorato

In Italia, Europa e in tutti i paesi occidentali, insieme alla crisi economica sta esplodendo un problema demografico largamente occultato dalla crisi finanziaria del 2008: eravamo convinti che molti processi di degrado dell’economia europea dipendessero dalla crisi finanziaria nata negli USA, ma invece sta emergendo con chiarezza l’influenza dell’invecchiamento della popolazione per la crescita del PIL e la stabilità delle economie occidentali. Molte delle misure finanziarie adottate non potranno, nel lungo periodo, ovviare al cambiamento demografico che investe pesantemente i paesi occidentali.
Secondo le Nazioni Unite, la popolazione globale crescerà a 9,6 miliardi di abitanti dagli attuali 7,2 miliardi entro il 2060.
Ma quale sarà il profilo di questa popolazione in paesi come l’Italia, dove l’invecchiamento e la denatalità hanno già largamente mostrato i propri effetti?
Secondo l’ISTAT (vedi qui i dati: Indicatori demografici 2015), nel 2015 la popolazione residente in Italia si è ridotta di 139.000 unità nette (-2,3 per mille), e al 1° gennaio 2016 la popolazione totale ammontava a 60.656.000 residenti.
Gli stranieri residenti in Italia al 31/12/2015 sono 5.054.000 e rappresentano l’8,3% della popolazione totale, con un incremento di 39.000 unità rispetto a un anno prima.
La popolazione di cittadinanza italiana scende quindi a 55.600.000, con una perdita netta di 179.000 residenti di origine italiana.
I morti nel 2015 sono stati 653.000, 54.000 in più dell’anno precedente (+9,1%), e il tasso di mortalità, salito al 10,7 per mille è risultato il più alto dal dopoguerra. L’aumento di mortalità è concentrato nella classi anziane, da 75 a 95 anni.
Il 2015 è stato il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna in età fertile, con una età media al parto di 36,1 anni.
Nel 2015 sono nati 488.000 (20% stranieri) bambini, -15.000 rispetto al 2014: da nove anni a questa parte il ricambio generazionale peggiora, cioè nascono meno bambini rispetto ai decessi.
Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni (il 22% della popolazione) e la quota di popolazione in età lavorativa ammonta a 39 milioni, contro 8,3 milioni di ragazzi.
Il saldo migratorio con l’estero è stato di 128.000 unità, risultato di 273.000 iscrizioni e 145.000 cancellazioni: 245.000 ingressi dall’estero e 28.000 rientri in patria di italiani, mentre se ne sono andati 45.000 stranieri e ben 100.000 italiani, quasi tutti giovani e molti laureati.

Guardiamo ora alle proiezioni.

La popolazione italiana resterà stabile nei prossimi decenni, e arriverà a 61 milioni nel 2065, con un picco a 63 milioni intorno al 2040 (vedi futuro-demografico).
Sempre secondo l’ISTAT, nel 2043 (cioè tra 25 anni) gli ultrasessantacinquenni saranno il 33% della popolazione, consolidando tale cifra dopo quell’anno e mantenendosi stabili rispetto alla popolazione totale.
Nello stesso periodo, la popolazione residente straniera passerà, all’attuale tasso di crescita, da 5 a 10 milioni, con una incidenza sul totale del 17% circa, e poi si incrementerà ulteriormente fino a raggiungere il 25% nel 2065.

Immigrati in ItaliaSotto il profilo della distribuzione territoriale si registrerà un vero e proprio abbandono del sud Italia, dove la popolazione scenderà dal 23% al 18%, e nelle isole dall’11% al 9%, mentre il nord est salirebbe dal 19 al 22,4%, il centro dal 19,7% al 21,6% e il nordovest dal 26,6% al 28,7%.
L’età media della popolazione salirà da 43,5 anni nel 2016 a 49,7 anni nel 2065, raggiungendo un ammontare annuo di 800.000 decessi, contro gli attuali 600.000.

Come cambierà la vita degli italiani nei prossimi 25 e 50 anni?

Senza dubbio il principale processo di sostituzione è tra popolazione residente ed immigrati.
Se gli immigrati saliranno nel 2043 al 17% della popolazione, la principale preoccupazione dello Stato e delle comunità locali dovrà essere quella dell’assorbimento,  dell’educazione delle giovani generazioni, dell’integrazione delle medesime nella vita quotidiana del Paese.
Questa sfida ha proporzioni impensabili, se si pensa che oggi, in tema di programmazione e di trattamento dell’immigrazione, l’Italia va poco oltre l’accoglienza e l’identificazione, e scarse sono le iniziative sistematiche di integrazione relativamente a lingue, regole, formazione al lavoro e professionalità.
Nessuno può pensare di lasciare trascorrere 25 anni senza un “Piano nazionale per l’immigrazione” che affronti sistematicamente l’accoglienza e l’integrazione di altri 5 milioni di immigrati, ad un tasso di 200.000 ingressi annui. Si tratta di persone a bassa o nulla scolarizzazione, spesso con problemi sanitari e turbe psichiche gravi, che rendono complesso l’inserimento pieno in una società moderna ed evoluta.
Occorre perciò porsi il problema di che lavori offrire, di quali tutele assicurare affinchè questi immigrati non vengano marginalizzati e si trasformino in un problema sociale che – a queste dimensioni – potrebbe travolgere l’equilibrio sociale in più parti del paese. Se da un lato è vero che molti immigrati stabilitisi con famiglia, aspirano per i propri figli ad un futuro “italiano”, è peraltro concreto il rischio dell’instabilità, della mobilità, dell’impossibilità ad abitare case, costituire comunità, trovare occupazione e reddito.
Se l’Italia intende sopravvivere a questa epocale invasione – che tuttavia stenta e addirittura non riesce a coprire la diminuzione naturale della popolazione italiana già nel 2015 – o addirittura porsi il problema della integrazione degli immigrati conservando la natura e l’identità della società italiana, dovranno essere messi in atto grandi sforzi, coinvolgendo buona parte dei lavoratori maturi e dei docenti scolastici per affiancare, educare e accompagnare gli immigrati nella fase storica che si apre. Non basta, come il Governo sta indicando in questi giorni, passare dalla fase dell’accoglienza a quella del sostegno e dell’assorbimento in lavori socialmente utili.

Occorre programmare, realizzare e gestire un processo non ghettizzante di integrazione di larghe fasce di immigrati nella società italiana e nelle comunità locali, con un esigente rispetto delle regole ed una altrettanto aperta disponibilità alle relazioni.
Contemporaneamente, occorre realizzare un “marketing” dell’immigrazione verso l’esterno, cercando di assicurare al nostro paese l’ingresso di quote di immigrati provenienti da paesi il più possibile omogenei valorialmente e con buona scolarità ed educazione, insieme a quella che inevitabilmente affluirà dall’Africa. E’  indispensabile assicurare all’industria e ai servizi giovani coorti di lavoratori con tassi di scolarità e professionalità anche manuali adeguate per garantire il mantenimento di una accettabile produttività del sistema economico. Buona parte dei fondi FSE dovranno essere indirizzati a queste finalità, insieme a tutto il sistema formativo regionale e il raccordo con il sistema produttivo.

Un quinto di immigrati, un terzo di anziani.

L’altro enorme problema che avanza, e del quale molti hanno già percepito l’estensione, è quello della popolazione anziana. Non tratteremo qui la questione pensionistica, che riveste di per sè non pochi problemi per le generazioni che vi accederanno nei prossimi anni, dopo la riforma Fornero.
Esaminiamo l’impatto che l’aumento degli anziani eserciterà sulla società italiana nel suo complesso.
In 25 anni, la quota di cittadini anziani aumenterà sensibilmente da 13.400.000 a oltre 21.000.000.
La metà di questi ha ed avrà oltre 75 anni. Da un lato, è accertato che la curva delle malattie invalidanti (cioè l’aumento naturale delle patologie individuali che interviene in età anziana) va assumendo un aspetto “scatolare” grazie alla diagnostica preventiva e alla prevenzione sanitaria e fisiologica. In quest caso la curva degli effetti patologici rimane contenuta e l’anziano rimane prevalentemente sano, crollando solo negli ultimi mesi o anni di vita, subito prima del decesso.
Purtroppo, un dato preoccupante appare la riduzione della prevenzione e della cura collegate alla riduzione del reddito pro-capite, a partire dalla crisi del 2008, che statisticamente ha effetto su larga parte della popolazione povera, costretta a rinunciare a cure e terapie.
La spending review nella sanità pubblica collegata alla riduzione (o al rallentamento) del debito pubblico oggi pari al 132,6% del PIL, porterà a inevitabili tagli della spesa diagnostica preventiva sia attraverso l’aumento dei ticket che alla riduzione delle cure mediche preventive, tornando ad incrementare il rischio di malattie invalidanti e quindi di lungodegenze e non autosufficienze.
Il problema dell’impatto della spesa per gli anziani sul PIL, era già ben delineato oltre vent’anni fa nel libro che scrissi nel 1994 con Marco Trabucchi (“I costi della vecchiaia”, Il Mulino, Bologna 1994): la quota della popolazione non in età lavorativa aumenta, riducendo le opportunità di crescita del PIL e bloccando le risorse per investimenti al fine di finanziare i pagamenti delle pensioni.
Un modo per risolvere questo problema sarebbe aprire i confini nazionali all’immigrazione: ci sono ancora paesi giovani nel mondo.
Per alcuni, la porta aperta all’immigrazione rappresenta la logica soluzione nel processo di globalizzazione, ma gli effetti collegati a questi fenomeni incontrollati sono davanti agli occhi di tutti.
Ancora più rilevanti sono gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sul PIL: infatti il reddito disponibile medio tocca un massimo nell’età tra i 50 e i 60 anni, a  45.000 euro per capofamiglia in Italia (dati del 2012), per poi scendere bruscamente con la pensione, fino a 20.000 euro annui tra gli 80 e gli 85 anni: e questo nella media; tralasciamo per un momento il fatto che negli ultimi cinque anni il tasso di povertà è aumentato vertiginosamente in Italia, soprattutto tra gli anziani.
Il tasso di risparmio, invece, per le medesime classi di età, rimane invariato a causa di un comportamento spesso irrazionalmente vincolato alla precauzione per il futuro (proprio o dei figli e nipoti).
In un recente studio di Prometeia (vedi Demografia propensione risparmio ricchezza) si afferma infatti: “[…] in materia di recessione, crisi finanziaria, riforma delle pensioni e scelte di risparmio: il primo elemento dovrebbe produrre una riduzione dei flussi di risparmio in proporzione al reddito, a causa della differente propensione al risparmio dei due gruppi della popolazione (“giovani” e “anziani”). Anche il calo del reddito disponibile, causato non solo dalla recente recessione ma più in generale dalla lunga stagnazione iniziata ormai vent’anni fa, dovrebbe andare nella stessa direzione, perché è ragionevole ritenere che le famiglie cerchino di mantenere, finché possibile, gli standard di vita a cui sono abituate. Il terzo fattore dovrebbe invece spingere verso una maggiore accumulazione di ricchezza privata, per compensare la riduzione della ricchezza pensionistica di fonte pubblica. I dati esaminati sembrano dirci che, almeno fino al 2012, i primi due fattori abbiano avuto un impatto superiore al terzo.”
Si ha quindi una riduzione complessiva del risparmio per tutto il sistema, ma non un minore risparmio netto per gli anziani.
Un primo elemento rilevante, quindi, ha caratterizzato gli ultimi anni e caratterizzerà i prossimi: l’invecchiamento della popolazione ha un effetto diretto sul PIL, attraverso la riduzione del reddito pro-capite al pensionamento, di circa 10 miliardi l’anno per effetto del saldo tra decessi e pensionati di circa 300.000 unità anno, un effetto pari al – 0,6% annuo. L’economia italiana deve quindi fronteggiare una caduta del PIL per il solo effetto della riduzione delle classi giovanili e dell’aumento dell’età media e dei pensionati. Con esso, anche la riduzione del gettito fiscale, pari a 4 miliardi annui, dato che le coorti di popolazione che oltrepassano i 65 anni e, con tale età, il momento della pensione, non verranno sostituiti da lavoratori con analoga professionalità, livello retributivo, gettito fiscale.

pil-in-volumeUn secondo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il livello dei consumi: una recente indagine della FILCALMS CGIL (dicembre 2015) rivela che la maggior parte della popolazione italiana che percepisce fino a € 2.000 al mese ha ridotto sia la quantità che la qualità dei tradizionali standard di consumo. Occorre attendersi una tendenza ad una minore spesa di consumo pro-capite e minori investimenti in beni durevoli mano a mano che, nella composizione della popolazione italiana, aumenteranno gli stranieri e i pensionati fino a raggiungere la metà della popolazione totale.
Un terzo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il mercato immobiliare: la maggior parte delle persone che si trova nella fascia di età oltre i 40 anni considerava i beni immobiliari una riserva di valore e di reddito per il futuro, capace di integrare la pensione o addirittura sostituirla. Grazie alle leggi Tremonti nel 2002-2003 e successivamente fino al 2010, grazie alla bolla finanziaria, questa considerazione aveva un significato reale nel breve periodo. Ma la stagnazione della popolazione, il cambio di tecnologia nella produzione di abitazioni (clima, classe energetica, materiali di costruzione), le difficoltà delle banche nel prestare mutui a percettori di redditi incerti e la ossessiva tassazione immobiliare inclusa nelle leggi finanziarie dai governi “tecnici” hanno contribuito a “stroncare” il mercato immobiliare in Italia, che non sembra attualmente generare segnali di ripresa.
L’unico fattore positivo in questo scenario è rappresentato dalla progressiva riduzione degli interessi sul debito pubblico, che ha portato l’esborso dello Stato da 85 nel 2012 a 60 miliardi annui nel 2016, una risorsa che il Governo Renzi ha ampiamente utilizzato, soprattutto per integrare i redditi bassi, creare lavoro tramite il Jobs Act e ridurre la pressione fiscale.

Il profilo demografico rappresenta, quindi, un problema di grande rilievo – forse più ancora di quello dell’immigrazione – nei confronti del quale lo Stato e tutta la società italiana devono razionalizzare e progettare misure concrete nei prossimi anni.
Se si pensa che – degli attuali 13 milioni di anziani, ben il 20% cioè 2,5 milioni hanno limitazioni funzionali di qualche tipo (mobilità, autonomia, comunicazione, ecc.) e che tale numero crescerà nei prossimi anni per effetto dell’invecchiamento al ritmo di 60.000 anziani non autosufficienti in più l’anno fino al 2043, non è chi non veda che la tematica dell’assistenza, accompagnamento, caregiving degli anziani rappresenterà un argomento primario nell’agenda del governo e delle amministrazioni locali.
Ricorda infatti il V Rapporto, (2015), sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, (vedi il V-rapporto-assistenza_anziani) che la conseguenza diretta dello scenario di incremento degli anziani delineato è l’aumento in termini assoluti del segmento di anziani con bisogni sanitari e socio assistenziali che necessitano di assistenza di tipo continuativo (Long Term Care, LTC). Se fino ad oggi il sistema LTC ha fatto affidamento sulla famiglia, ma ben presto questo fattore risulterà ridotto dallo spostamento all’estero delle famiglie giovani e dall’enorme incidenza delle separazioni matrimoniali, che favoriscono la costituzione di nuclei familiari individuali, spesso privi di ogni collegamento e aiuto dall’esterno nel momento del bisogno. In Veneto il 18,7% dei 650.000 anziani, pari a 122.000 persone, ha limitazioni nelle funzioni della vita quotidiana (81.000), limitazioni nel movimento (65.000), limitazioni di vita, udito e parola (35.000), oppure vivono in confinamento a casa o in struttura (50.000).
Questi numeri cresceranno nei prossimi 25 anni, quasi raddoppiando. Ciò significa che i modelli di intervento, consistenti nell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) sanitaria e quella socio assistenziale (SAD), così come i ricoveri presso presidi residenziali socio-sanitari (RSA) e socio-assistenziali per anziani (Case di Riposo) dovranno subire una drastica ristrutturazione per numero e per organizzazione, mentre i costi di gestione non potranno aumentare ed anzi dovranno progressivamente ridursi grazie ad interventi di automazione e organizzazione di sistema.
I costi delle rette delle strutture sanitarie e socio-assistenziali già oggi rappresentano una voce catastrofica per i bilanci familiari (le rette alberghiere variano tra i 65 e i 120 euro per autosufficienti e non-autosufficienti, una spesa variabile tra 1.950 euro e 3.600 euro mensili, solo per una parte contingentata a carico della Regione).
A questo problema si è cercato di ovviare con le indennità di accompagnamento, che tuttavia non sempre sono una soluzione in relazione all’organizzazione della famiglia, alle esigenze abitative degli anziani e cosi’ via. Il Veneto eroga oggi una indennità di accompagnamento al 10,4% degli anziani oltre 65 anni, e quindi a quasi 65.000 persone.
Il sistema di ADI e SAD sta attualmente entrando in crisi: i costi eccessivi di gestione marginalizzano le persone con bisogni, che però non sono minimamente in grado di accedere al sistema dati i costi elevatissimi. Tra il 2005 e il 2013 il costo della spesa pubblica per il sistema LCT è aumentato da 15,4 miliardi a 20,5 miliardi di euro, e nei prossimi anni aumenterà ulteriormente, specie con riferimento alle indennità di accompagnamento e alla spesa sociale dei comuni, ma il sistema appare largamente insufficiente a fare fronte alla domanda di assistenza sanitaria e socio-assistenziale agli anziani: essa viene affrontata principalmente tramite la spesa privata degli anziani stessi, ad esempio attraverso l’impiego di oltre 800.000 badanti.
La crisi economica sta spingendo numerose famiglie ad assumersi in proprio l’onere della cura diretta dei parenti anziani non autosufficienti, con il rischio di effetti psicologici gravi e talvolta di cure inappropriate o insufficienti.
Il ricovero, infatti, costringe le famiglie a ingenti sacrifici e al depauperamento dei patrimoni familiari, soprattutto in questo momento in cui il mercato immobiliare sia per la vendita che per gli affitti impedisce la conversione in liquidità di beni accantonati nelle fasi precedenti.
Quando – come in questo caso – si registrano da alcuni anni significativi rallentamenti di spesa e di intervento di Comuni e Regione, si rende evidente la necessità di comprendere i fenomeni in atto e la loro portata, e pensare a nuovi sistemi per affrontare il tema dell’assistenza agli anziani – che presto diventeranno parte rilevante della popolazione.
Secondo gli esperti – la scarsità di risorse può rappresentare un incentivo alla riorganizzazione dei servizi e delle relazioni tra i soggetti del territorio: non basta, tuttavia, pensare di impiegare le risorse esistenti in quanto occorre a monte un ripensamento complessivo del ruolo dell’anziano, della sua modalità di vivere e consumare, nonchè di relazionarsi con il resto della società nei prossimi anni. Essi saranno caratterizzati da un graduale aumento dell’età media, e quindi del carico di anziani sul totale della società: per essi occorre un nuovo ruolo e nuove modalità di aiuto e assistenza, basate anche sul volontariato.
L’istituzionalizzazione dell’assistenza sanitaria e sociale, infatti, genera un aumento drammatico di costi e crea dipendenza tra istituzioni ed anziano, che diventa un malato istituzionalizzato e quindi un problema, anzichè una soluzione.
Potrà ad esempio la tecnologia offrire soluzioni potenziali attraverso la robotica, come sembrano suggerire alcuni (vedi il Sole 24 Ore 2016-07-24-1 e 2016-07-24-2, oppure il percorso sarà più tradizionalmente legato ad un supporto alle famiglie attraverso il volontariato organizzato? Una soluzione non esclude l’altra, ma senza dubbio si dovrà lavorare ad una società più consapevole e responsabile, più solidale sotto il profilo generazionale.

In questo articolo abbiamo dimostrato che immigrazione e invecchiamento, ben lungi dall’essere problemi contingenti o avviati a soluzione, appaiono due dei principali problemi per la continuità stessa della vita sociale e dell’organizzazione in Italia e in Europa.
Su questi temi va sollevato un dibattito approfondito, aperto a contributi interdisciplinari, anche al fine di individuare percorsi di soluzione che – nella migliore delle ipotesi – richiederanno anni e anni di investimenti per formule di co-housing, automazione dei controlli, sistemi di ausilio e sostegno alle famiglie, educazione, prevenzione. Oltre naturalmente alla questione pensionistica, che offre un tasso di conversione della retribuzione in pensione non oltre il 60% dell’ultimo reddito annuale, costringendo gli anziani ad un ulteriore sforzo di risparmio – e quindi di austerità – negli anni immediatamente anteriori al pensionamento.

Gli effetti della globalizzazione

La globalizzazione colpisce i paesi europei e l’Italia non solo con l’immigrazione, ma anche e soprattutto con l’aumento delle disuguaglianze; la classe media nel mondo occidentale va svanendo, ed il suo reddito non è cambiato significativamente negli ultimi vent’anni.
I grandi ricchi, che occupano il 10% più elevato della distribuzione del reddito tra la popolazione, hanno visto le proprie condizioni migliorare sensibilmente: essi controllano oggi oltre il 50% del reddito complessivo del paese. E’ comune sentire che l’ultima volta che il mondo ha visto questa situazione fu negli anni ’20, appena prima della grande depressione. Nel periodo della ripresa economica dopo il secondo conflitto mondiale, e cioè tra il 1950 e il 1970, il 10% più elevato controllava non oltre il 15% della ricchezza totale. La concentrazione della ricchezza in poche mani provoca riduzione netta dei livelli di consumo: se la gente non risparmia, non può fidarsi di consumare e perde fiducia nel futuro, e questo è esattamente ciò che sta accadendo in molti paesi emergenti e sviluppati.
Non si tratta solo delle retribuzioni manageriali, l’eccesso di liquidità circolante e il breve periodo creano gravi distorsioni della ricchezza e caduta degli investimenti.
Rispetto ai tempi della Grande Depressione, negli ultimi dieci anni la caduta dei consumi e la deflazione sono risultati più sfumati solo grazie alla grande disponibilità di credito al consumo e carte di credito, e all’enorme capacità delle banche e delle banche centrali di alimentare i consumi con emissione di denaro liquido, riducendo i  tassi di interesse allo zero.
Ma la classe media ne è uscita comunque “decapitata”: questo strato sociale ha sempre rappresentato una àncora di stabilità in tutte le società antiche e moderne.
Quando quest’àncora viene rimossa, il risultato è sempre un netto spostamento politico verso destra o verso sinistra, e la tendenza ad una netta polarizzazione  politica: la crescita di populismi, nazionalismi e altri movimenti fortemente ostili all’organizzazione sociale sono il diretto effetto di questa polarizzazione.
La crescita del debito, sia pubblico che privato, può rappresentare un elemento fortemente critico per la stabilità del sistema economico globale: in uno scenario come quello delineato, nessuna nazione, giovani, anziani, immigrati, potrà sentirsi al sicuro in nessuna parte del mondo, soprattutto con debiti superiori al 100% del PIL.
La crescita sta ristagnando in tutto il mondo, al punto che da molte parti si parla di “stagnazione secolare”: ciò che accade è che la quantità di liquidità in circolazione è aumentata a tal punto che risulta indifferente la disponibilità di credito. Cioè, appare evidente che il denaro è disponibile, ma non viene utilizzato. Viene diretto ad attività speculative con la ricerca di rendite elevate, spesso caratterizzate da iniquità d’impiego, oppure parcheggiato nei bilanci delle banche centrali e delle banche private, investito in titoli di stato che rendono zero o addirittura un interesse negativo.
La ricerca di rendite speculative per il denaro impegnato a rischio rende sempre più difficile e critico l’investimento in infrastrutture: il piano Juncker del 2014 da 300 miliardi non è ancora decollato in Europa, e si assiste ad una stagnazione di tutti gli investimenti infrastrutturali nei paesi emergenti, sia europei che extracontinentali in quanto il lungo periodo (20-30 anni) non rientra nella logica speculativa della finanza.
Qualcosa però si sta muovendo: se i tassi di interesse sulla liquidità cadono ad un livello molto basso, subentra una significativa convenienza a togliere il denaro dai sistemi bancari per impiegarlo nelle attività economiche e nei consumi, riducendo il ricorso al credito. Tassi di interesse molto negativi provocheranno il fallimento delle banche, che non potendo lucrare nè sui patrimoni nè sui prestiti, saranno costrette a ridimensionare pesantemente le proprie strutture organizzative.
Con il venire meno della fiducia, i comportamenti di consumo della popolazione potrebbero mutare radicalmente: le persone potrebbero rifiutare di spendere e investire anche a tassi di interesse molto ridotti: l’nvecchiamento della popolazione, la disoccupazione dei giovani, la difficoltà ad avviare nuove imprese e ad assumere rischi a causa della burocrazia e dell’ossessiva pressione fiscale potrebbero portare ad una progressiva riduzione della “torta” del PIL e infine ad un blocco reale dell’economia. Per questo è tanto difficile per la BCE oggi sostenere la ripresa in Europa: essa deve fare i conti con una riduzione implicita del PIL dello 0,6% annuo dovuto all’invecchiamento della popolazione, le case e i capannoni che rimangono vuoti, i centri commerciali che si desertificano, i prodotti rimangono nei magazzini. Solo incrementi della produttività possono coprire la caduta autonoma del PIL, ma se i profitti e i redditi vanno in poche mani, e molto concentrate, essi non produrranno mai un aumento dei consumi ed una ripresa. Nel frattempo, la natalità diminuisce e con essa le coorti di giovani lavoratori e consumatori che verranno a mancare in Europa, oltre 20 milioni in dieci anni.

Conclusioni

L’Italia richiede urgentemente cantieri di rifondazione che vadano oltre il breve periodo: un patto ed un piano per l’immigrazione che si proponga di sostituire le coorti di giovani lavoratori mancanti, con una educazione ed un welfare accettabili.
Un patto con gli anziani, che si avviano a diventare una parte preponderante della popolazione italiana ed europea, e dovranno trovare in sè stessi le forze per ridurre la dipendenza sulla popolazione in età di lavoro, aumentare il volontariato e l’autosufficienza, aiutarsi l’un l’altro, condividere l’housing e il tempo libero, se possibile in modo produttivo, cambiando insomma il proprio stile di vita e le proprie abitudini.
Per ripagare il debito occorrerà continuare a fare crescere il PIL , ma questo obbiettivo, conseguibile in condizioni di popolazione stagnante solo tramite l’innovazione e la tecnologia, dovrà essere perseguito con grande attenzione a non aumentare ulteriormente i livelli di disuguaglianza presenti nella società.

L’Italia si trova di fronte ad una grande sfida, che riguarda tutta la comunità nel suo insieme, ma anche le comunità locali che dovranno fronteggiare – anzi, stanno già fronteggiando in modo confuso – le questioni dell’immigrazione, dell’invecchiamento, della disoccupazione e del debito, spesso senza una chiara visione degli obbiettivi e delle soluzioni più adatte nel contesto della globalizzazione.

Padova, 24 luglio 2016

23 settembre 2015: una riflessione su politica, economia e sfide sociali

 

Christaller

Il territorio è andato “global”
Non so se, come dicono alcuni, la globalizzazione abbia raggiungo il “picco”. E’ certo che nessuna interpretazione dell’evoluzione del tessuto sociale veneto può trascurare l’influenza della globalizzazione sociale, culturale ed economica in atto. Essa va analizzata in relazione ai feedback di interazione con i valori sociali e relazionali della comunità locale, in relazione al fenomeno dell’immigrazione e della mobilità intraUE, inclusa quella giovanile, in relazione alla capacità attrattiva del sistema Padova-Veneto: che lavori offre, che professionalità richiede, che stile di vita garantisce, che investimenti richiede, che visione di vita propone.

Il tessuto economico ha complessità reali e blocchi voluti
Il sistema istituzionale sta cambiando: non sappiamo se si tratti delle “riforme strutturali” invocate dalla UE. Certo che dopo il #VWGate ci sarà qualcun’altro che necessita di riforme strutturali, come Berlino e Bruxelles. Di fatto, il sistema economico ha complessità reali legate al fenomeno della “stagnazione secolare”, indotto da un eccesso di offerta globale e dal clima avverso allo stimolo della domanda espansivo tramite il debito. Finanziarizzazione e derivati hanno minato la struttura finanziaria dell’economia globale e le Banche Centrali si trovano di fronte alla difficile domanda, costata a fine settembre oltre 2.000 miliardi alle borse: tassi a zero per vent’anni grazie a facilitazioni monetarie continue o “rate hike” e crollo dei mercati emergenti? La risposta la conoscono tutti ed è colpire la speculazione finanziaria internazionale ma nondimeno questa risulta una soluzione scomoda: significa colpire le elite finanziarie globali che hanno in mano strumenti non convenzionali (bombe atomiche, terrorismo, fondamentalismo) non influenzabili con il GATT o con misure fiscali.
Per questo, ci attende un lungo periodo di shock monetari e terroristici, senza la possibilità che emergano trasparenti gli obiettivi delle potenze economico-militari.

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Quindi, complessità reali (minaccia climatica, eccesso di offerta di beni, squilibri della domanda, guerre valutarie, ambiguità dei sentieri tecnologici, fenomeni come immigrazione, morbilità sanitaria, biodiversità difficilmente governabili) e blocchi voluti (contrapposizione tra blocchi di interessi occulti).

Le coscienze sono infettate dal breve periodo e dai social network
Chi intende fare politica deve prendere coscienza del fenomeno della miopia di breve periodo e dell’influenza dei social networks. La vita politica oggi non è un dialogo razionale e circostanziato. E’ sempre più spesso campo di confronto tra #haters e #fans o #followers. Quindi, non è il ruolo della riflessione e dell’informazione ma del messaggio. La differenza tra informazione e messaggio era già stata chiarita negli anni ’60 da Marshall McLuhan, ma oggi come molti fenomeni essa è anabolizzata, mostruosa, ingovernabile. Il messaggio è enfatizzato, escatologico, mentre l’informazione necessita di linearità e congruità interna.
Sarà quindi difficile proporre all’opinione pubblica una informazione – dati, pretendendo che essa la legga come messaggio.
Su questo tema, come tanti, non si possono avere ricette: la migliore in questo senso era Vanna Marchi che sapeva trasformare da buona artigiana PMI italiana una informazione in un messaggio. Molti politici fanno così oggi: la maggior parte dei casi trasformano il nulla, c’è solo il messaggio ma non l’informazione.
Anche in questo senso il 2015 è complesso: come facciamo a chiedere ai cittadini, anche di cultura, di trasformare un messaggio in informazione se l’informazione viene letta da lingue valoriali diverse?
E’ un tema aperto. L’affermazione è retorica, perchè la soluzione è evidente: occorre usare la comunicazione per parlare con la gente, ma la comunicazione implica assunzione di responsabilità. Il gruppo intende farlo? Anche in questo i Social Network ci hanno tradito, il messaggio è immediato, impone di avere più #fans che #haters.

L’enfasi prevale sulla riflessione, la superficialità sull’approfondimento
Introduco una trattazione da una prospettiva diversa, più “personalistica” che “sociale” del fenomeno dei Social Networks. Anche nella coscienza individuale, oggi, il messaggio enfatico investe completamente il “linguaggio del corpo” dell’individuo. Oggi lingue, coscienze e corpi sono enfasi e non riflessione. Se parlo, urlo – se scrivo, esagero – se presenzio, mi tratto chirurgicamente ed esteticamente. Non esprimo un giudizio sulla validità della “società enfatica”: è un dato di fatto che mi sembra incontrovertibile. Tuttavia, riflessione e meditazione, approfondimento, umiltà, essenzialità dei fini, valori non negoziabili, lealtà, coerenza, mi appaiono oggi concetti desueti, considerati “fuori moda” anche quando li si impiega nel dialogo collettivo.
Non tutti ritengono la lealtà o l’umiltà un valore, i valori non negoziabili indicano rigidità, la coerenza inflessibilità, l’essenzialità dei fini un appello ad una trascendenza rifiutata, ad una sacralità incomprensibile. Tutto è relativo. La mia è una domanda: da che parte cominciare?
La rivoluzione digitale ha introdotto il modello del documento di 500 pagine in PDF per spiegare un problema che non impiega più di una frase per essere posto. Come facciamo ad avere letto 82 milioni di emendamenti alla legge sul Senato prima di decidere?

Le priorità sono a spinta egotica, la dimensione sociale è subordinata all’individualità
Tutti dicono pochi ascoltano. Questo fenomeno rappresenta un problema enorme. A me appare chiaro che nella maggior parte dei casi l’unico legante, l’unica grande lingua comune è il numerario fiduciario, la sua quantificazione nei conti correnti, nei crediti, nei debiti, nelle aspettative, nelle manovre finanziarie. Ad esempio, non si fa un DEF per migliorare la qualità dei servizi pubblici, incrementare i livelli di assistenza sanitaria, aumentare l’occupazione, ma si fa per tagliare le spese agli Enti Locali, tagliare la spesa sanitaria, ridurre le tasse alle imprese. Tutto è basato sul numerario fiduciario, anche le relazioni internazionali.
La dimensione monetaria delle priorità si trasferisce anche a livello personale: le coppie si separano per motivi economici, i figli ricevono una educazione rapportata al ceto e alla capacità di spesa, il contrattualismo domina ogni aspetto della vita sociale: io cosa ci guadagno?
In questa monocultura, la dimensione sociale è subordinata all’individualità. L’individuo persegue la massimizzazione del proprio reddito e della propria gratificazione sociale, che poi significa la stessa cosa fatta eccezione per pochi “performers” artistici o sportivi, i quali comunque vengono misurati economicamente… ma “la società” viene proprio perduta, diventa elemento non essenziale perchè anch’essa, come i concetti di cui sopra, viene percepita come limitazione all’individuo. Posso avere delle ipotesi in ordine alla risposta possibile (una, ad esempio, è quella quotidiana promossa dal Papa Francesco). Ma come si traduca in precetti comportamentali quotidiani per un gruppo che voglia candidarsi a gestire la società locale o il paese, su questo non ho idee chiare.

Per una nuova politica, ricucire la frantumazione relazionale (non sociale) è la priorità
La frammentazione relazionale appare, quindi, una emergenza della società odierna. Non è  la prima volta che ciò accade nelle società occidentali post-belliche. Dall’inizio dell’industrializzazione, il dissidio generazionale è stato più frequente della continuità generazionale. Oggi anche queste sfide sono attuali, con qualche aspetto escatologico nelle differenze tra generazioni – oggi quella dei millennials – e le suggestioni dettate dall’evoluzione tecnologica e scientifica (vedi ad esempio http://www.kurzweilai.net/
Ciò che mi appare chiaro, è che il primo obbiettivo per un gruppo che intende discutere progetti sociali, è ricucire la frantumazione relazionale: provare a parlare una lingua omogenea, laica, liberal e flessibile ma non valorialmente relativista, che consenta di “tradurre informazioni in messaggi” e “tradurre messaggi in azione”. Collegati a questi passaggi stanno quelli inerenti la “reputazione personale dei soggetti” e la “pertinenza oggettiva delle informazioni”.
Mi rendo conto che questi concetti sono un pò ostici. Cerco di tradurli in modo semplice: occorre che il gruppo sappia leggere la realtà in modo omogeneo raggiungendo un credibile consenso su alcune questioni fondamentali, quindi elaborare degli obbiettivi e trasferirli a gruppi rilevanti di opionione. Requisiti indispensabili sono la reputazione individuale professionale e morale, e la contingenza delle informazioni trattate.

Chiarire il rapporto pubblico-privato è presupposto per un dialogo costruttivo
Ultima riflessione è sintesi di quella che ho cercato di trasmettere nell’intervento al convegno del 23 settembre: secondo il mio punto di vista l’avvento della crisi dell’Euro segna il picco della welfare society europea. Picco e non declino: il problema è come coniugare la domanda di welfare society (essenzialmente educazione, salute e pensioni) con la sproporzione tra pubblico e privato. Oggi il pubblico drena risorse fiscali che trasferisce ai cittadini sotto forma di discutibile welfare. Scarsa responsabilità e specificità del pubblico, e debole attitudine sociale del privato rappresentano elementi evidenti del deterioramento della convivenza sociale.
E’ difficile oggi rinunciare a motivazioni che indicano nel sindacalismo e nel contrattualismo sindacale uno dei maggiori vincoli al rilancio dell’economia e della qualità della vita e dei consumi in Italia e buona parte d’Europa. D’altra parte, le caste “private” capaci di controllare beni e servizi essenziali – o anche semplicemente di appropriarsene illegalmente – evidenziano che non è così semplice ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società senza fare in modo che qualcun’altro vi sia obbligato ad assumersene la sostituzione.
Più che sostituzione, piace pensare alla sussidiarietà.
Che significa sussidiarietà tra pubblico e privato? In alcune aree questo significa collaborare (investimenti pubblici collegati e affiancati a investimenti privati, attraverso accordi che tengano conto di costi, benefici, nimby e lungo periodo). In altre aree, significa vero e proprio recesso dello Stato e avanzata del privato, che assume così compiti molto simili al welfare e all’assistenza nel proprio diretto e immediato interesse (ad esempio le imprese con i lavoratori, il volontariato con i cittadini, ecc.).
Ecco, non vorrei sbagliarmi ma mi pare che porre il duplice problema di una “nuova conciliazione” tra generazioni (‘900 e millennials) e tra istituzioni (Stato, Enti Locali, Imprese e Associazioni), con un occhio rivolto anche alla riconciliazione geografica di senso e ruoli del territorio provinciale, comprendendo la portata delle interazioni e i nodi essenziali su cui operare, potrebbe essere un ambizioso programma culturale per l’Associazione.
In questa chiave anche il ruolo, il futuro dell’industria manifatturiera veneta, il senso e il valore delle start-up, tutto va misurato in rapporto alla relazione pubblico-privato e al suo senso nella società italiana e veneta odierna.

Padova, 26 settembre 2015