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Giusto due idee per i candidati alle prossime elezioni amministrative

Amedeo Levorato

PREMESSA

“Due anni di pandemia hanno messo in evidenza fattori critici fondamentali maturati nell’ultimo decennio nella società italiana – e occidentale. Tra questi fattori, l’irrazionalità e sfiducia nei confronti del sentire comune verso scienza, progresso e democrazia, espressi sotto forma di complottismo e false credenze. Un secondo elemento posto in evidenza dal CENSIS è la “crisi della ripresa”, cioe’ la difficoltà con cui l’Italia sta affrontando l’importante fase post-pandemica, stretta tra fattori geopolitici ed energetici, ma soprattutto ostacolata dall’inverno demografico, l’aumento del numero di pensionati e anziani, la carenza di coorti giovanili con prospettive concrete di futuro e stabilità. Infine, le situazioni critiche create dalla pandemia nella scuola, nella sanità, nelle famiglie, la condizione femminile e quella imprenditoriale, anche alla luce del fenomeno della disinformazione e aggressività dei social network, che pur essendo virtuali, producono un effetto reale sulla società in termini di confusione, spiazzando le occasioni di confronto, sostituendolo con l’aggressività, l’ingiuria, lo scandalismo e la calunnia, e mettendo in crisi la forma di autogoverno basato su democrazia e partecipazione.”

CENSIS: “Rapporto 2021 sulla situazione sociale del Paese” (1° dicembre 2021)

Il presente articolo vuole rappresentare una nota priva di polemica e costruttiva, collegata alle imminenti elezioni amministrative, che l’Autore mette a disposizione dei candidati e delle loro liste, senza presunzione di esclusività, ma solo con la finalità di favorire un confronto e un dibattito ragionato su alcuni temi che travalicano la “vita quotidiana”, i marciapiedi e l’asfaltatura delle strade che appaiono servizi scontati, ma nel lungo periodo influenzeranno il modello di sviluppo economico, infrastrutturale e sociale delle città e dei borghi italiani. I ragionamenti formulati, perciò, possono risultare utili anche ad altri contesti urbani che si apprestano alla contesa elettorale.

Dopo un anno di significativa ripresa (PIL 2021 +6,6%, rispetto al -8,9% nel 2020), la società e l’economia italiane sono arrivate ad una fase di recrudescenza del virus (la “terza ondata”) tra novembre 2021 e febbraio 2022, sperimentando un rallentamento della crescita. Il venire meno sostanziale dell’emergenza pandemica ha incontrato il rapido affacciarsi dell’inflazione prezzi dell’energia e materie prime, e l’esplosione della tragica contrapposizione geopolitica tra Russia e Ucraina, prefigurando un repentino avvitamento della situazione socio economica europea, e un sensibile preludio al rallentamento economico. Al momento in cui viene scritto questo articolo, sono compresenti i tre fattori: esplosione dell’inflazione prezzi delle materie prime e dell’energia, guerra aperta e rischio militare geopolitico, rallentamento economico a partire dai consumi.

In questo contesto, molte amministrazioni comunali, tra cui quella di Padova, si avvicinano al termine del mandato amministrativo quinquennale e si preparano al rinnovo del Consiglio Comunale (32 consiglieri) e della Giunta Comunale (da 8 a 10 componenti oltre al sindaco, eletto direttamente dai cittadini), che dovrà amministrare un difficile periodo 2022-2027, caratterizzato dalle svolte internazionali e nazionali in atto, e dal difficile completamento degli impegni assunti per gli investimenti finanziati dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), finanziato dall’Unione Europea.

Si pensi, a tal fine, che solo per fare un esempio, in tutta Italia entro il 31.12.2026 dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere progettati, realizzati e conclusi i lavori infrastrutturali finanziati dal PNRR. A Padova, oltre agli innumerevoli progetti pubblici e privati finanziati attraverso i bandi divulgati nel sito “Italia Domani”, il PNRR aggiunge alla già progettata nuova linea tramviaria SIR 3 da Stazione FS a Voltabarozzo tangenziale uscita Ponte San Nicolo’ per circa 11 km., quella molto più lunga, 18 km. da Rubano Centro a Busa di Vigonza con collegamento a bretella per il nuovo Policlinico universitario a Padova Est, che non è ancora stata progettata (esiste solo il progetto originale della rete, del 2001, che ha rappresentato, insieme al relativo aggiornamento la base utile per il conseguimento del finanziamento). Le due opere valgono complessivamente quasi 350 milioni di euro.

Nel 2026, quindi, la città dovrebbe ereditare una rete tramviaria completa di oltre 40 km., come progettata nel 2001 con l’estensione nei comuni contermini, con oltre 8 linee “mappate” sulla rete, che permetteranno di attraversare la città da Nord a Sud, da Ovest a Est e nord Est, consentendo di trasportare oltre 45.000 passeggeri al giorno, portando la mobilità su trasporto pubblico oltre il 25% degli spostamenti orari (165.000 medi) nel comune di Padova (dati del progetto di fattibilità 1.12.2021 Comune di Padova Settore Urbanistica e Mobilità), per poi crescere sensibilmente, con una significativa incidenza sulla vita della città in quanto i cantieri SIR 3 partirebbero solo a fine 2022, mentre quelli SIR 2 non prima del 2024, con una forte concentrazione di opere civili concentrate nel 2024-2026, destinati a influenzare la vita della città, sulla base della “pesante” esperienza condotta nella realizzazione della Linea SIR 1, realizzata tra il 2004 e il 2010, con l’apporto diretto di chi scrive, quale amministratore delegato e presidente di APS Holding dal 2007 al 2014.

Il Tema sociale

Prima di procedere con l’importantissima analisi relativa alle infrastrutture (investimenti che mancano da quasi 10 anni in città), vanno a mio avviso esaminati alcuni elementi fondamentali che caratterizzano la vita socio-economica delle città italiane e dell’intera nazione, che non possono essere sottaciuti, in quanto rappresentano elementi di novità rispetto al passato e un fattore condizionante per la crescita delle città, con riferimento a mobilità, edilizia sanitaria, edilizia universitaria e servizi pubblici.

Si tratta delle modifiche del profilo demografico e sociale, ormai consolidatesi a partire dal 2015, e cosi’ sintetizzabili:

  • “Inverno demografico”: la popolazione diminuisce stabilmente. La popolazione residente italiana diminuisce nettamente dal 2015, nonostante l’apporto migratorio, per il crollo delle nascita di oltre 300.000 unità annue dal periodo del “boom”. La popolazione è diminuita di quasi 2.000.000 abitanti in 6 anni, cioè del 3% dal 2015 (60.661.000) al 31.12.2021 (58.700.000).  Entro il 2050 la popolazione scenderà sotto i 55 milioni (domanda di trasporto, residenza, educazione scolastica, commercio).
  • La popolazione della città è piu’ stabile, ma invecchia rapidamente. La popolazione del comune di Padova è diminuita nello stesso periodo da 210.000 a 208.000 abitanti circa, riducendosi dell’1%. Di questi 60.000 (quasi 1/3) sono anziani oltre il 65 anni e 20.000 oltre gli 80. L’eta’ media della popolazione è superiore ai 47 anni (domanda di sanità, assistenza, socialità).
  • Cresce costantemente il numero di chi vive da solo, ed è la metà del totale. Le famiglie unipersonali sono il 50% del totale, quasi 50.000 su 100.000. 20.000 maschi e femmine nubili tra i 20 e i 40, quasi 17.000 separati e divorziati, 10.000 vedovi, vivono completamente soli (modifiche sostanziali dell’uso della città e dei servizi).

Il picco di crescita della popolazione è passato da tempo, ed anzi la curva della riduzione tende a consolidarsi rapidamente: il rallentamento dell’immigrazione, la pandemia, la continua riduzione dei nuovi nati porta a saldi annuali negativi anche molto consistenti: ben 670.000 in meno nel solo anno 2018, e 405.000 in meno nel 2020 (anche a causa della pandemia).

Alcune città tendono ad invertire la rotta, ma sono solo quelle che per attrattività internazionale ed eccellenza geografica possono permettersi di farlo, attraendo immigrazione qualificata o meno dall’Italia e  dall’estero: Milano (qualificata come una delle 20 principali metropoli mondiali), Roma, capitale; Bologna, per la sua centralità e capacità industriale ed economica regionale. Tutte le altre devono fare i conti con una lenta riduzione, un rapido invecchiamento medio, la denatalità e l’individualismo residenziale. Il Sud e la bassa padana si spopolano.

Questi fenomeni vanno interpretati a fondo, soprattutto con riferimento ai risvolti che avranno nei prossimi anni. Se ne possono citare alcuni, con l’indicazione dei possibili rimedi, tutti molto gravosi e complessi da progettare, finanziare e realizzare:

  • 1/3 di anziani oltre i 65 anni si dividono in sani, portatori di una o piu’ patologie invalidanti, possono diventare non autosufficienti. La rete di risposta a questa domanda di assistenza è in grave difficoltà: la pandemia ha rivelato carenza di addetti, difficoltà di accesso alle RSA. Chi vive da solo oltre i 65 subisce numerosi problemi, la prevenzione è spesso intesa solo come diagnostica e cura medica e farmacologica delle malattie, l’incedere di queste ultime in assenza della famiglia porta alla regola dell’un-due-tre. Alla terza badante si opta per la struttura residenziale, fino alla gestione della non autosufficienza e dell’Alzheimer. Non mancano gli anziani sani fino a 80 anni e oltre, ma in questo caso la solitudine costituisce spesso una ulteriore forma di patologia. E’ altamente consigliabile che chi amministra avvii un censimento capillare degli anziani, e consolidi una rete completa di servizi che non si limiti solo all’intervento sanitario: occorrono reti di coordinamento, una formazione certificata delle badanti, un sistema di assistenza per la manutenzione domestica per impedire incidenti, morti in solitudine, truffe domestiche e situazioni di disagio. Tanto piu’ che la popolazione che vive questa condizione cresce costantemente, e il personale sanitario e di assistenza diminuisce rapidamente. Tutto cio’ anche valorizzando la risorsa anziani, come predicato da anni da Angelo Ferro.
  • Nuclei familiari unipersonali: la mancanza di una rete di supporto sia pubblica che sussidiaria complica pesantemente la vita dei nuclei unipersonali. Quella che appare una libera scelta di vita rappresenta spesso anche un pesantissimo vincolo che provoca disagi e problematiche: le persone impegnate a provvedere a se’ stesse si allontanano dalla vita sociale, non partecipano, sono oberate di impegni lavorativi e personali, spesso trascurano la condizione sanitaria perché non c’e’ tempo per la prevenzione, non si aggiornano e piu’ facilmente, a fronte di difficoltà, vengono espulse dal mondo del lavoro con conseguenze pesantissime. Questo fenomeno si aggrava mano a mano che la popolazione “single” invecchia e non puo’ contare su una rete familiare di sostegno. Tralasciando le persone con patologie invalidanti, quali i dializzati, i consumatori di sostanze, le persone in tutela psicologica. I servizi sociali del Comune e della ASL sono costantemente sottodimensionati rispetto alle esigenze diffuse nel territorio: tutte le problematiche appaiono in costante crescita, perché la società ha subito una diaspora culturale che non permette di affrontare le problematiche con una visione comune e condivisa.  Spesso si è costretti a constatare il venire meno di una situazione “di normalità”, e ci si adatta a condizioni sub-ottimali, con conseguenti ulteriori costi esterni nel breve e nel lungo periodo.
  • A questi fenomeni si affiancano i bisogni crescenti dell’infanzia e delle coorti giovanili, la cui condizione problematica è stata drammaticamente evidenziata dal periodo della pandemia conosciuto come “fase della DAD”. Non solo la DAD ma piu’ in generale il sovrapporsi di comportamenti egotici e  negligenti da parte dei genitori e spesso anche della scuola, ha portato ai nuovi fenomeni di vandalismo, bande giovanili, abbandono della pratica sportiva che tanti danni stanno arrecando alla vita sociale.
  • Infine il sempre presente problema dell’integrazione dell’immigrazione, della sua educazione, della vigilanza per sostenere le famiglie, immigrate e non, percettrici del RdC e non, al di sopra della soglia di povertà economica e sociale, rappresenta uno dei problemi principali del settore sociale dei Comuni. TSO, case occupate, morosità contrattuale delle utenze, elusione fiscale, completano uno scenario preoccupante, e purtroppo in via di aggravamento: si pensi agli effetti dell’ondata di incrementi delle bollette e all’inflazione che, da gennaio 2022, ha cominciato a incidere sulla società italiana dopo vent’anni di inconsapevolezza.

Un volontariato organizzato, professionalmente gestito e “sussidiario”, cioè sostitutivo e integrato nella rete dei servizi pubblici puo’ costituire un validissimo elemento risolutivo: offre milioni di ore gratuite e organizzate a supporto di una finalità pubblica. Una amministrazione concentrata e seria non potrà evitare di porsi il problema sociale come prioritario. Tenendo presente che non basta erogare macchinisticamente le prestazioni rapportandole continuamente alla domanda: è vicino il tempo in cui mancheranno non tanto le risorse finanziarie, ma quelle umane necessarie a continuare a svolgere questa finalità. Si tratta, a mio avviso, di un grande problema che impatta prima di ogni altro l’amministrazione della città e richiede un pesante cambiamento nella natura e consistenza dei rapporti di collaborazione con il volontariato, le famiglie, istituzioni educative e sanitarie, uffici per l’assistenza sociale e per la previdenza, perché senza un grande disegno di rete di sostegno, la società potrebbe crollare di fronte ad una crisi, con prospettive economiche negative, senza un forte riferimento solidaristico, di sussidiarietà tramite il terzo settore, ma anche un razionale impiego delle risorse esistenti, formate e già disponibili per tali missioni.

Sul piano sociale, tra l’altro, prende forma, soprattutto nelle aree metropolitane evolute, un fenomeno chiamato “polarizzazione sociale”: è una differenziazione di vite, redditi, progetti e relazioni, consistente da un lato nella ricchezza di opportunità e crescita per una parte limitata di soggetti giovani, laureati, benestanti individualmente e come famiglia, single, poliglotti e apolidi, mentre dall’altra  languono i diversi strati maggioritari della popolazione: anziani, classe operaia, immigrati, donne, giovani NEET e redditi di cittadinanza, vaste aree di impiego pubblico e privato sottopagato, che non hanno accesso al futuro e vivono come limitazioni e minacce quelle che il 10% dei piu’ fortunati vivono come opportunità.

E cio’, indipendentemente dal Reddito di Cittadinanza. Il RdC non ammette all’ascensore sociale, anzi lo rende lontano e inafferrabile. La politica nazionale, regionale e locale, devono porsi nel brevissimo periodo il problema di dare una risposta a questo problema, perché rappresenta un gravissimo rischio per la tenuta sociale e – nelle attuali delicate condizioni di ripresa, condizionata da fattori geopolitici e sanitari – potrebbe evolvere in sacca silenziosa di malcontento sociale, a lungo termine potenzialmente eversiva, qualora – per motivi anche non direttamente imputabili alla politica nazionale e locale – diventassero esplosive alcune attualissime minacce: l’inflazione energetica e dei prezzi dei beni con bollette non pagabili e crescente indebitamento e fallimento individuale e familiare; effetti a breve e lungo termine del cambiamento climatico come aree esondabili, siccità, abbandono; le conseguenze di decennali accumuli di inquinamento come i PFAS, smog, degrado della biodiversità; la caduta dei livelli di assistenza sanitaria, territoriale e acuta; l’inverno demografico e il citato incremento oltre il 35% della popolazione degli anziani over 65. Ha destato scalpore una analisi dell’ufficio statistico del Comune di Padova che metteva in evidenza come oltre il 50% dei nuclei familiari residenti in Comune di Padova al 2020 fosse individuali, cioè composti da un solo membro. Questi fattori appaiono ai piu’ – soprattutto il 90% della popolazione collocata nelle fasce di reddito medie e basse – come vere e proprie minacce vitali, rifiuto del futuro, e rischiano di bloccare la positività e lo stesso ciclo di ammodernamento sociale e civile della comunità cittadina. Il mantenimento di livelli adeguati di servizio pubblico e ambientale, cosi’ come la tutela della parità di accesso ai diritti, risulta essere un impegno prioritario di chi amministra la cosa pubblica.

Particolare cura amministrativa, sotto il profilo antropologico e sociale va attribuita, in questa fase post-pandemica, alle agenzie educative in crisi: famiglie, scuola primaria e secondaria, istituzioni culturali e religiose. E’ l’individualità umana e la sua dimensione sociale che va salvaguardata in questa crisi, e posta al centro dell’azione delle istituzioni, evitando ogni burocrazia penalizzante, per garantire la riproduzione sociale e la conservazione del patrimonio conoscitivo e collettivo, contro l’alienazione della fuga all’estero e della desertificazione sociale. L’esperienza della DAD e dell’epidemia ha messo in crisi il luogo naturale di relazione sociale che è la scuola, da quella dell’infanzia fino alla superiore e all’università.  Le istituzioni politiche ed amministrative dovranno attribuire alla scuola, alla loro ristrutturazione, valorizzazione, comodità, accessibilità, modernizzazione e innovazione una attenzione particolare, con ingenti investimenti, tali da trasformarle in luoghi di relazione e progettualità competitivi rispetto ai centri commerciali, che oggi ne sono antagonisti virtuali. Va anche richiesto alla struttura commerciale della GDO un investimento diretto e privato ed una attenzione al sociale e alle giovani generazioni, per moralizzarne i comportamenti ed evitare la crescente devianza che mette in difficoltà la vita sociale.

Spazi importanti di valorizzazione umana, sia per il lavoro che per il tempo libero e la cultura, vanno progettati e mantenuti anche per gli anziani, dai centri diurni a veri e propri laboratori sociali di collaborazione e relazione, in una logica di valorizzazione dell’età della pensione con finalità sociali, sottraendoli alla solitudine e all’assenza di cure che – nel periodo pandemico – ha messo in evidenza vere e proprie tragedie della solitudine, malattia, morte. Le istituzioni di cura e riposo (Fondazioni e Pie Opere) e quelle di volontariato come la CRI possono validamente rappresentare le strutture con cui realizzare una rete di “cura e assistenza” nel territorio degli anziani domiciliati a casa propria, affermando la residenzialità familiare come una scelta valida, se possibile assistita dalla famiglia, per valorizzare l’apporto dell’anziano sano o debolmente affetto da patologie, ad una vita sociale che per gli anziani stessi rappresenta l’unica ancora di appoggio e di gratificazione nella prima fase pensionistica e nell’anzianità avanzata in condizioni di autosufficienza. Analogamente, occorre un intervento diretto nel rilevantissimo mondo dell’assistenza domiciliare, che è dominato dalla precarietà, dalla mancanza di formazione di improvvisate badanti, da situazioni di vero e proprio degrado, difficilmente vigilate e controllabili ai servizi sociali. In questo campo occorre un investimento rilevante del servizio pubblico, ove possibile coordinato con sistemi di sussidiarietà e volontariato (assistenza domiciliare, amministratori di sostegno, team di aiuto in aggiunta a pulizie, consegna pasti e vacanze).

Il constatato fenomeno di ristagno e invecchiamento della popolazione eserciterà significativi cambiamenti della domanda di consumi e beni da parte di famiglie e individui. La capillarizzazione della grande distribuzione organizzata in decine di supermercati e reti di consegna a domicilio, dopo un periodo di intensa concorrenza prezzi, si tradurrà in una profonda revisione del modello territoriale. Anche con una popolazione anziana e declinante, occorre un degno progetto di futuro, se non altro per gli italiani che ci sostituiranno.

Ma ancora più rilevante, alla luce dell’imminente crisi energetica scatenata dall’inflazione e dalla guerra in Ucraina, appare la questione legata alla gestione dell’immenso patrimonio edilizio residenziale, buona parte del quale ormai obsoleto. La misura di politica fiscale conosciuta come Ecobonus e Superbonus (50-65-90-110%) appare ora come la “punta di un iceberg” che permette la ristrutturazione del patrimonio edilizio in prospettiva solo ai piu’ abbienti e con maggiore disponibilità finanziaria, con il risultato che si ristrutturano case e facciate già adeguate, mentre si degradano progressivamente interi quartieri, vuoi per la mancanza di risorse economiche familiari, vuoi per l’incapacità di interi complessi condominiali di raggiungere proficui accordi per la ristrutturazione e l’adeguamento energetico e ambientale.

E’ diffusa la convinzione che alla fine della misura straordinaria – comprovatamente disastrata da quasi 4 miliardi di abusi e violazioni su 12 miliardi spesi sinora – il piu’ ampio patrimonio immobiliare residenziale popolare e di villette uniche, sparse, bi e piu’ familiari, rimarrà ancorato alla Classe G. Un problema rilevante ce l’hanno anche i centri storici, per l’impossibilità di ricorrere alle rinnovabili e per le difficoltà legate alla gestione delle controversie di confine e paesistiche nei Comuni. Chi si appresta ad amministrare dovrà forzatamente porsi un problema di grande riconversione del patrimonio residenziale e abitativo, espansione degli spazi verdi, tutela ambientale dai fenomeni climatici (esondazione, allagamenti, sparizione dei boschi urbani, inquinamento). Si tratta di una sfida che non puo’ essere affrontata solo con gli strumenti tradizionali del mercato: un enorme parco abitativo perderà la caratteristica di abitabilità e fruibilità economica (le classi F e G). Secondo i desiderata dell’Unione Europea addirittura potrebbe diventare non affittabile e non vendibile nel 2030, domani.

E’ ora di cominciare a restituire alla città parte di quell’enorme drenaggio di risorse rappresentato dall’IMU, quasi 75 milioni di euro annui a Padova, che sono stati usati come entrata tributaria, ma in pratica sono stati sottratti per vent’anni alla manutenzione straordinaria degli immobili, lasciando un patrimonio edilizio (sia residenziale che industriale) depauperato, fatiscente, e non piu’ un grado di conservare la funzione di riserva di valore e fonte di reddito. Vi sono stime che, dal 2009, il patrimonio immobiliare complessivo dell’Italia abbia subito una svalutazione prezzi superiore ai 500 miliardi di euro. Per relazione, 50 miliardi nel Veneto e 5 miliardi solo a Padova. Difficile pensare che si possa procedere con il tasso di espansione delle nuove costruzioni attualmente sostenuto dalla “droga” dei bonus, mentre invece occorrerebbe una visione complessiva della domanda e dell’offerta di residenzialità, mobilità e servizi, che al momento non esiste. Un primo tentativo è stato portato avanti con il Piano Boeri, che pero’ si è caratterizzato per una visione minimalista del cambiamento (verde ai margini, servizi a 15 minuti), ma stenta a dare un ruolo e una immagine di capitale regionale alla città.

C’e’ anche da affrontare il tema di un equilibrato modello di sviluppo urbano, che non puo’ limitarsi ad assistere all’invasione di megastrutture universitarie e sanitarie, ma deve necessariamente essere temperato e modellato in un Piano Regolatore Generale che – oltre ai servizi sanitari ed educativi – consenta spazi di residenzialità e all’ambiente non marginali e non di contorno alle infrastrutture primarie. Oggi l’ambiente nutre la società, ma ben presto dovrà accadere il contrario, se non si vuole esaurire definitivamente una risorsa – il territorio e l’ambiente – non rinnovabili in tempi brevi, e abbastanza pregiudicati.

Il modello economico

I primi vent’anni del XXI secolo hanno confermato la presenza di vincitori e sconfitti nell’economia veneta aperta alla globalizzazione: il modello non è piu’ quello “tutto vincente” dell’età dello sviluppo, basato sull’abbondanza di mano d’opera e di spirito imprenditoriale (e sulla tenue pressione fiscale e una domanda interna favorita dall’economia relativamente chiusa alla concorrenza). L’invecchiamento progressivo della popolazione, la complessità dell’economia e, da ultimo, gli anni della pandemia hanno messo in evidenza che alcuni degli sconfitti vanno necessariamente aiutati nelle fasi di crisi, mentre per altri – soprattutto a quelli capaci di una potente spinta innovativa sociale e tecnologica – vanno individuate modalità di trasformazione, modernizzazione e individuazione di percorsi nuovi, a contatto con una innovazione anche finanziaria non casuale, che chiede omogeneità e apertura nell’alveo dei bisogni delle società europee e globali. Va detto subito che – in generale – la società veneta ha ottenuto importanti opportunità dalla globalizzazione: la sua struttura piccolo-medio imprenditoriale si è significativamente evoluta. Il mantenimento di una specializzazione manifatturiera ed industriale solida, la seconda in Europa, forse superiore a molte aree della stessa Germania, ha permesso una ripresa rapida dopo la pandemia e il conseguimento di importanti successi in termini di esportazioni e di mercati. In questa fase l’intero mondo è diventato destinazione delle merci venete, dall’Asia, al Sudamerica, ai tradizionali partner degli Stati Uniti, al Giappone, al Medio Oriente, alla stessa Africa e alla Cina. Individualità, intraprendenza e saper fare hanno permesso una nuova fase di industrializzazione con l’inserimento delle aziende venete e del Nord Est nelle filiere globali della moda  e della produzione di massa, dal farmaceutico all’elettronica, dall’automazione alla refrigerazione, dal lusso all’abbigliamento, dalla conversione ambientale al trattamento di acqua, energia, rifiuti, con dimensioni che superano di gran lunga il passato e mercati che si misurano in miliardi di euro. La lista dei primati è molto rilevante e segna uno sviluppo corale di tutto il territorio, con significativi fenomeni di ritorno da paesi emergenti, anche se non mancano aree di crisi, e minacce immediate, provocate dall’inflazione dei prezzi e dell’energia, e dalle minacce di guerra.

Università, produzioni tradizionali che incorporano innovazioni, informatica e terziario avanzato, progettuale e realizzativo, contribuiscono a individuare e sviluppare i caratteri di eccellenza delle imprese del nordest ed anche di quelle padovane, offrendo opportunità di lavoro stratificate e complesse, con una continua rincorsa del sistema educativo, a corto di risorse e spesso anche di vocazioni (giovani, immigrati, riqualificazioni).

Ma le strozzature del sistema per queste strutture produttive sono sempre dietro l’angolo e potrebbero trasformarsi in problematiche logistiche, di mercato con riflessi globali, nel caso in cui una improvvisa crisi internazionale dettata dal venir meno delle fonti energetiche oppure da crisi di natura geopolitica portassero a situazioni di criticità. Analogamente, l’inverno demografico sta già influenzando l’occupazione, rendendo difficoltoso il reclutamento e scarsissima la disponibilità di professionalità idonee.

L’ente locale e l’amministrazione pubblica non possiedono, in questo campo, grandi strumenti di intervento, ma una intesa armonica tra istituzioni, come Regione, Provincia, Camera di Commercio e Comune capoluogo potrebbero validamente sopperire in una crisi riducendo i costi esterni delle imprese e aumentandone la competitività.

Come? Va sviluppata una cabina di regia territoriale per le condizioni di emergenza economica e sociale, ambientale, logistica, delle catastrofi, della sicurezza, va snellito il processo di individuazione delle responsabilità sul territorio, ridotto l’impatto burocratico, la pluralità di letture giuridico-normative tra enti che rende inapplicabili le norme, sia quelle economiche che quelle urbanistiche, valutata l’assistenza allo sviluppo dell’impresa, dei servizi collegati, anziché il sanzionamento sistematico e la punizione per gli errori compiuti, o, peggio, la totale mancanza di controllo con conseguenti abusi e incidenti sul lavoro.

La conservazione del ritmo di sviluppo dipende da un mercato del lavoro organizzato efficacemente, da un afflusso fluido e convinto delle opportunità di lavoro, l’affiancamento in materia di sicurezza da infortuni e incidenti sul lavoro: in altre parole un dialogo non burocratico o solo informatico con le istituzioni e amministrazioni preposte alla vigilanza e autorizzazione in una ottica di valorizzazione delle risorse umane e infrastrutturali presenti nel territorio. Una nuova collaborazione progettuale tra mondo industriale e istituzioni, che in passato ha dato positivi benefici, sfociando in progetti concreti promossi e valorizzati dalle amministrazioni a Roma e in Europa risulta indispensabile per collegare ricerca, lavoro, investimenti e territorio, in una logica di tutela ambientale e di società del welfare oltre che del consumo.

Innovazione, cultura, arte, sport: la cura sociale.

L’alternativa piu’ valida alla deriva consumistica e disumanizzante della società occidentale attuale, in attesa della definizione di una significativa svolta di sostenibilità ambientale e transizione ecologica, per cui occorrono modelli e collegamenti tutt’ora inesistenti (si pensi alla disapprovazione collettiva ad ogni misura di limitazione della mobilità privata), è compito dell’ente pubblico. La destinazione dei rifiuti e il loro uso come risorse, il rappezzo del territorio e la sua manutenzione ambientale e di piacevolezza e fruibilità, la valorizzazione del sistema monumentale e culturale, in una parola la circolarità, ormai da piu’ parti indicata come obbligata (dai 30 obbiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’ONU al PNRR, attraverso transizione ecologica, digitalizzazione, educazione, infrastrutturazione) indica la necessità di priorità alternative alla società di produzione di massa per il consumo, e cioè un percorso verso l’innovazione, lo sviluppo delle competenze ed emergenze culturali, artistiche, sportive e la valorizzazione della cura del territorio come “luogo della vita sociale”. L’applicazione di questi obbiettivi alla struttura della città può condurre ad una dimensione più umana e sostenibile della vita sociale, nel centro e nelle periferie.

Un approccio più significativo ad investimenti in innovazione, cultura, arte e sport permette di fare intravedere una struttura urbanistica, sociale e territoriale più armonica e meno indirizzata al produttivismo fine a sé stesso. Per conseguire questi obbiettivi, occorre una analisi ed una rivalutazione degli introiti fiscali, che negli ultimi anni sono molto lievitati in relazione all’effettiva capacità delle organizzazioni pubbliche di fornire servizi qualificati e risultati apprezzabili a fronte della spesa.

L’insieme delle considerazioni raccolte in questo articolo coglie solo in parte la poliedrica sfaccettatura delle sfide attuali dell’amministrazione della cosa pubblica. Società e città hanno subito una trasformazione radicale negli ultimi vent’anni. Limiti allo sviluppo sempre piu’ stringenti, aumento travolgente dei consumi globali e della concorrenza nella produzione di beni e servizi, ossessiva rincorsa all’innovazione e alla tecnologia, hanno reso sempre più complessa ed esigente la vita urbana, talche’ molti non si ritrovano piu’ non solo nelle abitudini di vita ma anche nel dibattito politico ed economico, diventato via via piu’ complesso e tecnico, ma poco chiaro e trasparente sotto il profilo degli interessi e del confronto. Questa complessità e mancanza di chiarezza, a cui la burocrazia non aggiunge un solo granello di comprensibilità, attraverso la difficile coniugazione di risorse, tempi e i risultati per cui la UE da sempre stigmatizza l’Italia, si pone all’origine della crisi della democrazia. E’ difficile partecipare, non si ha tempo, se si è impegnati professionalmente e culturalmente non si riescono a stabilire basi di confronto accettabili con esperienze e culture diverse. Massimalismo e superficiale approccio ai problemi facilitano l’abbandono della politica e la delega acritica ad altri nella gestione di passaggi delicati e non semplici della vita sociale. Con il risultato che gli stessi sforzi per tenersi lontani dalla politica, danneggiano le attività nel lungo periodo, pregiudicano i progetti, bloccano l’ascensore sociale e producono immobilismo. Ci si augura che il dibattito indispensabile per questa – come per le altre – tornate elettorali amministrative e politiche possa ritornare ad uno sforzo comune e solidale per una società più equa, dinamica e pronta allo scambio e al confronto, inteso come disponibilità a cambiare idea discutendo e riunire gli sforzi per il bene comune.

Padova, 7 marzo 2022

Pandemia e Cultura

Amedeo Levorato *

L’articolo appare nel numero 82, gennaio 2022 della rivista Riflessionline.it

“L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, ne’ infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del PIL, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”.

John Kenneth Galbraith, 1983

L’evoluzione della pandemia Covid-19 ha evidenziato, in luci ed ombre, fin dalla sua esplosione nel febbraio 2020, in Veneto e Lombardia, la centralità dell’Italia nei processi sociali, economici e culturali della globalizzazione. Prime regioni in Italia e in Europa per contagio a Codogno e Vo’, nei quasi due anni trascorsi dall’avvio, a Wuhan, dell’epidemia, le due regioni hanno potuto sperimentare direttamente al fronte le proprie forze e fragilità, come opportunità positive – l’autonomia economica e produttiva – che come negative problematiche – gli assembramenti e le relazioni sociali globali. Dopo la Cina, l’Italia è stata l’iniziale centro della diffusione europea del Covid-19, il luogo in cui per primo si è tracciato un percorso vaccinale fino all’80% e oltre della popolazione, alla ricerca della c.d. immunità di gregge, mentre altri paesi, considerati piu’ moderni e civili, si fermavano al 50-70%. L’Italia è ora di nuovo modello, al centro di soluzioni ma anche di problemi che vedono l’emergere di una quarta ondata – e le relative questioni legate all’inasprimento della contagiosità – e delle opportunità create per le proprie imprese dalla relativamente maggiore distruzione delle catene produttive negli altri paesi europei e in quelli emergenti. Le aziende italiane, meno delocalizzate e più capaci di realizzare prodotto finito, più resilienti nelle catene di approvvigionamento, più orientate a soddisfare mercati evoluti e ricchi, hanno avuto una occasione straordinaria di ripresa che ha visto il proprio successo nel record di esportazioni e di PIL toccato nel secondo semestre 2021 – oltre 580 miliardi di euro di beni e servizi previsti a fine anno, con probabile superamento del risultato 2019.

La pandemia ha sconvolto la vita sociale. Per quasi tutto il 2020 e i primi mesi del 2021, se si eccettuano i periodi estivi, la vita sociale e culturale, ed anche quella economica e produttiva dell’Italia, hanno subito un “secolare” stravolgimento, tra lockdown e allontanamento sociale. Era dalla fine della seconda guerra mondiale, e quindi da almeno 75 anni, che il mondo occidentale non vedeva una tale crisi “sistemica”, capace cioè di mettere in discussione tutto il sistema sociale, produttivo, distributivo, politico ed amministrativo, come è accaduto dal mese di febbraio 2020. Se solo l’epidemia avesse avuto il tasso di mortalità della prima SARS-COV-1, nata in Cina nel 2002-2003, il mondo sarebbe rimasto decimato dalle infezioni e dalle morti. Non è ancora finita, probabilmente non lo sarà mai piu’, ma possiamo dire che le economie più sviluppate, e tra esse sicuramente l’Italia, hanno superato in modo abbastanza efficace questa dura prova, ottenendo un pedaggio di morti 10 volte inferiore a quello dell’epidemia spagnola, cento anni fa, principalmente grazie ai propri sistemi sanitari, alla reazione finanziaria coordinata delle Banche Centrali all’insegna della globalizzazione – differentemente dal 2008 – e al senso di responsabilità collettiva verso la diffusione dell’epidemia, che un secolo fa era assente.

La pandemia ha visto un cambiamento significativo degli atteggiamenti delle persone. Non si vuole qui entrare nelle pur rilevantissime questioni legate ai no vax e no pass, all’onda dello smart working remoto, agli evidenti cambiamenti dell’atteggiamento delle persone con riferimento all’abitare e agli spazi richiesti dall’epidemia, che pure stanno modificando radicalmente i comportamenti di larghe fasce della popolazione. Vogliamo parlare, invece, dell’arte e della cultura, e di come il sistema della produzione artistica e culturale abbia reagito all’epidemia offrendo risposte alle esigenze di benessere delle persone e delle famiglie ansiose e preoccupate del proprio futuro, abbia accelerato rapidamente una fase di significativi cambiamenti resi necessari dal cambiamento sociale e tecnologico in atto, e infine costituisca un importante elemento della ripresa economica in atto, perché rappresenta un valore aggiunto distintivo e storico per l’economia italiana (e veneta) e per il suo ruolo in un nuovo assetto geopolitico ed economico globale.

L’attuale panorama globale è occupato dalle devastanti emergenze del cambiamento climatico e dell’emergenza geopolitica, dettata dal tramonto dell’egemonia americana e dall’emergere del secolo cinese. Il mondo è alla ricerca di maggiore comunicazione e sostenibilità. In questo scenario, la globalizzazione emerge come principale strumento di dialogo tra i diversi poli culturali, etnici e religiosi. La principale strategia di normalità globale riguarda le relazioni economiche e culturali. Cultura ed espressioni artistiche rappresentano gli elementi trasversali che permettono alle popolazioni del mondo di dialogare tra loro in modo costruttivo, di conoscere i propri fini e le proprie radici culturali, di attuare strategie di conoscenza reciproca e approfondita attraverso la diffusione delle produzioni creative, della conoscenza delle eredità storiche e monumentali, delle idee legate alla moda e al consumo, un processo sistemico di conoscenza e osmosi tra i popoli del mondo, che i principali media – incluso Internet e i vari Netflix – toccano solo in modo anonimo e consumistico. Invece, solo un mondo sempre più interconnesso che ambisce a conoscere e interpretare le diversità puo’ permettere di superare i sovranismi, gli ideologismi, gli isolazionismi e i separatismi che acuiscono le tensioni e il pericolo di conflitti.

Nel momento più acuto della pandemia, quando 2,6 miliardi di persone stavano chiuse in casa in attesa di soluzioni farmacologiche e vaccinali all’epidemia mortale del COVID-19, arte e cultura hanno rappresentato un’ancora di salvezza per le persone e le famiglie in lockdown. Secondo una ricerca svolta dalla Fondazione Bruno Kessler in Italia, Romania e Spagna, durante la pandemia sono aumentati gli stati di animo negativi nelle persone, legati ad emozioni come la paura e l’ansia. Alla domanda sulle attività svolte per gestire i propri stati d’animo durante la pandemia, gli intervistati hanno indicato in percentuali altissime il consumo di arte (oltre l’85%) e i contatti sociali con le persone care, quasi il 70%, distaccando di quasi 30 punti percentuali l’attività fisica e la cucina. L’attività più frequente è stata l’ascolto della musica, seguita dal guardare film e leggere narrativa. Quanto alla partecipazione attiva ad attività culturali e creative, i partecipanti alla survey hanno preferito “scrivere poesie e testi, dedicarsi al disegno e alla pittura e alla fotografia. Il contributo delle arti e della cultura al proprio benessere è stato descritto dal 64,2% dei 1.600 intervistati con l’espressione “Mi fa sentire meglio”, dal 42% come “Possibilità di sperimentare bellezza, stupore e trascendenza” e dal 38% come un “Un modo per riflettere sulla propria vita”. Infine tra gli stati emotivi derivati dal contatto degli intervistati con le attività culturali e creative, le categorie emerse più spesso sono “Rilassato/tranquillo”, “Positivo/gioioso”, “Motivato/appagato”, “Senso di benessere, soddisfazione e ispirazione”. Nell’ambito della ricerca, “senso di benessere” ha il significato di una positiva condizione dell’esistenza, caratterizzata da salute fisica e soddisfazione psicologica, in cui le persone e le comunità percepiscono i propri bisogni in un percorso di soddisfacimento e dispongono delle risorse necessarie a perseguire il proprio personale concetto di appagamento, raggiungendo la propria definizione di successo” (“Art consumption and Well being, research report” Fondazione B.Kessler, Cluj cultural Center, Yuste Foundation, 2021, in rete).

In realtà, non sembrava necessario rievocare i fenomeni tragici della pandemia Covid-19 per delineare il ruolo significativo e “salutare” dell’accesso all’arte, alla cultura e alla creatività per il benessere delle persone nella società moderna, caratterizzata da un alto livello di alienazione e spersonalizzazione, accentuato dall’incontro sempre più frequente con culture e comportamenti estranei che richiedono una elevatissima flessibilità, capacità critica, cultura analitica.

Il “sistema artistico e culturale” italiano gode di una protezione costituzionale (art. 9), che si esprime in politiche attive di valorizzazione artistica, culturale, monumentale, urbanistica e paesistica dell’Italia come paese primario nel mondo per eredità storica artistica, culturale e antropologica. Il Ministero della Cultura gestisce diversi Fondi per la promozione della cultura, che rappresenta un vero e proprio “asset immateriale” dell’Italia, ed e’ assistito in tale impegno dalle Regioni – per legislazione concorrente – che esprimono leggi e iniziative volte a valorizzare il patrimonio culturale locale, insieme agli enti locali sottordinati, come Province e Comuni, con l’essenziale partecipazione delle Fondazioni bancarie, cui tale compito è attribuito per legge. Vengono incluse tra le forme “creative” la comunicazione, la produzione musicale e audiovisiva, i videogiochi e il software, l’editoria e la stampa, le arti rappresentative come pittura e scultura e la grafica, la valorizzazione del patrimonio storico e artistico, l’architettura e il design.

Tutti questi ambiti rappresentano un patrimonio nazionale che esula dal “produttivismo industriale ed economico”, in quanto frutto di creatività, ma rappresentano una quota pari al 5,7% del PIL, per circa 84,6 miliardi di euro e 1.450.000 occupati, e contribuiscono ad attivare un moltiplicatore pari a 1,8 – cioè generano un volume in diritti, biglietteria, affari, addetti e produzioni collaterali di servizio pari a 155,2 miliardi di euro, pari al 10,4% del PIL Italiano. La filiera complessiva della cultura, che include anche mobilità, turismo, ristorazione, ospitalità, arriva a 239,8 miliardi, pari al 16,1% del PIL. In questo senso, si comprende attraverso numeri reali che arte, creatività e cultura producono volumi economici consistenti per lo sviluppo del paese, e ne costituiscono un asset paragonabile se non superiore a quello di cui altri paesi dispongono, diversamente dall’Italia, come le risorse naturali, minerarie, forestali (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Russia).

I dati analitici di questo fenomeno sono raccolti in una approfondita analisi che ogni anno la Fondazione Symbola conduce sullo “stato della cultura” in Italia dal titolo “Io sono cultura”, facilmente rintracciabile in rete. Attesa l’affermata grande potenzialità antropologica ed economica dell’arte e della cultura italiane, rimane ora da capire come essa si articola nel territorio.

La consapevolezza che eredità culturale, arte e creatività rappresentano per l’Italia la vera risorsa nell’ambito della globalizzazione, la quale si riflette anche nella creatività e nel design del prodotto manifatturiero, dovrebbe convincere ad ogni livello enti pubblici, enti locali, decisori politici e istituzioni pubbliche e private dell’importanza di dedicare risorse economiche ed umane crescenti per la valorizzazione delle competenze distintive in ogni ambito della creatività, dalla scienza all’arte, per assicurare un futuro ruolo all’Italia e alla sua popolazione autoctona nel quadro globale dell’economia e della cultura.

Il panorama della produzione artistica, creativa e culturale nazionale è fortunatamente ampio, ma vorremmo dedicare alcune riflessioni all’immagine e alle realtà veneta e padovana nel quadro nazionale. Grazie all’intensità delle attività economiche e di quelle artistiche e culturali, Padova e il Veneto si collocano ai primi posti nell’ambito della produzione culturale nazionale. La provincia di Padova si colloca all’8° posto in Italia dal punto di vista del sistema “culturale e creativo”, con una incidenza del 6,1% sul PIL, dopo Milano, Roma, Torino, Arezzo, Trieste, Firenze e Bologna, superando tutte le altre province venete inclusa Venezia. Il Veneto è al quinto posto in Italia, dopo Lombardia, Lazio, Piemonte e Toscana, e sopravanza l’Emilia Romagna: sicuramente la densità universitaria e l’eredità culturale storica del Nordest, crocevia con l’Asia e il nord Europa dalla Repubblica Serenissima di Venezia alla Mitteleuropa dell’occupazione austriaca, favoriscono questo primato rispetto a quello delle capitali storiche economiche dell’Italia, come Lazio, Piemonte, Toscana. Oggi, la storia è sostituita dal potente sviluppo delle relazioni globali, dalla Cina, alla Russia alle americhe al nord Europa. Sorprendentemente, questa ambiziosa posizione conseguita dal Veneto, viene raggiunta con risorse pubbliche non propriamente generose, destinate all’arte e alla cultura dalla Regione Veneto, spesso viceversa così ansiosa della propria autonomia dallo Stato Centrale.

Si prenda ad esempio la destinazione di risorse pubbliche alle attività artistiche e culturali, tra cui quelle teatrali, dello spettacolo dal vivo, della musica, della danza. Tutti hanno visto le sale vuote, l’abbandono del teatro, della musica e del cinema nel 2020-2021. La riduzione di iniziative e spettatori non è riuscita ad annullare la vitalità delle realtà artistiche del Veneto, ma il ritorno degli spettatori e la rinascita della vita sociale culturale richiede ingentissime risorse: mancano sale, strutture, l’occupazione è precaria e priva di certezze. Nonostante tutto, la produzione creativa è forte e consistente.

Fonte: il Corriere del Veneto del 10 novembre 2021.

Purtroppo, dal punto di vista della politica regionale per la cultura e l’arte, il Veneto occupa un non invidiabile ultimo posto in Italia, come rivelato nelle ultime settimane da una indagine condotta dall’AGIS in occasione della definizione del bilancio di previsione 2022 della Regione Veneto. Pur trattandosi di legislazione “concorrente” che si affianca a quella nazionale espressa, appunto, per un diritto al sostegno sancito dalla Costituzione, questa carenza non è meno importante, se si considerano i 17 milioni della cultura nel confronto con i quasi 13 miliardi di bilancio annuo regionale (poco piu’ dell’1 per mille). Come conciliare questa relativa “disattenzione” della politica e dell’amministrazione per il patrimonio culturale, artistico e creativo del territorio, che contribuisce in maniera determinante al successo del “modello Veneto” e ai risultati economici delle esportazioni e del turismo? I turisti a Venezia, Padova, Verona, consumerebbero i pavimenti se non vi fossero monumenti, opere artistiche, teatri, musica, biblioteche, spazi di cultura storica e moderna? In fondo, turisti e consumatori comprano i prodotti veneti per il loro contenuto artistico unico, lo stile, il loro design, la loro eredità culturale e storica e la qualità del prodotto, assicurata dalla competenza e dalla cultura delle maestranze e degli imprenditori. Analogamente, le arti creative (pittura, scultura, scrittura), la musica, il teatro, la danza, lo spettacolo rappresentano altrettante realtà economiche, “servizi” che sono essenziali per assicurare il godimento del turista in viaggio, oppure la scelta del consumatore all’estero, nella fruizione di spettacoli in streaming, registrati, dal vivo – si pensi all’opera musical realizzata da Red Canzian, “Casanova”, sullo scritto del padovano Strukul, e la musica dell’Orchestra di Padova e del Veneto. L’Orchestra, dal canto suo, nel 2020 ha messo tutto il suo patrimonio musicale storico in streaming, attraverso il portale “opvlive.it”.

Da un lato, va registrata l’enorme vitalità ed autonomia della realtà del Nord Est, ma qui sì, in particolare del Veneto. Una predilezione per la cura paesaggistica dei luoghi storici, per la specificità e per lo scambio culturale, per le espressioni artistiche e del design e moda in una dimensione internazionale e “globale”, offerta dall’alto tasso di mobilità di centinaia di migliaia di veneti, dai migranti del ‘900 ai “migranti di ritorno” del 21° secolo, dai migliaia e migliaia di imprenditori internazionali, dall’apertura ad altre culture e altre civiltà che da sempre caratterizza la produzione creativa del Veneto. Questo fenomeno sostituisce, come una vera e propria “sussidiarietà spontanea”, la mancanza di risorse pubbliche e la relativa improduttività della “cultura di stato”, spesso fonte di distorsioni e inadeguatezze. Alcune scelte fatte negli ultimi anni dal Ministro Franceschini hanno contribuito a risollevare i musei nazionali piu’ importanti, come i musei romani, fiorentini, campani, milanesi e torinesi. Questa “rivoluzione” non ha ancora toccato il Veneto, ma Venezia e Padova hanno comunque conseguito una rilevanza internazionale con i propri musei e luoghi d’arte, e con il conseguimento del titolo di patrimonio dell’umanità di Padova Urbs Picta, in aggiunta all’Orto Botanico 1545, da tempo patrimonio Unesco.

Grande vitalità è espressa anche dal mondo della musica e del teatro e della danza, con la presenza in Veneto di ben due Fondazioni Lirico Sinfoniche (l. 800/1967) su 14 in Italia (Teatro La Fenice e Arena di Verona), una Istituzione Concertistico Orchestrale (art. 28 l.800) su 14 in Italia (Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto) con tutto il vasto sistema dei conservatori e delle orchestre locali, tra cui si possono ricordare i Solisti Veneti e l’Orchestra regionale filarmonia veneta, cui si aggiunge l’aspirazione del Teatro Stabile del Veneto (Padova, Venezia, Treviso) a tornare uno dei 7 teatri nazionali con decine di compagnie, centinaia di giovani attori, e il festival Operaestate di Bassano, che ogni anno con oltre 100 eventi attrae spettatori da tutta Italia.
Quattro istituzioni di rilievo nazionale su 35 rappresenta un primato di rilievo per l’arte e la cultura del Veneto nel panorama nazionale, una vitalità che supera e riduce la gravissima carenza di attenzione dell’ente Regione e del finanziamento pubblico locale, dimostrando anche in questo caso una forte sussidiarietà. Nel campo culturale, la leadership artistica e culturale italiana va poi alla Biennale di Venezia (Architettura, Arte, Musica, Cinema, Danza), e questo primato si esprime poi in tutto il territorio del nord est attraverso l’azione di centinaia e centinaia di gruppi teatrali, associazioni culturali, orchestre, cori, festival locali che spesso assumono popolarità nazionale e internazionale, un sistema di imprese che riunisce 22.808 realtà imprenditoriali in Veneto e 274.000 in Italia (2020), di cui 819 nel settore musicale e 2.069 nelle performing arts.

Qual è la finalità di questa carrellata di dati, in gran parte colti da pubblicazioni e statistiche specializzate? Confermare che arte e cultura non sono un onere, né impegni da assolvere con riluttanza, sia da parte dello Stato che dalla parte delle Regioni e del sistema economico, mecenate e committente. Sono, anzi, grandi opportunità sottovalutate e trattate spesso con inconsapevole sufficienza. Da qualche parte nella storia italiana del dopoguerra, arte e cultura sono state retrocesse ad una funzione minore dalla monocultura manifatturiera e dal sistema finanziario, abituati a processare e dare uguale importanza a creatività e rifiuti, a startup e brevetti dell’ingegno e movimentazione di container. Beninteso, agli effetti dello sviluppo del reddito, del territorio e dell’occupazione, i fattori di crescita e occupazione sono tutti ugualmente importanti. Ma arte e cultura possiedono un carattere identitario, una spinta alla crescita personale, artistica, culturale, sociale e morale, promuovono l’individuo e la società che le trasforma in opere d’ingegno, design, rappresentazioni scritte, narrate, recitate, suonate, danzate, e “polarizza” il territorio che la esprime nello scenario globale, dandogli valore economico, identità, diversità, attrattività non solo turistica, ma anche possibile scelta per i giovani di vita, residenza e sviluppo imprenditoriale. Milano, diventata una delle principali 20 metropoli globali in dieci anni, ne è stato un esempio illuminante.

La società veneta è chiamata perciò ad attribuire sempre maggiore attenzione alle proprie espressioni artistiche e culturali. Esse sono la sua risorsa naturale, il viatico per l’affermazione dell’arte e cultura veneta nel mondo, non una forma di arroganza o di primato, ma un modello di diversità e sostenibilità artistica ed espressiva che puo’ diventare un riferimento alternativo ai modelli consumistici, per essere presenti nel processo di globalizzazione in modo meno anonimo e livellato, e più umanista e solidale di quello imposto dal grande sistema dei consumi e dei pervasivi media globali, come i modelli di intrattenimento proposti da Netflix, Prime, Sky. Occorre trovare il coraggio di favorire ed esprimere una dignità artistica e creativa in cui – spesso – Veneto e Italia non sono secondi a nessuno nel mondo.

Padova, 30 novembre 2021

 * Amedeo Levorato, senior manager e consulente d’impresa, è attualmente Direttore Amministrativo della Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto – ICO riconosciuta dal Ministero della Cultura, dopo diversi decenni di esperienza imprenditoriale e dirigenziale.

L’economia e l’impresa dopo la pandemia globale

Nei giorni scorsi l’autore ha tenuto una Zoom Conference con 90 aziende, organizzato da AICE – Associazione Italiana Commercio Estero – per fare il punto della situazione e delle sfide cui le imprese italiane dovranno rispondere al termine della Pandemia COV SARS 2, esplosa nel 2020.
Lo pubblichiamo di seguito, come contributo di riflessione.

Una visione sintetica della situazione economica forse alla metà della crisi globale COVID-19

La condizione dell’economista è estremamente critica: è costretto dalla teoria delle aspettative a scrutare l’andamento delle variabili economiche attendendosi il peggio quando i mercati sono ai massimi e l’euforia imperversa, nell’attesa che le cose possano andare peggio. Ma lo è a maggiore ragione quando le cose vanno davvero male, e potrebbero andare molto peggio.

La situazione è quella che stiamo vivendo oggi: il declassamento del debito pubblico italiano di Fitch a BBB- mette in pericolo centinaia di miliardi di investimenti esteri e nazionali in BTP e BOT italiani: i regolamenti di finanza dei fondi pensione, infatti, prescrivono l’immediata vendita dei titoli che vengono declassati al di sotto dell’”investment grade”, e ci mancano solo due livelli per arrivarci.

Piu’ prosaicamente, le previsioni di Prometeia di Aprile 2020 (“Italy in the global economy Prometeia Brief”) indicano che il calo del PIL regionale, in relazione alle differenziazioni territoriali indotte dall’intensità dell’epidemia di COVID, potrebbe variare dal -7% del sud al -11% del nord Italia (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna). Il settore manifatturiero dovrebbe perdere a fine anno il 10% del valore aggiunto, al pari delle costruzioni. L’ingrosso e il dettaglio -8%, i trasporti e magazzinaggio -20%, il turismo hotel e ristorazione il -30%, le attività ricreative ed educative -25%.

Questo scenario “orribile” atterra su un andamento pre-crisi non roseo: già a dicembre 2019 gli scenari 2020 non erano positivi: il debito pubblico italiano stava sul “plateau” ascendente a 137,4% del PIL con 2.400 miliardi di euro su 1.900 di statico PIL, una riduzione di -75.000 occupati nell’ultimo trimestre, un aumento di 42.000 inattivi, numerose crisi aziendali tra cui Alitalia, Arcerlor Mittal, molte crisi sistemiche di PMI, la produzione industriale a -4.3%, il fatturato a -0.3%, e gli ordini a -1,9% essenzialmente a causa della debolezza degli investimenti imprenditoriali in Italia e le conseguenze nefaste della guerra dei dazi internazionale intrapresa da Trump e i loro effetti sull’incertezza sul commercio internazionale.

Questa situazione nei trimestri IV/2019 e I/2020, anche in assenza di Coronavirus, non era certo dovuta alle politiche europee: l’ultimo periodo da governatore di Draghi alla BCE era stato segnato da un ritorno alle politiche di Quantitative Easing, anche se su dimensioni ragionevoli e non confrontabili con quelle che saranno attuate da aprile 2020, a causa essenzialmente del consenso germanico su politiche di acquisto intese a mantenere i consumi europei, l’export tedesco di veicoli, e la tranquillita’ delle banche tedesche per i debiti pubblici europei.

In Italia, invece di sfruttare l’imprevisto ma non troppo imprevedibile aumento del gettito di oltre 15 miliardi annui derivante dall’introduzione della fatturazione elettronica dal 1° gennaio 2019 nel settore privato, si è pensato di impegnare oltre 20 miliardi in spese essenzialmente improduttive, come Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza, invece che favorire la realizzazione di infrastrutture e la creazione di nuovi posti di lavoro nelle imprese con gli investimenti.

Al miglioramento dei conti dell’INPS ottenuto grazie alla stretta pensionistica, si è risposto convogliando tutto il surplus tra 5-600.000 pensioni in meno l’anno per riduzione della popolazione, contro 200.000 pensionamenti, verso la spesa sociale.

Questa mancanza di lungimiranza ha fatto trovare l’Italia in condizioni di impreparazione, sotto il profilo economico, di fronte alla crisi generalizzata globale prodotta dal Coronavirus.

Nel momento in cui scriviamo, le previsioni sugli effetti della crisi sono ancora imprecise e imprevedibili, anche se non mancano segnali inequivocabili della difficoltà con cui ripartiranno – nonostante la buona volontà degli imprenditori e degli stessi lavoratori – i distretti e i settori produttivi italiani dopo la crisi pandemica.

La frantumazione delle catene di valore rappresenterà il primo focolaio della recessione che inevitabilmente impegnerà la seconda parte del 2020 e parte del 2021: la mancanza di tempismo e cronologia produttiva tra imprese, filiere, produttori e subfornitori generata dai lockdowns, la disconnessione tra le aziende nelle catene di subfornitura globale, il mismatch tra domanda e offerta di beni di consumo e durevoli, saranno i segnali inequivocabili della necessità di costruire nuovi equilibri.

Ma questi equilibri non saranno semplici da perseguire, perché il mondo è stato colpito in modo diverso (e lo è ancora) dalla crisi, e la crisi stessa ha colpito diversamente produttori e consumatori, rompendo un equilibrio e una sincronia che non sarà facile ricostruire.

L’esempio del turismo internazionale, un business globale da migliaia di miliardi, attualmente completamente fermo sia per la residenzialità (alberghi, bed&breakfast, musei, monumenti, eventi) che per i trasporti (aerei, treni, autobus e perfino autovetture private), è sufficiente per comprendere la portata e la dimensione delle difficoltà che dovranno essere superate.

Un recente studio previsivo di CERVED (impatto sui settori secondo lo scenario COVID-19 base), quindi non pessimistico, offre come risultato per il 2020 cali di fatturato di dimensioni mostruose previste per il 2020: logistica e trasporti -13,7%; mezzi di trasporto -11,7%, servizi non finanziari, alla persona, turismo, cultura -10,1%, carburanti energia utility -9,0%, elettromeccanica -8,9%, costruzioni -8,3%, metalli e lavorazione metalli – 7,6%, distribuzione – 7,2%, sistema moda -6,8%, sistema casa – 5,9%, largo consumo -2,1%. Ad aumentare solo l’attività agricola (+1,2%), chimica e farmaceutica (+1,1%), elettrotecnica e informatica (+0,2%).

Uno scenario che porterebbe il fatturato dell’economia italiana da 2.410 miliardi di euro del 2019 a 2.232 miliardi di euro nel 2020 (-7,4%) per poi risalire nel 2021 quasi allo stesso livello del 2019, a due condizioni: che il Governo e l’Europa intervengano in fretta e con le modalità indicate sinora, e che l’epidemia si avvii a scomparire a partire da maggio 2020.

Previsioni davvero ottimistiche, se si considera che la Germania arretra, la Francia nicchia, gli Stati Uniti e tutto il continente americano sono nel pieno della crisi, come l’Africa e il subcontinente indiano.

Si potrebbero spendere decine e decine di pagine di analisi della situazione, senza riuscire a spingere la previsione al livello di dettaglio che tutti noi desidereremmo ottenere per avere una chiara visione di ciò che ci attende nei prossimi 8 mesi del 2020, e ancora più nel 2021, condizionati come siamo all’individuazione delle cure, alla necessità imprescindibile di un vaccino COVID-19, alla comprensione degli effetti collaterali della pandemia, sia dal punto di vista sanitario per la popolazione, sia da quello psicologico, sia da quello del perdurare della crisi a causa dello stabile numero di contagi: anche essi fermi al “plateau” discendente, contrariamente a quanto avviene per il debito pubblico italiano, crescente ora nel “plateau” del 150% e pronto ad impennarsi a causa delle misure adottate dal Governo Conte.

Ci siamo pertanto qui limitati a riassumere in alcuni punti sintetici la fotografia dell’attuale situazione congiunturale, per cercare di offrire degli spunti di riflessione ai lettori e rendere meno anodina e più sincretica l’evoluzione della crisi, traendo delle indicazioni per l’operato quotidiano di imprese e politica, per il migliore sforzo nella gestione della crisi, anche se non per l’eccellenza, che non potremo avere per i troppi fattori di impreparazione che si sono evidenziati nell’economia italiana dopo le elezioni del 3 marzo 2018 e nel susseguirsi dei cambiamenti di equilibri e di governo del paese e delle sue urgenze.

Ecco qui quindi alcune riflessioni che – si spera – possano risultare utili:

  1. Focus sull’efficienza d’impresa. In un paradigma che vede la crisi temporanea, ma forse duratura, della globalizzazione produttiva, le imprese sono chiamate a focalizzare le proprie competenze distintive rispetto al mercato di riferimento: le proprie tecnologie, i propri leads di mercato, i propri fattori di forza, e internalizzarle il più rapidamente possibile, attraverso operazioni immateriali sul know how, oppure anche attraverso la delocalizzazione dall’estero all’Italia delle produzioni. Molte aziende tedesche, giapponesi e americane stanno valutando il rientro, e anche per l’Italia questa sarà una opzione significativa, mantenendo quanto di creativo e positivo possono mantenere all’estero, con le dovute cautele. Si tratta di attivare una specie di “economia circolare” che permetta di ridurre in cerchie su base nazionale e continentale fornitori e clienti essenziali, competenze e professionalità, luoghi di ricerca, mettendo le basi per una resilienza legata alla fatale possibilità che la globalizzazione produttiva e la delocalizzazione all’estero della produzione di semilavorati e beni intermedi possa durare per diversi anni. Un forte aiuto lo Stato potrebbe darlo sul piano nazionale e internazionale facendo funzionare al meglio la giustizia civile e contrattuale (oltre che tutelare dalla criminalità) in quanto periodi come l’attuale sono quasi sempre generatori di abusi, criminalità economica, azzardo morale, frodi.
  2. Attenzione al “core business” dell’impresa e rinuncia alle diversificazioni rischiose e prive di base commerciale (anche nelle start up innovative in qualche caso). Senza clienti, molte imprese manifatturiere e del terziario non sono più indispensabili, e quindi sacrificabili. Occorre che ciascuno, in una dimensione micro, torni a prestare attenzione ai costi, ai prezzi e ai margini, e una crescente attenzione ai problemi di natura normativa e legale, perché la prima reazione internazionale sarà impiegare barriere non tariffarie (normative, certificazioni, diritti di proprietà, golden shares) per tutelare le proprie produzioni nazionali e locali e – conseguentemente – i posti di lavoro. Proprio la conservazione e il miglioramento del lavoro, della sua qualità e competitività, dovrà essere il driver delle imprese aperte all’esportazione e di quelli competitive sul piano continentale, per consolidare le proprie fasce di mercato e di consumo. E il lavoro dovrà necessariamente e dolorosamente scontare nuovi margini di produttività, l’acquisizione di nuove competenze, ma soprattutto un netto aumento della flessibilità e riconvertibilità per inseguire i mercati. Occorrerà fare tutto il possibile per migliorare il proprio business alle migliori condizioni di prezzo e prestazioni, conservando la capacità di innovare. Ed anche rivedere l’ascensore sociale alla luce della competenza e dell’esperienza sistemica, evitando pero’ la polarizzazione e l’accrescimento dei differenziali salariali, perché, se risulta sempre più evidente che “uno non vale uno” e che nelle posizioni di responsabilità e decisorie occorre collocare – per meccanismi di scelta e consenso – persone che hanno già o possono dimostrare di essere in grado di decidere nell’interesse generale con cognizione di causa e assumendo responsabilità personale e reale, rimane tuttavia centrale la necessità di “portare avanti” tutta la struttura sociale e non solo i pochi consapevoli.
  3. Attenzione ai rischi “geopolitici” che saranno crescenti per tutto il periodo del “lockdown” ma esploderanno al termine del 2020. Il principale fattore di rischio geopolitico, in assenza di focolai di guerra che pure ci saranno sicuramente, è il petrolio. Nei quattro mesi di “lockdown” il consumo di petrolio è sceso fino al 60% rispetto al consumo giornaliero di 100 milioni di barili pre-crisi. Il 60% sono 10 milioni di tonnellate al giorno, che proiettate su un periodo di quattro-cinque mesi, si trasformano in un miliardo di tonnellate di idrocarburi estratti ma non raffinati, stoccati con relativi costi o lasciati nel sottosuolo, a prezzi che sono scesi fino a 15-20 USD/barile e che forse scenderanno ancora. Intere regioni continentali dipendono dal prezzo del petrolio per mantenere i propri livelli di vita, militarizzazione, sicurezza e welfare: il Medio Oriente, l’Iran, il Messico e il Brasile, il Venezuela, la Nigeria con i suoi 300 milioni di abitanti, l’Angola e il Nord Africa, la Federazione Russa, parte degli Stati Uniti, il Canada. Chi potrà continuare a consumare e comandare come prima con il petrolio a prezzi primi anni ’80? Se la tendenza dovesse consolidarsi per la riduzione della mobilità nei paesi industrializzati, o anche solo ridursi nel 30% invece che del 60%, con che cosa verranno mantenuti arsenali nucleari, aree urbane congestionate, dittature religiose, e condizioni di vero e proprio privilegio? In questo contesto, le imprese dovranno prestare grandissima attenzione alla solvibilità dei propri debitori internazionali (imprese e stati), perché il sistema bancario internazionale ha dimostrato la propria fragilità e l’ incertezza del diritto nel sistema dei pagamenti e degli affidamenti. Basta pensare alla giungla dei sequestri e delle appropriazioni indebite di DPI e materiale sanitario nei primi quattro mesi del 2020. La diffidenza regnerà sovrana e non è certo una buona premessa di ripresa e di sviluppo.
  4. La questione dell’innovazione digitale impatta sulle aziende del primario, del secondario manifatturiero e del terziario: i temi portanti sono il distanziamento fisico, la digitalizzazione dei processi produttivi e dei pagamenti, la cancellazione definitiva della carta e delle procedure amministrative pre-XXI secolo, con lo spostamento integrale sul cloud di tutte le attività amministrative, progettuali, legali, di produzione 4.0: smart working, dematerializzazione cartacea, agenda digitale della pubblica amministrazione, fintech, smaterializzazione dei flussi cartacei di fatture, pagamenti, regolazioni, tracciabilità e certificazione di origine dei prodotti. Questi fenomeni sono maturi, richiedono investimenti non troppo elevati (per casi, eccetto la robotica e l’intelligenza artificiale), ma impongono un cambiamento radicale dei comportamenti, a cominciare dalla produttività individuale a casa, al sistema di relazioni umane e professionali, che cambierà radicalmente rispetto al passato. Ed anche un intervento straordinario di efficientamento delle procedure contrattuali e delle filiere produttive, grazie a nuove tecnologie che consentono la tracciabilità univoca di documenti e prodotti, i contratti intelligenti, le transazioni e pagamenti privi di intermediari, la produzione e la circolazione di merci certificate e riconoscibili. Uno dei principali soggetti “vincenti” nella crisi, oltre alle aziende farmaceutiche, è Amazon, passata da 2.000 USD per azione all’apice del mercato borsistica a fine febbraio, a 1.700 USD al punto peggiore della crisi, e poi di nuovo a 2.400 USD per azione (+20% rispetto al pre-crisi) nel breve volgere di tre mesi, dimostrandosi la migliore moderna soluzione di distribuzione commerciale esistente per le piccole, medie e grandi imprese globali.
  5. La questione ambientale si imporrà nelle scelte, dopo un primo periodo estatico con idrocarburi a 20 USD/barile, si porrà il problema se il consumo di energia per la mobilità, specificamente quella aereonautica (diminuita del 90%) potrà mai tornare ai livelli pre-crisi, già sottoposti a revisione dalla crisi ambientale. Molte imprese petrolifere falliranno e il petrolio di scisto non sarà più estraibile perché sotto i 60 dollari/barile non risulta conveniente. Questo processo comporta enormi opportunità per l’industria italiana basata in gran parte su tecnologie agricole, di trattamento ambientale, di risanamento, di pulizia, di protezione, di rinnovabili che comportano tecnologie esportabili su larga scala. Uno sforzo che dovrà essere largamente promosso dallo Stato e dalla Unione Europea. Non senza dimenticare che in tre mesi si sono conseguiti gli obbiettivi di taglio delle immissioni in atmosfera previsti dall’IPCC per il 2030, e questa riduzione dell’impronta ecologica umana sul pianeta e’ una delle principali preferenze dell’opinione pubblica e delle culture affluenti globali. Molti si chiederanno come tornare alla produzione industriale approfittando della riduzione di domanda per “decarbonizzare” e consolidare il taglio del consumo di idrocarburi, almeno in parte.
  6. Un altro elemento che emergerà problematicamente dopo la crisi COVID sarà la questione dello sviluppo infrastrutturale ed immobiliare: la limitazione della mobilità, anche a causa del periodo comunque lungo che ancora ci attende di immobilità internazionale e sociale, lascia una “memoria” nelle persone: questa memoria agirà a favore del nomadismo lavorativo, dello smart working, della riduzione di dimensioni di attività commerciali di prossimità e di uffici, della capillarità di servizi sanitari e servizi alla persona tout-court, mentre il costo di gestione, accesso e pendolarismo agirà negativamente sulle grandi aggregazioni urbane, i sistemi di trasporto rapido di massa, la divisione netta tra luoghi di lavoro, luoghi di svago, luoghi di commercio, luoghi familiari, la stessa scolarità (riorganizzata e ridimensionata dalla didattica a distanza). La stabilità degli investimenti immobiliari ne uscirà scossa, e probabilmente alcuni grandi interventi (Stephenson a Milano?) verranno riveduti o modificati. Il minore uso del suolo e di concentrazione e la rivalutazione dei borghi costituiscono un elemento di tensione psicologica reale in molti investitori e nelle popolazioni giovanili affluenti e acquirenti. Anche la sensazione di un periodo di tempo sempre più breve per ammortizzare gli investimenti di fronte a possibili cambi di equilibrio climatico, ambientale, di inquinamento e salute collettiva – e quindi di profilo demografico – agirà come depressivo degli investimenti immobiliari.
  7. Paradossalmente, l’Europa “odiata” rappresenterà il mercato più vicino da sviluppare e quindi più confidente. Il rapido ed enorme processo di omogeneizzazione che ha spinto i vertici di VW, Daimler Benz e BMW a fare pressione sulla Cancelliera per aiutare l’Italia anche per impedire il blocco totale della produzione di 4,4 milioni di veicoli costruiti con pezzi italiani, sta ad esemplificare che lo spazio europeo, esteso all’est europeo e alla Federazione Russa e anche al Regno Unito, tornerà ad essere lo spazio d’elezione per la costruzione di filiere produttive continentali in regime di fiducia (?). Molto sarà fatto anche dalla Cina, che ha bisogno di fare dimenticare e di vendere i propri prodotti. Ma lo sguardo all’Europa, anche con il suo carico di concorrenza, rappresenta il vero punto di ripartenza del sistema economico nazionale. Almeno finchè non ci saranno vaccini e gli aerei non potranno violare i lockdowns imposti.
  8. Uno dei fattori di maggiore rischio per il prossimo biennio è il sistema bancario: chiamato a soccorrere le Banche Centrali per la distribuzione del “credito” lubrificante del sistema economico, quello che dovrebbe aiutare a superare la disoccupazione e soddisfare la domanda di flessibilità (con il fondo SURE), aiutare i paesi a investire in infrastrutture ferroviarie, portuali, di trasporto alternativo delle merci, sanitarie, civili con il “Recovery Fund” e infine aiutare le imprese a riorganizzarsi, fondersi e ripartire con il fondo “BEI”, potrebbe risultare colpito da una nuova ondata di Non Performing Loans, cioè prestiti non onorati da aziende in crisi, problematica dalla quale era appena uscito riducendo le perdite maturate nel periodo 2007-2013 della crisi finanziaria (e del mancato intervento della BCE per volontà germanica fino al “Whatever it takes” del 2013). Una grande attenzione andrà riservata al sistema bancario e al rapporto con l’economia reale. Alcuni economisti sostengono che il sistema bancario internazionale (non le banche regionali), grazie ai provvedimenti di modernizzazione finanziaria introdotti dalle amministrazioni Clinton e Bush dal 1999 al 2007, sono diventati i nuovi “creatori netti di liquidità” globale. In altre parole, non sarebbero le banche centrali ma le banche universali a decidere l’entità dei prestiti e quindi la creazione di moneta: la prova sarebbero i bassi tassi di interesse nell’economia mondiale perduranti da ormai 12 anni, una vera e propria trappola di liquidità intesa ad agevolare domanda, offerta, consumi e crescita in cambio di vantaggi immediati in termini di enormi profitti e bonus manageriali delle banche. Le banche centrali avrebbero agito dal 2008 solo come “regolatori” di disoccupazione e inflazione mettendo in crisi gli Stati sovrani con l’ingigantimento del debito pubblico.
  9. Attualmente, il problema del debito pubblico rappresenta la principale questione a livello globale. Mano a mano che i paesi emergeranno dall’epidemia di COVID si evidenzieranno sempre più le differenze di potere e dimensione con cui saranno in grado di affrontare l’uscita dalla crisi. I paesi emergenti e quelli più deboli saranno chiamati a pagare tassi di interesse e spread elevati per finanziare la ricostruzione, la sopravvivenza, il welfare, i sistemi sanitari educativi e pensionistici. Anche i paesi industrializzati dovranno ricorrere in misura crescente al debito, ma potendo godere della leva discriminante del controllo: se un paese industrializzato puo’ godere di un debito posseduto per il 60-70% da mani nazionali, si colloca su un livello di equilibrio semistazionario in cui i detentori esteri hanno interesse a non fare affondare il paese, mentre i residenti che controllano il debito sono incentivati a lavorare investire e pagare tasse per garantirsi di essere ripagati. Gran parte dei paesi europei e il Giappone sono in queste condizioni: hanno capacità di controllo del debito. Gli Stati Uniti, inoltre, faranno probabilmente pagare al resto del mondo la crisi COVID-19 grazie alla forza del dollaro e all’impegno crescente di Cina e Giappone nel debito americano per diverse migliaia di miliardi (3.000 su quasi 8.000 detenuto all’estero). Ogni variazione del 10% del dollaro in meno può rappresentare una perdita duratura e sostanziale per questi paesi.
  10. Ed infine, ultima ma non meno importante è la questione sanitaria: vera fonte e origine di questa crisi globale, sta mettendo in luce le problematiche legate alla globalizzazione che investiranno il futuro della popolazione mondiale, 7 miliardi e 777 milioni di abitanti con un profilo demografico delicato tra paesi con età media molto bassa in Africa e paesi con età media elevatissima in USA, Europa, Giappone e Cina, in un mondo minacciato da crisi della biodiversità, cambiamenti radicali di equilibrio ambientale, inquinamento anche nucleare e da idrocarburi, farmaci e plastiche, deperimento e sfruttamento incontrollato della biomassa oceanica e animale, monocultura produttiva agricola, devastazione e inquinamento dei contesti ambientali selvaggi, che ha portato alla crescita in numero e pericolosità delle pandemie e indebolimento delle popolazioni e delle soluzioni famaceutiche. Sulla sanità, dalla biogenetica alla farmaceutica alla robotica alle cure personalizzate e sistemiche dell’organismo umano, e su nuovi comportamenti più consapevoli, dovranno essere tarati innovazioni, ricerca e investimenti, ma anche una nuova consapevolezza di comportamenti etici, non moralmente azzardati, che sono pressantemente richiesti dalla nostra prossimità umana e condominiale su un pianeta che diventa sempre più stretto, anche senza la circolazione aereonautica sperimentata nei primi vent’anni del XXI secolo.

Padova, 29 aprile 2020
Dott. Amedeo Levorato

La trappola demografica italiana tra immigrazione e invecchiamento della popolazione

Istat 2016

di Amedeo Levorato

In Italia, Europa e in tutti i paesi occidentali, insieme alla crisi economica sta esplodendo un problema demografico largamente occultato dalla crisi finanziaria del 2008: eravamo convinti che molti processi di degrado dell’economia europea dipendessero dalla crisi finanziaria nata negli USA, ma invece sta emergendo con chiarezza l’influenza dell’invecchiamento della popolazione per la crescita del PIL e la stabilità delle economie occidentali. Molte delle misure finanziarie adottate non potranno, nel lungo periodo, ovviare al cambiamento demografico che investe pesantemente i paesi occidentali.
Secondo le Nazioni Unite, la popolazione globale crescerà a 9,6 miliardi di abitanti dagli attuali 7,2 miliardi entro il 2060.
Ma quale sarà il profilo di questa popolazione in paesi come l’Italia, dove l’invecchiamento e la denatalità hanno già largamente mostrato i propri effetti?
Secondo l’ISTAT (vedi qui i dati: Indicatori demografici 2015), nel 2015 la popolazione residente in Italia si è ridotta di 139.000 unità nette (-2,3 per mille), e al 1° gennaio 2016 la popolazione totale ammontava a 60.656.000 residenti.
Gli stranieri residenti in Italia al 31/12/2015 sono 5.054.000 e rappresentano l’8,3% della popolazione totale, con un incremento di 39.000 unità rispetto a un anno prima.
La popolazione di cittadinanza italiana scende quindi a 55.600.000, con una perdita netta di 179.000 residenti di origine italiana.
I morti nel 2015 sono stati 653.000, 54.000 in più dell’anno precedente (+9,1%), e il tasso di mortalità, salito al 10,7 per mille è risultato il più alto dal dopoguerra. L’aumento di mortalità è concentrato nella classi anziane, da 75 a 95 anni.
Il 2015 è stato il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna in età fertile, con una età media al parto di 36,1 anni.
Nel 2015 sono nati 488.000 (20% stranieri) bambini, -15.000 rispetto al 2014: da nove anni a questa parte il ricambio generazionale peggiora, cioè nascono meno bambini rispetto ai decessi.
Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni (il 22% della popolazione) e la quota di popolazione in età lavorativa ammonta a 39 milioni, contro 8,3 milioni di ragazzi.
Il saldo migratorio con l’estero è stato di 128.000 unità, risultato di 273.000 iscrizioni e 145.000 cancellazioni: 245.000 ingressi dall’estero e 28.000 rientri in patria di italiani, mentre se ne sono andati 45.000 stranieri e ben 100.000 italiani, quasi tutti giovani e molti laureati.

Guardiamo ora alle proiezioni.

La popolazione italiana resterà stabile nei prossimi decenni, e arriverà a 61 milioni nel 2065, con un picco a 63 milioni intorno al 2040 (vedi futuro-demografico).
Sempre secondo l’ISTAT, nel 2043 (cioè tra 25 anni) gli ultrasessantacinquenni saranno il 33% della popolazione, consolidando tale cifra dopo quell’anno e mantenendosi stabili rispetto alla popolazione totale.
Nello stesso periodo, la popolazione residente straniera passerà, all’attuale tasso di crescita, da 5 a 10 milioni, con una incidenza sul totale del 17% circa, e poi si incrementerà ulteriormente fino a raggiungere il 25% nel 2065.

Immigrati in ItaliaSotto il profilo della distribuzione territoriale si registrerà un vero e proprio abbandono del sud Italia, dove la popolazione scenderà dal 23% al 18%, e nelle isole dall’11% al 9%, mentre il nord est salirebbe dal 19 al 22,4%, il centro dal 19,7% al 21,6% e il nordovest dal 26,6% al 28,7%.
L’età media della popolazione salirà da 43,5 anni nel 2016 a 49,7 anni nel 2065, raggiungendo un ammontare annuo di 800.000 decessi, contro gli attuali 600.000.

Come cambierà la vita degli italiani nei prossimi 25 e 50 anni?

Senza dubbio il principale processo di sostituzione è tra popolazione residente ed immigrati.
Se gli immigrati saliranno nel 2043 al 17% della popolazione, la principale preoccupazione dello Stato e delle comunità locali dovrà essere quella dell’assorbimento,  dell’educazione delle giovani generazioni, dell’integrazione delle medesime nella vita quotidiana del Paese.
Questa sfida ha proporzioni impensabili, se si pensa che oggi, in tema di programmazione e di trattamento dell’immigrazione, l’Italia va poco oltre l’accoglienza e l’identificazione, e scarse sono le iniziative sistematiche di integrazione relativamente a lingue, regole, formazione al lavoro e professionalità.
Nessuno può pensare di lasciare trascorrere 25 anni senza un “Piano nazionale per l’immigrazione” che affronti sistematicamente l’accoglienza e l’integrazione di altri 5 milioni di immigrati, ad un tasso di 200.000 ingressi annui. Si tratta di persone a bassa o nulla scolarizzazione, spesso con problemi sanitari e turbe psichiche gravi, che rendono complesso l’inserimento pieno in una società moderna ed evoluta.
Occorre perciò porsi il problema di che lavori offrire, di quali tutele assicurare affinchè questi immigrati non vengano marginalizzati e si trasformino in un problema sociale che – a queste dimensioni – potrebbe travolgere l’equilibrio sociale in più parti del paese. Se da un lato è vero che molti immigrati stabilitisi con famiglia, aspirano per i propri figli ad un futuro “italiano”, è peraltro concreto il rischio dell’instabilità, della mobilità, dell’impossibilità ad abitare case, costituire comunità, trovare occupazione e reddito.
Se l’Italia intende sopravvivere a questa epocale invasione – che tuttavia stenta e addirittura non riesce a coprire la diminuzione naturale della popolazione italiana già nel 2015 – o addirittura porsi il problema della integrazione degli immigrati conservando la natura e l’identità della società italiana, dovranno essere messi in atto grandi sforzi, coinvolgendo buona parte dei lavoratori maturi e dei docenti scolastici per affiancare, educare e accompagnare gli immigrati nella fase storica che si apre. Non basta, come il Governo sta indicando in questi giorni, passare dalla fase dell’accoglienza a quella del sostegno e dell’assorbimento in lavori socialmente utili.

Occorre programmare, realizzare e gestire un processo non ghettizzante di integrazione di larghe fasce di immigrati nella società italiana e nelle comunità locali, con un esigente rispetto delle regole ed una altrettanto aperta disponibilità alle relazioni.
Contemporaneamente, occorre realizzare un “marketing” dell’immigrazione verso l’esterno, cercando di assicurare al nostro paese l’ingresso di quote di immigrati provenienti da paesi il più possibile omogenei valorialmente e con buona scolarità ed educazione, insieme a quella che inevitabilmente affluirà dall’Africa. E’  indispensabile assicurare all’industria e ai servizi giovani coorti di lavoratori con tassi di scolarità e professionalità anche manuali adeguate per garantire il mantenimento di una accettabile produttività del sistema economico. Buona parte dei fondi FSE dovranno essere indirizzati a queste finalità, insieme a tutto il sistema formativo regionale e il raccordo con il sistema produttivo.

Un quinto di immigrati, un terzo di anziani.

L’altro enorme problema che avanza, e del quale molti hanno già percepito l’estensione, è quello della popolazione anziana. Non tratteremo qui la questione pensionistica, che riveste di per sè non pochi problemi per le generazioni che vi accederanno nei prossimi anni, dopo la riforma Fornero.
Esaminiamo l’impatto che l’aumento degli anziani eserciterà sulla società italiana nel suo complesso.
In 25 anni, la quota di cittadini anziani aumenterà sensibilmente da 13.400.000 a oltre 21.000.000.
La metà di questi ha ed avrà oltre 75 anni. Da un lato, è accertato che la curva delle malattie invalidanti (cioè l’aumento naturale delle patologie individuali che interviene in età anziana) va assumendo un aspetto “scatolare” grazie alla diagnostica preventiva e alla prevenzione sanitaria e fisiologica. In quest caso la curva degli effetti patologici rimane contenuta e l’anziano rimane prevalentemente sano, crollando solo negli ultimi mesi o anni di vita, subito prima del decesso.
Purtroppo, un dato preoccupante appare la riduzione della prevenzione e della cura collegate alla riduzione del reddito pro-capite, a partire dalla crisi del 2008, che statisticamente ha effetto su larga parte della popolazione povera, costretta a rinunciare a cure e terapie.
La spending review nella sanità pubblica collegata alla riduzione (o al rallentamento) del debito pubblico oggi pari al 132,6% del PIL, porterà a inevitabili tagli della spesa diagnostica preventiva sia attraverso l’aumento dei ticket che alla riduzione delle cure mediche preventive, tornando ad incrementare il rischio di malattie invalidanti e quindi di lungodegenze e non autosufficienze.
Il problema dell’impatto della spesa per gli anziani sul PIL, era già ben delineato oltre vent’anni fa nel libro che scrissi nel 1994 con Marco Trabucchi (“I costi della vecchiaia”, Il Mulino, Bologna 1994): la quota della popolazione non in età lavorativa aumenta, riducendo le opportunità di crescita del PIL e bloccando le risorse per investimenti al fine di finanziare i pagamenti delle pensioni.
Un modo per risolvere questo problema sarebbe aprire i confini nazionali all’immigrazione: ci sono ancora paesi giovani nel mondo.
Per alcuni, la porta aperta all’immigrazione rappresenta la logica soluzione nel processo di globalizzazione, ma gli effetti collegati a questi fenomeni incontrollati sono davanti agli occhi di tutti.
Ancora più rilevanti sono gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sul PIL: infatti il reddito disponibile medio tocca un massimo nell’età tra i 50 e i 60 anni, a  45.000 euro per capofamiglia in Italia (dati del 2012), per poi scendere bruscamente con la pensione, fino a 20.000 euro annui tra gli 80 e gli 85 anni: e questo nella media; tralasciamo per un momento il fatto che negli ultimi cinque anni il tasso di povertà è aumentato vertiginosamente in Italia, soprattutto tra gli anziani.
Il tasso di risparmio, invece, per le medesime classi di età, rimane invariato a causa di un comportamento spesso irrazionalmente vincolato alla precauzione per il futuro (proprio o dei figli e nipoti).
In un recente studio di Prometeia (vedi Demografia propensione risparmio ricchezza) si afferma infatti: “[…] in materia di recessione, crisi finanziaria, riforma delle pensioni e scelte di risparmio: il primo elemento dovrebbe produrre una riduzione dei flussi di risparmio in proporzione al reddito, a causa della differente propensione al risparmio dei due gruppi della popolazione (“giovani” e “anziani”). Anche il calo del reddito disponibile, causato non solo dalla recente recessione ma più in generale dalla lunga stagnazione iniziata ormai vent’anni fa, dovrebbe andare nella stessa direzione, perché è ragionevole ritenere che le famiglie cerchino di mantenere, finché possibile, gli standard di vita a cui sono abituate. Il terzo fattore dovrebbe invece spingere verso una maggiore accumulazione di ricchezza privata, per compensare la riduzione della ricchezza pensionistica di fonte pubblica. I dati esaminati sembrano dirci che, almeno fino al 2012, i primi due fattori abbiano avuto un impatto superiore al terzo.”
Si ha quindi una riduzione complessiva del risparmio per tutto il sistema, ma non un minore risparmio netto per gli anziani.
Un primo elemento rilevante, quindi, ha caratterizzato gli ultimi anni e caratterizzerà i prossimi: l’invecchiamento della popolazione ha un effetto diretto sul PIL, attraverso la riduzione del reddito pro-capite al pensionamento, di circa 10 miliardi l’anno per effetto del saldo tra decessi e pensionati di circa 300.000 unità anno, un effetto pari al – 0,6% annuo. L’economia italiana deve quindi fronteggiare una caduta del PIL per il solo effetto della riduzione delle classi giovanili e dell’aumento dell’età media e dei pensionati. Con esso, anche la riduzione del gettito fiscale, pari a 4 miliardi annui, dato che le coorti di popolazione che oltrepassano i 65 anni e, con tale età, il momento della pensione, non verranno sostituiti da lavoratori con analoga professionalità, livello retributivo, gettito fiscale.

pil-in-volumeUn secondo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il livello dei consumi: una recente indagine della FILCALMS CGIL (dicembre 2015) rivela che la maggior parte della popolazione italiana che percepisce fino a € 2.000 al mese ha ridotto sia la quantità che la qualità dei tradizionali standard di consumo. Occorre attendersi una tendenza ad una minore spesa di consumo pro-capite e minori investimenti in beni durevoli mano a mano che, nella composizione della popolazione italiana, aumenteranno gli stranieri e i pensionati fino a raggiungere la metà della popolazione totale.
Un terzo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il mercato immobiliare: la maggior parte delle persone che si trova nella fascia di età oltre i 40 anni considerava i beni immobiliari una riserva di valore e di reddito per il futuro, capace di integrare la pensione o addirittura sostituirla. Grazie alle leggi Tremonti nel 2002-2003 e successivamente fino al 2010, grazie alla bolla finanziaria, questa considerazione aveva un significato reale nel breve periodo. Ma la stagnazione della popolazione, il cambio di tecnologia nella produzione di abitazioni (clima, classe energetica, materiali di costruzione), le difficoltà delle banche nel prestare mutui a percettori di redditi incerti e la ossessiva tassazione immobiliare inclusa nelle leggi finanziarie dai governi “tecnici” hanno contribuito a “stroncare” il mercato immobiliare in Italia, che non sembra attualmente generare segnali di ripresa.
L’unico fattore positivo in questo scenario è rappresentato dalla progressiva riduzione degli interessi sul debito pubblico, che ha portato l’esborso dello Stato da 85 nel 2012 a 60 miliardi annui nel 2016, una risorsa che il Governo Renzi ha ampiamente utilizzato, soprattutto per integrare i redditi bassi, creare lavoro tramite il Jobs Act e ridurre la pressione fiscale.

Il profilo demografico rappresenta, quindi, un problema di grande rilievo – forse più ancora di quello dell’immigrazione – nei confronti del quale lo Stato e tutta la società italiana devono razionalizzare e progettare misure concrete nei prossimi anni.
Se si pensa che – degli attuali 13 milioni di anziani, ben il 20% cioè 2,5 milioni hanno limitazioni funzionali di qualche tipo (mobilità, autonomia, comunicazione, ecc.) e che tale numero crescerà nei prossimi anni per effetto dell’invecchiamento al ritmo di 60.000 anziani non autosufficienti in più l’anno fino al 2043, non è chi non veda che la tematica dell’assistenza, accompagnamento, caregiving degli anziani rappresenterà un argomento primario nell’agenda del governo e delle amministrazioni locali.
Ricorda infatti il V Rapporto, (2015), sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, (vedi il V-rapporto-assistenza_anziani) che la conseguenza diretta dello scenario di incremento degli anziani delineato è l’aumento in termini assoluti del segmento di anziani con bisogni sanitari e socio assistenziali che necessitano di assistenza di tipo continuativo (Long Term Care, LTC). Se fino ad oggi il sistema LTC ha fatto affidamento sulla famiglia, ma ben presto questo fattore risulterà ridotto dallo spostamento all’estero delle famiglie giovani e dall’enorme incidenza delle separazioni matrimoniali, che favoriscono la costituzione di nuclei familiari individuali, spesso privi di ogni collegamento e aiuto dall’esterno nel momento del bisogno. In Veneto il 18,7% dei 650.000 anziani, pari a 122.000 persone, ha limitazioni nelle funzioni della vita quotidiana (81.000), limitazioni nel movimento (65.000), limitazioni di vita, udito e parola (35.000), oppure vivono in confinamento a casa o in struttura (50.000).
Questi numeri cresceranno nei prossimi 25 anni, quasi raddoppiando. Ciò significa che i modelli di intervento, consistenti nell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) sanitaria e quella socio assistenziale (SAD), così come i ricoveri presso presidi residenziali socio-sanitari (RSA) e socio-assistenziali per anziani (Case di Riposo) dovranno subire una drastica ristrutturazione per numero e per organizzazione, mentre i costi di gestione non potranno aumentare ed anzi dovranno progressivamente ridursi grazie ad interventi di automazione e organizzazione di sistema.
I costi delle rette delle strutture sanitarie e socio-assistenziali già oggi rappresentano una voce catastrofica per i bilanci familiari (le rette alberghiere variano tra i 65 e i 120 euro per autosufficienti e non-autosufficienti, una spesa variabile tra 1.950 euro e 3.600 euro mensili, solo per una parte contingentata a carico della Regione).
A questo problema si è cercato di ovviare con le indennità di accompagnamento, che tuttavia non sempre sono una soluzione in relazione all’organizzazione della famiglia, alle esigenze abitative degli anziani e cosi’ via. Il Veneto eroga oggi una indennità di accompagnamento al 10,4% degli anziani oltre 65 anni, e quindi a quasi 65.000 persone.
Il sistema di ADI e SAD sta attualmente entrando in crisi: i costi eccessivi di gestione marginalizzano le persone con bisogni, che però non sono minimamente in grado di accedere al sistema dati i costi elevatissimi. Tra il 2005 e il 2013 il costo della spesa pubblica per il sistema LCT è aumentato da 15,4 miliardi a 20,5 miliardi di euro, e nei prossimi anni aumenterà ulteriormente, specie con riferimento alle indennità di accompagnamento e alla spesa sociale dei comuni, ma il sistema appare largamente insufficiente a fare fronte alla domanda di assistenza sanitaria e socio-assistenziale agli anziani: essa viene affrontata principalmente tramite la spesa privata degli anziani stessi, ad esempio attraverso l’impiego di oltre 800.000 badanti.
La crisi economica sta spingendo numerose famiglie ad assumersi in proprio l’onere della cura diretta dei parenti anziani non autosufficienti, con il rischio di effetti psicologici gravi e talvolta di cure inappropriate o insufficienti.
Il ricovero, infatti, costringe le famiglie a ingenti sacrifici e al depauperamento dei patrimoni familiari, soprattutto in questo momento in cui il mercato immobiliare sia per la vendita che per gli affitti impedisce la conversione in liquidità di beni accantonati nelle fasi precedenti.
Quando – come in questo caso – si registrano da alcuni anni significativi rallentamenti di spesa e di intervento di Comuni e Regione, si rende evidente la necessità di comprendere i fenomeni in atto e la loro portata, e pensare a nuovi sistemi per affrontare il tema dell’assistenza agli anziani – che presto diventeranno parte rilevante della popolazione.
Secondo gli esperti – la scarsità di risorse può rappresentare un incentivo alla riorganizzazione dei servizi e delle relazioni tra i soggetti del territorio: non basta, tuttavia, pensare di impiegare le risorse esistenti in quanto occorre a monte un ripensamento complessivo del ruolo dell’anziano, della sua modalità di vivere e consumare, nonchè di relazionarsi con il resto della società nei prossimi anni. Essi saranno caratterizzati da un graduale aumento dell’età media, e quindi del carico di anziani sul totale della società: per essi occorre un nuovo ruolo e nuove modalità di aiuto e assistenza, basate anche sul volontariato.
L’istituzionalizzazione dell’assistenza sanitaria e sociale, infatti, genera un aumento drammatico di costi e crea dipendenza tra istituzioni ed anziano, che diventa un malato istituzionalizzato e quindi un problema, anzichè una soluzione.
Potrà ad esempio la tecnologia offrire soluzioni potenziali attraverso la robotica, come sembrano suggerire alcuni (vedi il Sole 24 Ore 2016-07-24-1 e 2016-07-24-2, oppure il percorso sarà più tradizionalmente legato ad un supporto alle famiglie attraverso il volontariato organizzato? Una soluzione non esclude l’altra, ma senza dubbio si dovrà lavorare ad una società più consapevole e responsabile, più solidale sotto il profilo generazionale.

In questo articolo abbiamo dimostrato che immigrazione e invecchiamento, ben lungi dall’essere problemi contingenti o avviati a soluzione, appaiono due dei principali problemi per la continuità stessa della vita sociale e dell’organizzazione in Italia e in Europa.
Su questi temi va sollevato un dibattito approfondito, aperto a contributi interdisciplinari, anche al fine di individuare percorsi di soluzione che – nella migliore delle ipotesi – richiederanno anni e anni di investimenti per formule di co-housing, automazione dei controlli, sistemi di ausilio e sostegno alle famiglie, educazione, prevenzione. Oltre naturalmente alla questione pensionistica, che offre un tasso di conversione della retribuzione in pensione non oltre il 60% dell’ultimo reddito annuale, costringendo gli anziani ad un ulteriore sforzo di risparmio – e quindi di austerità – negli anni immediatamente anteriori al pensionamento.

Gli effetti della globalizzazione

La globalizzazione colpisce i paesi europei e l’Italia non solo con l’immigrazione, ma anche e soprattutto con l’aumento delle disuguaglianze; la classe media nel mondo occidentale va svanendo, ed il suo reddito non è cambiato significativamente negli ultimi vent’anni.
I grandi ricchi, che occupano il 10% più elevato della distribuzione del reddito tra la popolazione, hanno visto le proprie condizioni migliorare sensibilmente: essi controllano oggi oltre il 50% del reddito complessivo del paese. E’ comune sentire che l’ultima volta che il mondo ha visto questa situazione fu negli anni ’20, appena prima della grande depressione. Nel periodo della ripresa economica dopo il secondo conflitto mondiale, e cioè tra il 1950 e il 1970, il 10% più elevato controllava non oltre il 15% della ricchezza totale. La concentrazione della ricchezza in poche mani provoca riduzione netta dei livelli di consumo: se la gente non risparmia, non può fidarsi di consumare e perde fiducia nel futuro, e questo è esattamente ciò che sta accadendo in molti paesi emergenti e sviluppati.
Non si tratta solo delle retribuzioni manageriali, l’eccesso di liquidità circolante e il breve periodo creano gravi distorsioni della ricchezza e caduta degli investimenti.
Rispetto ai tempi della Grande Depressione, negli ultimi dieci anni la caduta dei consumi e la deflazione sono risultati più sfumati solo grazie alla grande disponibilità di credito al consumo e carte di credito, e all’enorme capacità delle banche e delle banche centrali di alimentare i consumi con emissione di denaro liquido, riducendo i  tassi di interesse allo zero.
Ma la classe media ne è uscita comunque “decapitata”: questo strato sociale ha sempre rappresentato una àncora di stabilità in tutte le società antiche e moderne.
Quando quest’àncora viene rimossa, il risultato è sempre un netto spostamento politico verso destra o verso sinistra, e la tendenza ad una netta polarizzazione  politica: la crescita di populismi, nazionalismi e altri movimenti fortemente ostili all’organizzazione sociale sono il diretto effetto di questa polarizzazione.
La crescita del debito, sia pubblico che privato, può rappresentare un elemento fortemente critico per la stabilità del sistema economico globale: in uno scenario come quello delineato, nessuna nazione, giovani, anziani, immigrati, potrà sentirsi al sicuro in nessuna parte del mondo, soprattutto con debiti superiori al 100% del PIL.
La crescita sta ristagnando in tutto il mondo, al punto che da molte parti si parla di “stagnazione secolare”: ciò che accade è che la quantità di liquidità in circolazione è aumentata a tal punto che risulta indifferente la disponibilità di credito. Cioè, appare evidente che il denaro è disponibile, ma non viene utilizzato. Viene diretto ad attività speculative con la ricerca di rendite elevate, spesso caratterizzate da iniquità d’impiego, oppure parcheggiato nei bilanci delle banche centrali e delle banche private, investito in titoli di stato che rendono zero o addirittura un interesse negativo.
La ricerca di rendite speculative per il denaro impegnato a rischio rende sempre più difficile e critico l’investimento in infrastrutture: il piano Juncker del 2014 da 300 miliardi non è ancora decollato in Europa, e si assiste ad una stagnazione di tutti gli investimenti infrastrutturali nei paesi emergenti, sia europei che extracontinentali in quanto il lungo periodo (20-30 anni) non rientra nella logica speculativa della finanza.
Qualcosa però si sta muovendo: se i tassi di interesse sulla liquidità cadono ad un livello molto basso, subentra una significativa convenienza a togliere il denaro dai sistemi bancari per impiegarlo nelle attività economiche e nei consumi, riducendo il ricorso al credito. Tassi di interesse molto negativi provocheranno il fallimento delle banche, che non potendo lucrare nè sui patrimoni nè sui prestiti, saranno costrette a ridimensionare pesantemente le proprie strutture organizzative.
Con il venire meno della fiducia, i comportamenti di consumo della popolazione potrebbero mutare radicalmente: le persone potrebbero rifiutare di spendere e investire anche a tassi di interesse molto ridotti: l’nvecchiamento della popolazione, la disoccupazione dei giovani, la difficoltà ad avviare nuove imprese e ad assumere rischi a causa della burocrazia e dell’ossessiva pressione fiscale potrebbero portare ad una progressiva riduzione della “torta” del PIL e infine ad un blocco reale dell’economia. Per questo è tanto difficile per la BCE oggi sostenere la ripresa in Europa: essa deve fare i conti con una riduzione implicita del PIL dello 0,6% annuo dovuto all’invecchiamento della popolazione, le case e i capannoni che rimangono vuoti, i centri commerciali che si desertificano, i prodotti rimangono nei magazzini. Solo incrementi della produttività possono coprire la caduta autonoma del PIL, ma se i profitti e i redditi vanno in poche mani, e molto concentrate, essi non produrranno mai un aumento dei consumi ed una ripresa. Nel frattempo, la natalità diminuisce e con essa le coorti di giovani lavoratori e consumatori che verranno a mancare in Europa, oltre 20 milioni in dieci anni.

Conclusioni

L’Italia richiede urgentemente cantieri di rifondazione che vadano oltre il breve periodo: un patto ed un piano per l’immigrazione che si proponga di sostituire le coorti di giovani lavoratori mancanti, con una educazione ed un welfare accettabili.
Un patto con gli anziani, che si avviano a diventare una parte preponderante della popolazione italiana ed europea, e dovranno trovare in sè stessi le forze per ridurre la dipendenza sulla popolazione in età di lavoro, aumentare il volontariato e l’autosufficienza, aiutarsi l’un l’altro, condividere l’housing e il tempo libero, se possibile in modo produttivo, cambiando insomma il proprio stile di vita e le proprie abitudini.
Per ripagare il debito occorrerà continuare a fare crescere il PIL , ma questo obbiettivo, conseguibile in condizioni di popolazione stagnante solo tramite l’innovazione e la tecnologia, dovrà essere perseguito con grande attenzione a non aumentare ulteriormente i livelli di disuguaglianza presenti nella società.

L’Italia si trova di fronte ad una grande sfida, che riguarda tutta la comunità nel suo insieme, ma anche le comunità locali che dovranno fronteggiare – anzi, stanno già fronteggiando in modo confuso – le questioni dell’immigrazione, dell’invecchiamento, della disoccupazione e del debito, spesso senza una chiara visione degli obbiettivi e delle soluzioni più adatte nel contesto della globalizzazione.

Padova, 24 luglio 2016

23 settembre 2015: una riflessione su politica, economia e sfide sociali

 

Christaller

Il territorio è andato “global”
Non so se, come dicono alcuni, la globalizzazione abbia raggiungo il “picco”. E’ certo che nessuna interpretazione dell’evoluzione del tessuto sociale veneto può trascurare l’influenza della globalizzazione sociale, culturale ed economica in atto. Essa va analizzata in relazione ai feedback di interazione con i valori sociali e relazionali della comunità locale, in relazione al fenomeno dell’immigrazione e della mobilità intraUE, inclusa quella giovanile, in relazione alla capacità attrattiva del sistema Padova-Veneto: che lavori offre, che professionalità richiede, che stile di vita garantisce, che investimenti richiede, che visione di vita propone.

Il tessuto economico ha complessità reali e blocchi voluti
Il sistema istituzionale sta cambiando: non sappiamo se si tratti delle “riforme strutturali” invocate dalla UE. Certo che dopo il #VWGate ci sarà qualcun’altro che necessita di riforme strutturali, come Berlino e Bruxelles. Di fatto, il sistema economico ha complessità reali legate al fenomeno della “stagnazione secolare”, indotto da un eccesso di offerta globale e dal clima avverso allo stimolo della domanda espansivo tramite il debito. Finanziarizzazione e derivati hanno minato la struttura finanziaria dell’economia globale e le Banche Centrali si trovano di fronte alla difficile domanda, costata a fine settembre oltre 2.000 miliardi alle borse: tassi a zero per vent’anni grazie a facilitazioni monetarie continue o “rate hike” e crollo dei mercati emergenti? La risposta la conoscono tutti ed è colpire la speculazione finanziaria internazionale ma nondimeno questa risulta una soluzione scomoda: significa colpire le elite finanziarie globali che hanno in mano strumenti non convenzionali (bombe atomiche, terrorismo, fondamentalismo) non influenzabili con il GATT o con misure fiscali.
Per questo, ci attende un lungo periodo di shock monetari e terroristici, senza la possibilità che emergano trasparenti gli obiettivi delle potenze economico-militari.

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Quindi, complessità reali (minaccia climatica, eccesso di offerta di beni, squilibri della domanda, guerre valutarie, ambiguità dei sentieri tecnologici, fenomeni come immigrazione, morbilità sanitaria, biodiversità difficilmente governabili) e blocchi voluti (contrapposizione tra blocchi di interessi occulti).

Le coscienze sono infettate dal breve periodo e dai social network
Chi intende fare politica deve prendere coscienza del fenomeno della miopia di breve periodo e dell’influenza dei social networks. La vita politica oggi non è un dialogo razionale e circostanziato. E’ sempre più spesso campo di confronto tra #haters e #fans o #followers. Quindi, non è il ruolo della riflessione e dell’informazione ma del messaggio. La differenza tra informazione e messaggio era già stata chiarita negli anni ’60 da Marshall McLuhan, ma oggi come molti fenomeni essa è anabolizzata, mostruosa, ingovernabile. Il messaggio è enfatizzato, escatologico, mentre l’informazione necessita di linearità e congruità interna.
Sarà quindi difficile proporre all’opinione pubblica una informazione – dati, pretendendo che essa la legga come messaggio.
Su questo tema, come tanti, non si possono avere ricette: la migliore in questo senso era Vanna Marchi che sapeva trasformare da buona artigiana PMI italiana una informazione in un messaggio. Molti politici fanno così oggi: la maggior parte dei casi trasformano il nulla, c’è solo il messaggio ma non l’informazione.
Anche in questo senso il 2015 è complesso: come facciamo a chiedere ai cittadini, anche di cultura, di trasformare un messaggio in informazione se l’informazione viene letta da lingue valoriali diverse?
E’ un tema aperto. L’affermazione è retorica, perchè la soluzione è evidente: occorre usare la comunicazione per parlare con la gente, ma la comunicazione implica assunzione di responsabilità. Il gruppo intende farlo? Anche in questo i Social Network ci hanno tradito, il messaggio è immediato, impone di avere più #fans che #haters.

L’enfasi prevale sulla riflessione, la superficialità sull’approfondimento
Introduco una trattazione da una prospettiva diversa, più “personalistica” che “sociale” del fenomeno dei Social Networks. Anche nella coscienza individuale, oggi, il messaggio enfatico investe completamente il “linguaggio del corpo” dell’individuo. Oggi lingue, coscienze e corpi sono enfasi e non riflessione. Se parlo, urlo – se scrivo, esagero – se presenzio, mi tratto chirurgicamente ed esteticamente. Non esprimo un giudizio sulla validità della “società enfatica”: è un dato di fatto che mi sembra incontrovertibile. Tuttavia, riflessione e meditazione, approfondimento, umiltà, essenzialità dei fini, valori non negoziabili, lealtà, coerenza, mi appaiono oggi concetti desueti, considerati “fuori moda” anche quando li si impiega nel dialogo collettivo.
Non tutti ritengono la lealtà o l’umiltà un valore, i valori non negoziabili indicano rigidità, la coerenza inflessibilità, l’essenzialità dei fini un appello ad una trascendenza rifiutata, ad una sacralità incomprensibile. Tutto è relativo. La mia è una domanda: da che parte cominciare?
La rivoluzione digitale ha introdotto il modello del documento di 500 pagine in PDF per spiegare un problema che non impiega più di una frase per essere posto. Come facciamo ad avere letto 82 milioni di emendamenti alla legge sul Senato prima di decidere?

Le priorità sono a spinta egotica, la dimensione sociale è subordinata all’individualità
Tutti dicono pochi ascoltano. Questo fenomeno rappresenta un problema enorme. A me appare chiaro che nella maggior parte dei casi l’unico legante, l’unica grande lingua comune è il numerario fiduciario, la sua quantificazione nei conti correnti, nei crediti, nei debiti, nelle aspettative, nelle manovre finanziarie. Ad esempio, non si fa un DEF per migliorare la qualità dei servizi pubblici, incrementare i livelli di assistenza sanitaria, aumentare l’occupazione, ma si fa per tagliare le spese agli Enti Locali, tagliare la spesa sanitaria, ridurre le tasse alle imprese. Tutto è basato sul numerario fiduciario, anche le relazioni internazionali.
La dimensione monetaria delle priorità si trasferisce anche a livello personale: le coppie si separano per motivi economici, i figli ricevono una educazione rapportata al ceto e alla capacità di spesa, il contrattualismo domina ogni aspetto della vita sociale: io cosa ci guadagno?
In questa monocultura, la dimensione sociale è subordinata all’individualità. L’individuo persegue la massimizzazione del proprio reddito e della propria gratificazione sociale, che poi significa la stessa cosa fatta eccezione per pochi “performers” artistici o sportivi, i quali comunque vengono misurati economicamente… ma “la società” viene proprio perduta, diventa elemento non essenziale perchè anch’essa, come i concetti di cui sopra, viene percepita come limitazione all’individuo. Posso avere delle ipotesi in ordine alla risposta possibile (una, ad esempio, è quella quotidiana promossa dal Papa Francesco). Ma come si traduca in precetti comportamentali quotidiani per un gruppo che voglia candidarsi a gestire la società locale o il paese, su questo non ho idee chiare.

Per una nuova politica, ricucire la frantumazione relazionale (non sociale) è la priorità
La frammentazione relazionale appare, quindi, una emergenza della società odierna. Non è  la prima volta che ciò accade nelle società occidentali post-belliche. Dall’inizio dell’industrializzazione, il dissidio generazionale è stato più frequente della continuità generazionale. Oggi anche queste sfide sono attuali, con qualche aspetto escatologico nelle differenze tra generazioni – oggi quella dei millennials – e le suggestioni dettate dall’evoluzione tecnologica e scientifica (vedi ad esempio http://www.kurzweilai.net/
Ciò che mi appare chiaro, è che il primo obbiettivo per un gruppo che intende discutere progetti sociali, è ricucire la frantumazione relazionale: provare a parlare una lingua omogenea, laica, liberal e flessibile ma non valorialmente relativista, che consenta di “tradurre informazioni in messaggi” e “tradurre messaggi in azione”. Collegati a questi passaggi stanno quelli inerenti la “reputazione personale dei soggetti” e la “pertinenza oggettiva delle informazioni”.
Mi rendo conto che questi concetti sono un pò ostici. Cerco di tradurli in modo semplice: occorre che il gruppo sappia leggere la realtà in modo omogeneo raggiungendo un credibile consenso su alcune questioni fondamentali, quindi elaborare degli obbiettivi e trasferirli a gruppi rilevanti di opionione. Requisiti indispensabili sono la reputazione individuale professionale e morale, e la contingenza delle informazioni trattate.

Chiarire il rapporto pubblico-privato è presupposto per un dialogo costruttivo
Ultima riflessione è sintesi di quella che ho cercato di trasmettere nell’intervento al convegno del 23 settembre: secondo il mio punto di vista l’avvento della crisi dell’Euro segna il picco della welfare society europea. Picco e non declino: il problema è come coniugare la domanda di welfare society (essenzialmente educazione, salute e pensioni) con la sproporzione tra pubblico e privato. Oggi il pubblico drena risorse fiscali che trasferisce ai cittadini sotto forma di discutibile welfare. Scarsa responsabilità e specificità del pubblico, e debole attitudine sociale del privato rappresentano elementi evidenti del deterioramento della convivenza sociale.
E’ difficile oggi rinunciare a motivazioni che indicano nel sindacalismo e nel contrattualismo sindacale uno dei maggiori vincoli al rilancio dell’economia e della qualità della vita e dei consumi in Italia e buona parte d’Europa. D’altra parte, le caste “private” capaci di controllare beni e servizi essenziali – o anche semplicemente di appropriarsene illegalmente – evidenziano che non è così semplice ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società senza fare in modo che qualcun’altro vi sia obbligato ad assumersene la sostituzione.
Più che sostituzione, piace pensare alla sussidiarietà.
Che significa sussidiarietà tra pubblico e privato? In alcune aree questo significa collaborare (investimenti pubblici collegati e affiancati a investimenti privati, attraverso accordi che tengano conto di costi, benefici, nimby e lungo periodo). In altre aree, significa vero e proprio recesso dello Stato e avanzata del privato, che assume così compiti molto simili al welfare e all’assistenza nel proprio diretto e immediato interesse (ad esempio le imprese con i lavoratori, il volontariato con i cittadini, ecc.).
Ecco, non vorrei sbagliarmi ma mi pare che porre il duplice problema di una “nuova conciliazione” tra generazioni (‘900 e millennials) e tra istituzioni (Stato, Enti Locali, Imprese e Associazioni), con un occhio rivolto anche alla riconciliazione geografica di senso e ruoli del territorio provinciale, comprendendo la portata delle interazioni e i nodi essenziali su cui operare, potrebbe essere un ambizioso programma culturale per l’Associazione.
In questa chiave anche il ruolo, il futuro dell’industria manifatturiera veneta, il senso e il valore delle start-up, tutto va misurato in rapporto alla relazione pubblico-privato e al suo senso nella società italiana e veneta odierna.

Padova, 26 settembre 2015