Giusto due idee per i candidati alle prossime elezioni amministrative

Amedeo Levorato

PREMESSA

“Due anni di pandemia hanno messo in evidenza fattori critici fondamentali maturati nell’ultimo decennio nella società italiana – e occidentale. Tra questi fattori, l’irrazionalità e sfiducia nei confronti del sentire comune verso scienza, progresso e democrazia, espressi sotto forma di complottismo e false credenze. Un secondo elemento posto in evidenza dal CENSIS è la “crisi della ripresa”, cioe’ la difficoltà con cui l’Italia sta affrontando l’importante fase post-pandemica, stretta tra fattori geopolitici ed energetici, ma soprattutto ostacolata dall’inverno demografico, l’aumento del numero di pensionati e anziani, la carenza di coorti giovanili con prospettive concrete di futuro e stabilità. Infine, le situazioni critiche create dalla pandemia nella scuola, nella sanità, nelle famiglie, la condizione femminile e quella imprenditoriale, anche alla luce del fenomeno della disinformazione e aggressività dei social network, che pur essendo virtuali, producono un effetto reale sulla società in termini di confusione, spiazzando le occasioni di confronto, sostituendolo con l’aggressività, l’ingiuria, lo scandalismo e la calunnia, e mettendo in crisi la forma di autogoverno basato su democrazia e partecipazione.”

CENSIS: “Rapporto 2021 sulla situazione sociale del Paese” (1° dicembre 2021)

Il presente articolo vuole rappresentare una nota priva di polemica e costruttiva, collegata alle imminenti elezioni amministrative, che l’Autore mette a disposizione dei candidati e delle loro liste, senza presunzione di esclusività, ma solo con la finalità di favorire un confronto e un dibattito ragionato su alcuni temi che travalicano la “vita quotidiana”, i marciapiedi e l’asfaltatura delle strade che appaiono servizi scontati, ma nel lungo periodo influenzeranno il modello di sviluppo economico, infrastrutturale e sociale delle città e dei borghi italiani. I ragionamenti formulati, perciò, possono risultare utili anche ad altri contesti urbani che si apprestano alla contesa elettorale.

Dopo un anno di significativa ripresa (PIL 2021 +6,6%, rispetto al -8,9% nel 2020), la società e l’economia italiane sono arrivate ad una fase di recrudescenza del virus (la “terza ondata”) tra novembre 2021 e febbraio 2022, sperimentando un rallentamento della crescita. Il venire meno sostanziale dell’emergenza pandemica ha incontrato il rapido affacciarsi dell’inflazione prezzi dell’energia e materie prime, e l’esplosione della tragica contrapposizione geopolitica tra Russia e Ucraina, prefigurando un repentino avvitamento della situazione socio economica europea, e un sensibile preludio al rallentamento economico. Al momento in cui viene scritto questo articolo, sono compresenti i tre fattori: esplosione dell’inflazione prezzi delle materie prime e dell’energia, guerra aperta e rischio militare geopolitico, rallentamento economico a partire dai consumi.

In questo contesto, molte amministrazioni comunali, tra cui quella di Padova, si avvicinano al termine del mandato amministrativo quinquennale e si preparano al rinnovo del Consiglio Comunale (32 consiglieri) e della Giunta Comunale (da 8 a 10 componenti oltre al sindaco, eletto direttamente dai cittadini), che dovrà amministrare un difficile periodo 2022-2027, caratterizzato dalle svolte internazionali e nazionali in atto, e dal difficile completamento degli impegni assunti per gli investimenti finanziati dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), finanziato dall’Unione Europea.

Si pensi, a tal fine, che solo per fare un esempio, in tutta Italia entro il 31.12.2026 dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere progettati, realizzati e conclusi i lavori infrastrutturali finanziati dal PNRR. A Padova, oltre agli innumerevoli progetti pubblici e privati finanziati attraverso i bandi divulgati nel sito “Italia Domani”, il PNRR aggiunge alla già progettata nuova linea tramviaria SIR 3 da Stazione FS a Voltabarozzo tangenziale uscita Ponte San Nicolo’ per circa 11 km., quella molto più lunga, 18 km. da Rubano Centro a Busa di Vigonza con collegamento a bretella per il nuovo Policlinico universitario a Padova Est, che non è ancora stata progettata (esiste solo il progetto originale della rete, del 2001, che ha rappresentato, insieme al relativo aggiornamento la base utile per il conseguimento del finanziamento). Le due opere valgono complessivamente quasi 350 milioni di euro.

Nel 2026, quindi, la città dovrebbe ereditare una rete tramviaria completa di oltre 40 km., come progettata nel 2001 con l’estensione nei comuni contermini, con oltre 8 linee “mappate” sulla rete, che permetteranno di attraversare la città da Nord a Sud, da Ovest a Est e nord Est, consentendo di trasportare oltre 45.000 passeggeri al giorno, portando la mobilità su trasporto pubblico oltre il 25% degli spostamenti orari (165.000 medi) nel comune di Padova (dati del progetto di fattibilità 1.12.2021 Comune di Padova Settore Urbanistica e Mobilità), per poi crescere sensibilmente, con una significativa incidenza sulla vita della città in quanto i cantieri SIR 3 partirebbero solo a fine 2022, mentre quelli SIR 2 non prima del 2024, con una forte concentrazione di opere civili concentrate nel 2024-2026, destinati a influenzare la vita della città, sulla base della “pesante” esperienza condotta nella realizzazione della Linea SIR 1, realizzata tra il 2004 e il 2010, con l’apporto diretto di chi scrive, quale amministratore delegato e presidente di APS Holding dal 2007 al 2014.

Il Tema sociale

Prima di procedere con l’importantissima analisi relativa alle infrastrutture (investimenti che mancano da quasi 10 anni in città), vanno a mio avviso esaminati alcuni elementi fondamentali che caratterizzano la vita socio-economica delle città italiane e dell’intera nazione, che non possono essere sottaciuti, in quanto rappresentano elementi di novità rispetto al passato e un fattore condizionante per la crescita delle città, con riferimento a mobilità, edilizia sanitaria, edilizia universitaria e servizi pubblici.

Si tratta delle modifiche del profilo demografico e sociale, ormai consolidatesi a partire dal 2015, e cosi’ sintetizzabili:

  • “Inverno demografico”: la popolazione diminuisce stabilmente. La popolazione residente italiana diminuisce nettamente dal 2015, nonostante l’apporto migratorio, per il crollo delle nascita di oltre 300.000 unità annue dal periodo del “boom”. La popolazione è diminuita di quasi 2.000.000 abitanti in 6 anni, cioè del 3% dal 2015 (60.661.000) al 31.12.2021 (58.700.000).  Entro il 2050 la popolazione scenderà sotto i 55 milioni (domanda di trasporto, residenza, educazione scolastica, commercio).
  • La popolazione della città è piu’ stabile, ma invecchia rapidamente. La popolazione del comune di Padova è diminuita nello stesso periodo da 210.000 a 208.000 abitanti circa, riducendosi dell’1%. Di questi 60.000 (quasi 1/3) sono anziani oltre il 65 anni e 20.000 oltre gli 80. L’eta’ media della popolazione è superiore ai 47 anni (domanda di sanità, assistenza, socialità).
  • Cresce costantemente il numero di chi vive da solo, ed è la metà del totale. Le famiglie unipersonali sono il 50% del totale, quasi 50.000 su 100.000. 20.000 maschi e femmine nubili tra i 20 e i 40, quasi 17.000 separati e divorziati, 10.000 vedovi, vivono completamente soli (modifiche sostanziali dell’uso della città e dei servizi).

Il picco di crescita della popolazione è passato da tempo, ed anzi la curva della riduzione tende a consolidarsi rapidamente: il rallentamento dell’immigrazione, la pandemia, la continua riduzione dei nuovi nati porta a saldi annuali negativi anche molto consistenti: ben 670.000 in meno nel solo anno 2018, e 405.000 in meno nel 2020 (anche a causa della pandemia).

Alcune città tendono ad invertire la rotta, ma sono solo quelle che per attrattività internazionale ed eccellenza geografica possono permettersi di farlo, attraendo immigrazione qualificata o meno dall’Italia e  dall’estero: Milano (qualificata come una delle 20 principali metropoli mondiali), Roma, capitale; Bologna, per la sua centralità e capacità industriale ed economica regionale. Tutte le altre devono fare i conti con una lenta riduzione, un rapido invecchiamento medio, la denatalità e l’individualismo residenziale. Il Sud e la bassa padana si spopolano.

Questi fenomeni vanno interpretati a fondo, soprattutto con riferimento ai risvolti che avranno nei prossimi anni. Se ne possono citare alcuni, con l’indicazione dei possibili rimedi, tutti molto gravosi e complessi da progettare, finanziare e realizzare:

  • 1/3 di anziani oltre i 65 anni si dividono in sani, portatori di una o piu’ patologie invalidanti, possono diventare non autosufficienti. La rete di risposta a questa domanda di assistenza è in grave difficoltà: la pandemia ha rivelato carenza di addetti, difficoltà di accesso alle RSA. Chi vive da solo oltre i 65 subisce numerosi problemi, la prevenzione è spesso intesa solo come diagnostica e cura medica e farmacologica delle malattie, l’incedere di queste ultime in assenza della famiglia porta alla regola dell’un-due-tre. Alla terza badante si opta per la struttura residenziale, fino alla gestione della non autosufficienza e dell’Alzheimer. Non mancano gli anziani sani fino a 80 anni e oltre, ma in questo caso la solitudine costituisce spesso una ulteriore forma di patologia. E’ altamente consigliabile che chi amministra avvii un censimento capillare degli anziani, e consolidi una rete completa di servizi che non si limiti solo all’intervento sanitario: occorrono reti di coordinamento, una formazione certificata delle badanti, un sistema di assistenza per la manutenzione domestica per impedire incidenti, morti in solitudine, truffe domestiche e situazioni di disagio. Tanto piu’ che la popolazione che vive questa condizione cresce costantemente, e il personale sanitario e di assistenza diminuisce rapidamente. Tutto cio’ anche valorizzando la risorsa anziani, come predicato da anni da Angelo Ferro.
  • Nuclei familiari unipersonali: la mancanza di una rete di supporto sia pubblica che sussidiaria complica pesantemente la vita dei nuclei unipersonali. Quella che appare una libera scelta di vita rappresenta spesso anche un pesantissimo vincolo che provoca disagi e problematiche: le persone impegnate a provvedere a se’ stesse si allontanano dalla vita sociale, non partecipano, sono oberate di impegni lavorativi e personali, spesso trascurano la condizione sanitaria perché non c’e’ tempo per la prevenzione, non si aggiornano e piu’ facilmente, a fronte di difficoltà, vengono espulse dal mondo del lavoro con conseguenze pesantissime. Questo fenomeno si aggrava mano a mano che la popolazione “single” invecchia e non puo’ contare su una rete familiare di sostegno. Tralasciando le persone con patologie invalidanti, quali i dializzati, i consumatori di sostanze, le persone in tutela psicologica. I servizi sociali del Comune e della ASL sono costantemente sottodimensionati rispetto alle esigenze diffuse nel territorio: tutte le problematiche appaiono in costante crescita, perché la società ha subito una diaspora culturale che non permette di affrontare le problematiche con una visione comune e condivisa.  Spesso si è costretti a constatare il venire meno di una situazione “di normalità”, e ci si adatta a condizioni sub-ottimali, con conseguenti ulteriori costi esterni nel breve e nel lungo periodo.
  • A questi fenomeni si affiancano i bisogni crescenti dell’infanzia e delle coorti giovanili, la cui condizione problematica è stata drammaticamente evidenziata dal periodo della pandemia conosciuto come “fase della DAD”. Non solo la DAD ma piu’ in generale il sovrapporsi di comportamenti egotici e  negligenti da parte dei genitori e spesso anche della scuola, ha portato ai nuovi fenomeni di vandalismo, bande giovanili, abbandono della pratica sportiva che tanti danni stanno arrecando alla vita sociale.
  • Infine il sempre presente problema dell’integrazione dell’immigrazione, della sua educazione, della vigilanza per sostenere le famiglie, immigrate e non, percettrici del RdC e non, al di sopra della soglia di povertà economica e sociale, rappresenta uno dei problemi principali del settore sociale dei Comuni. TSO, case occupate, morosità contrattuale delle utenze, elusione fiscale, completano uno scenario preoccupante, e purtroppo in via di aggravamento: si pensi agli effetti dell’ondata di incrementi delle bollette e all’inflazione che, da gennaio 2022, ha cominciato a incidere sulla società italiana dopo vent’anni di inconsapevolezza.

Un volontariato organizzato, professionalmente gestito e “sussidiario”, cioè sostitutivo e integrato nella rete dei servizi pubblici puo’ costituire un validissimo elemento risolutivo: offre milioni di ore gratuite e organizzate a supporto di una finalità pubblica. Una amministrazione concentrata e seria non potrà evitare di porsi il problema sociale come prioritario. Tenendo presente che non basta erogare macchinisticamente le prestazioni rapportandole continuamente alla domanda: è vicino il tempo in cui mancheranno non tanto le risorse finanziarie, ma quelle umane necessarie a continuare a svolgere questa finalità. Si tratta, a mio avviso, di un grande problema che impatta prima di ogni altro l’amministrazione della città e richiede un pesante cambiamento nella natura e consistenza dei rapporti di collaborazione con il volontariato, le famiglie, istituzioni educative e sanitarie, uffici per l’assistenza sociale e per la previdenza, perché senza un grande disegno di rete di sostegno, la società potrebbe crollare di fronte ad una crisi, con prospettive economiche negative, senza un forte riferimento solidaristico, di sussidiarietà tramite il terzo settore, ma anche un razionale impiego delle risorse esistenti, formate e già disponibili per tali missioni.

Sul piano sociale, tra l’altro, prende forma, soprattutto nelle aree metropolitane evolute, un fenomeno chiamato “polarizzazione sociale”: è una differenziazione di vite, redditi, progetti e relazioni, consistente da un lato nella ricchezza di opportunità e crescita per una parte limitata di soggetti giovani, laureati, benestanti individualmente e come famiglia, single, poliglotti e apolidi, mentre dall’altra  languono i diversi strati maggioritari della popolazione: anziani, classe operaia, immigrati, donne, giovani NEET e redditi di cittadinanza, vaste aree di impiego pubblico e privato sottopagato, che non hanno accesso al futuro e vivono come limitazioni e minacce quelle che il 10% dei piu’ fortunati vivono come opportunità.

E cio’, indipendentemente dal Reddito di Cittadinanza. Il RdC non ammette all’ascensore sociale, anzi lo rende lontano e inafferrabile. La politica nazionale, regionale e locale, devono porsi nel brevissimo periodo il problema di dare una risposta a questo problema, perché rappresenta un gravissimo rischio per la tenuta sociale e – nelle attuali delicate condizioni di ripresa, condizionata da fattori geopolitici e sanitari – potrebbe evolvere in sacca silenziosa di malcontento sociale, a lungo termine potenzialmente eversiva, qualora – per motivi anche non direttamente imputabili alla politica nazionale e locale – diventassero esplosive alcune attualissime minacce: l’inflazione energetica e dei prezzi dei beni con bollette non pagabili e crescente indebitamento e fallimento individuale e familiare; effetti a breve e lungo termine del cambiamento climatico come aree esondabili, siccità, abbandono; le conseguenze di decennali accumuli di inquinamento come i PFAS, smog, degrado della biodiversità; la caduta dei livelli di assistenza sanitaria, territoriale e acuta; l’inverno demografico e il citato incremento oltre il 35% della popolazione degli anziani over 65. Ha destato scalpore una analisi dell’ufficio statistico del Comune di Padova che metteva in evidenza come oltre il 50% dei nuclei familiari residenti in Comune di Padova al 2020 fosse individuali, cioè composti da un solo membro. Questi fattori appaiono ai piu’ – soprattutto il 90% della popolazione collocata nelle fasce di reddito medie e basse – come vere e proprie minacce vitali, rifiuto del futuro, e rischiano di bloccare la positività e lo stesso ciclo di ammodernamento sociale e civile della comunità cittadina. Il mantenimento di livelli adeguati di servizio pubblico e ambientale, cosi’ come la tutela della parità di accesso ai diritti, risulta essere un impegno prioritario di chi amministra la cosa pubblica.

Particolare cura amministrativa, sotto il profilo antropologico e sociale va attribuita, in questa fase post-pandemica, alle agenzie educative in crisi: famiglie, scuola primaria e secondaria, istituzioni culturali e religiose. E’ l’individualità umana e la sua dimensione sociale che va salvaguardata in questa crisi, e posta al centro dell’azione delle istituzioni, evitando ogni burocrazia penalizzante, per garantire la riproduzione sociale e la conservazione del patrimonio conoscitivo e collettivo, contro l’alienazione della fuga all’estero e della desertificazione sociale. L’esperienza della DAD e dell’epidemia ha messo in crisi il luogo naturale di relazione sociale che è la scuola, da quella dell’infanzia fino alla superiore e all’università.  Le istituzioni politiche ed amministrative dovranno attribuire alla scuola, alla loro ristrutturazione, valorizzazione, comodità, accessibilità, modernizzazione e innovazione una attenzione particolare, con ingenti investimenti, tali da trasformarle in luoghi di relazione e progettualità competitivi rispetto ai centri commerciali, che oggi ne sono antagonisti virtuali. Va anche richiesto alla struttura commerciale della GDO un investimento diretto e privato ed una attenzione al sociale e alle giovani generazioni, per moralizzarne i comportamenti ed evitare la crescente devianza che mette in difficoltà la vita sociale.

Spazi importanti di valorizzazione umana, sia per il lavoro che per il tempo libero e la cultura, vanno progettati e mantenuti anche per gli anziani, dai centri diurni a veri e propri laboratori sociali di collaborazione e relazione, in una logica di valorizzazione dell’età della pensione con finalità sociali, sottraendoli alla solitudine e all’assenza di cure che – nel periodo pandemico – ha messo in evidenza vere e proprie tragedie della solitudine, malattia, morte. Le istituzioni di cura e riposo (Fondazioni e Pie Opere) e quelle di volontariato come la CRI possono validamente rappresentare le strutture con cui realizzare una rete di “cura e assistenza” nel territorio degli anziani domiciliati a casa propria, affermando la residenzialità familiare come una scelta valida, se possibile assistita dalla famiglia, per valorizzare l’apporto dell’anziano sano o debolmente affetto da patologie, ad una vita sociale che per gli anziani stessi rappresenta l’unica ancora di appoggio e di gratificazione nella prima fase pensionistica e nell’anzianità avanzata in condizioni di autosufficienza. Analogamente, occorre un intervento diretto nel rilevantissimo mondo dell’assistenza domiciliare, che è dominato dalla precarietà, dalla mancanza di formazione di improvvisate badanti, da situazioni di vero e proprio degrado, difficilmente vigilate e controllabili ai servizi sociali. In questo campo occorre un investimento rilevante del servizio pubblico, ove possibile coordinato con sistemi di sussidiarietà e volontariato (assistenza domiciliare, amministratori di sostegno, team di aiuto in aggiunta a pulizie, consegna pasti e vacanze).

Il constatato fenomeno di ristagno e invecchiamento della popolazione eserciterà significativi cambiamenti della domanda di consumi e beni da parte di famiglie e individui. La capillarizzazione della grande distribuzione organizzata in decine di supermercati e reti di consegna a domicilio, dopo un periodo di intensa concorrenza prezzi, si tradurrà in una profonda revisione del modello territoriale. Anche con una popolazione anziana e declinante, occorre un degno progetto di futuro, se non altro per gli italiani che ci sostituiranno.

Ma ancora più rilevante, alla luce dell’imminente crisi energetica scatenata dall’inflazione e dalla guerra in Ucraina, appare la questione legata alla gestione dell’immenso patrimonio edilizio residenziale, buona parte del quale ormai obsoleto. La misura di politica fiscale conosciuta come Ecobonus e Superbonus (50-65-90-110%) appare ora come la “punta di un iceberg” che permette la ristrutturazione del patrimonio edilizio in prospettiva solo ai piu’ abbienti e con maggiore disponibilità finanziaria, con il risultato che si ristrutturano case e facciate già adeguate, mentre si degradano progressivamente interi quartieri, vuoi per la mancanza di risorse economiche familiari, vuoi per l’incapacità di interi complessi condominiali di raggiungere proficui accordi per la ristrutturazione e l’adeguamento energetico e ambientale.

E’ diffusa la convinzione che alla fine della misura straordinaria – comprovatamente disastrata da quasi 4 miliardi di abusi e violazioni su 12 miliardi spesi sinora – il piu’ ampio patrimonio immobiliare residenziale popolare e di villette uniche, sparse, bi e piu’ familiari, rimarrà ancorato alla Classe G. Un problema rilevante ce l’hanno anche i centri storici, per l’impossibilità di ricorrere alle rinnovabili e per le difficoltà legate alla gestione delle controversie di confine e paesistiche nei Comuni. Chi si appresta ad amministrare dovrà forzatamente porsi un problema di grande riconversione del patrimonio residenziale e abitativo, espansione degli spazi verdi, tutela ambientale dai fenomeni climatici (esondazione, allagamenti, sparizione dei boschi urbani, inquinamento). Si tratta di una sfida che non puo’ essere affrontata solo con gli strumenti tradizionali del mercato: un enorme parco abitativo perderà la caratteristica di abitabilità e fruibilità economica (le classi F e G). Secondo i desiderata dell’Unione Europea addirittura potrebbe diventare non affittabile e non vendibile nel 2030, domani.

E’ ora di cominciare a restituire alla città parte di quell’enorme drenaggio di risorse rappresentato dall’IMU, quasi 75 milioni di euro annui a Padova, che sono stati usati come entrata tributaria, ma in pratica sono stati sottratti per vent’anni alla manutenzione straordinaria degli immobili, lasciando un patrimonio edilizio (sia residenziale che industriale) depauperato, fatiscente, e non piu’ un grado di conservare la funzione di riserva di valore e fonte di reddito. Vi sono stime che, dal 2009, il patrimonio immobiliare complessivo dell’Italia abbia subito una svalutazione prezzi superiore ai 500 miliardi di euro. Per relazione, 50 miliardi nel Veneto e 5 miliardi solo a Padova. Difficile pensare che si possa procedere con il tasso di espansione delle nuove costruzioni attualmente sostenuto dalla “droga” dei bonus, mentre invece occorrerebbe una visione complessiva della domanda e dell’offerta di residenzialità, mobilità e servizi, che al momento non esiste. Un primo tentativo è stato portato avanti con il Piano Boeri, che pero’ si è caratterizzato per una visione minimalista del cambiamento (verde ai margini, servizi a 15 minuti), ma stenta a dare un ruolo e una immagine di capitale regionale alla città.

C’e’ anche da affrontare il tema di un equilibrato modello di sviluppo urbano, che non puo’ limitarsi ad assistere all’invasione di megastrutture universitarie e sanitarie, ma deve necessariamente essere temperato e modellato in un Piano Regolatore Generale che – oltre ai servizi sanitari ed educativi – consenta spazi di residenzialità e all’ambiente non marginali e non di contorno alle infrastrutture primarie. Oggi l’ambiente nutre la società, ma ben presto dovrà accadere il contrario, se non si vuole esaurire definitivamente una risorsa – il territorio e l’ambiente – non rinnovabili in tempi brevi, e abbastanza pregiudicati.

Il modello economico

I primi vent’anni del XXI secolo hanno confermato la presenza di vincitori e sconfitti nell’economia veneta aperta alla globalizzazione: il modello non è piu’ quello “tutto vincente” dell’età dello sviluppo, basato sull’abbondanza di mano d’opera e di spirito imprenditoriale (e sulla tenue pressione fiscale e una domanda interna favorita dall’economia relativamente chiusa alla concorrenza). L’invecchiamento progressivo della popolazione, la complessità dell’economia e, da ultimo, gli anni della pandemia hanno messo in evidenza che alcuni degli sconfitti vanno necessariamente aiutati nelle fasi di crisi, mentre per altri – soprattutto a quelli capaci di una potente spinta innovativa sociale e tecnologica – vanno individuate modalità di trasformazione, modernizzazione e individuazione di percorsi nuovi, a contatto con una innovazione anche finanziaria non casuale, che chiede omogeneità e apertura nell’alveo dei bisogni delle società europee e globali. Va detto subito che – in generale – la società veneta ha ottenuto importanti opportunità dalla globalizzazione: la sua struttura piccolo-medio imprenditoriale si è significativamente evoluta. Il mantenimento di una specializzazione manifatturiera ed industriale solida, la seconda in Europa, forse superiore a molte aree della stessa Germania, ha permesso una ripresa rapida dopo la pandemia e il conseguimento di importanti successi in termini di esportazioni e di mercati. In questa fase l’intero mondo è diventato destinazione delle merci venete, dall’Asia, al Sudamerica, ai tradizionali partner degli Stati Uniti, al Giappone, al Medio Oriente, alla stessa Africa e alla Cina. Individualità, intraprendenza e saper fare hanno permesso una nuova fase di industrializzazione con l’inserimento delle aziende venete e del Nord Est nelle filiere globali della moda  e della produzione di massa, dal farmaceutico all’elettronica, dall’automazione alla refrigerazione, dal lusso all’abbigliamento, dalla conversione ambientale al trattamento di acqua, energia, rifiuti, con dimensioni che superano di gran lunga il passato e mercati che si misurano in miliardi di euro. La lista dei primati è molto rilevante e segna uno sviluppo corale di tutto il territorio, con significativi fenomeni di ritorno da paesi emergenti, anche se non mancano aree di crisi, e minacce immediate, provocate dall’inflazione dei prezzi e dell’energia, e dalle minacce di guerra.

Università, produzioni tradizionali che incorporano innovazioni, informatica e terziario avanzato, progettuale e realizzativo, contribuiscono a individuare e sviluppare i caratteri di eccellenza delle imprese del nordest ed anche di quelle padovane, offrendo opportunità di lavoro stratificate e complesse, con una continua rincorsa del sistema educativo, a corto di risorse e spesso anche di vocazioni (giovani, immigrati, riqualificazioni).

Ma le strozzature del sistema per queste strutture produttive sono sempre dietro l’angolo e potrebbero trasformarsi in problematiche logistiche, di mercato con riflessi globali, nel caso in cui una improvvisa crisi internazionale dettata dal venir meno delle fonti energetiche oppure da crisi di natura geopolitica portassero a situazioni di criticità. Analogamente, l’inverno demografico sta già influenzando l’occupazione, rendendo difficoltoso il reclutamento e scarsissima la disponibilità di professionalità idonee.

L’ente locale e l’amministrazione pubblica non possiedono, in questo campo, grandi strumenti di intervento, ma una intesa armonica tra istituzioni, come Regione, Provincia, Camera di Commercio e Comune capoluogo potrebbero validamente sopperire in una crisi riducendo i costi esterni delle imprese e aumentandone la competitività.

Come? Va sviluppata una cabina di regia territoriale per le condizioni di emergenza economica e sociale, ambientale, logistica, delle catastrofi, della sicurezza, va snellito il processo di individuazione delle responsabilità sul territorio, ridotto l’impatto burocratico, la pluralità di letture giuridico-normative tra enti che rende inapplicabili le norme, sia quelle economiche che quelle urbanistiche, valutata l’assistenza allo sviluppo dell’impresa, dei servizi collegati, anziché il sanzionamento sistematico e la punizione per gli errori compiuti, o, peggio, la totale mancanza di controllo con conseguenti abusi e incidenti sul lavoro.

La conservazione del ritmo di sviluppo dipende da un mercato del lavoro organizzato efficacemente, da un afflusso fluido e convinto delle opportunità di lavoro, l’affiancamento in materia di sicurezza da infortuni e incidenti sul lavoro: in altre parole un dialogo non burocratico o solo informatico con le istituzioni e amministrazioni preposte alla vigilanza e autorizzazione in una ottica di valorizzazione delle risorse umane e infrastrutturali presenti nel territorio. Una nuova collaborazione progettuale tra mondo industriale e istituzioni, che in passato ha dato positivi benefici, sfociando in progetti concreti promossi e valorizzati dalle amministrazioni a Roma e in Europa risulta indispensabile per collegare ricerca, lavoro, investimenti e territorio, in una logica di tutela ambientale e di società del welfare oltre che del consumo.

Innovazione, cultura, arte, sport: la cura sociale.

L’alternativa piu’ valida alla deriva consumistica e disumanizzante della società occidentale attuale, in attesa della definizione di una significativa svolta di sostenibilità ambientale e transizione ecologica, per cui occorrono modelli e collegamenti tutt’ora inesistenti (si pensi alla disapprovazione collettiva ad ogni misura di limitazione della mobilità privata), è compito dell’ente pubblico. La destinazione dei rifiuti e il loro uso come risorse, il rappezzo del territorio e la sua manutenzione ambientale e di piacevolezza e fruibilità, la valorizzazione del sistema monumentale e culturale, in una parola la circolarità, ormai da piu’ parti indicata come obbligata (dai 30 obbiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’ONU al PNRR, attraverso transizione ecologica, digitalizzazione, educazione, infrastrutturazione) indica la necessità di priorità alternative alla società di produzione di massa per il consumo, e cioè un percorso verso l’innovazione, lo sviluppo delle competenze ed emergenze culturali, artistiche, sportive e la valorizzazione della cura del territorio come “luogo della vita sociale”. L’applicazione di questi obbiettivi alla struttura della città può condurre ad una dimensione più umana e sostenibile della vita sociale, nel centro e nelle periferie.

Un approccio più significativo ad investimenti in innovazione, cultura, arte e sport permette di fare intravedere una struttura urbanistica, sociale e territoriale più armonica e meno indirizzata al produttivismo fine a sé stesso. Per conseguire questi obbiettivi, occorre una analisi ed una rivalutazione degli introiti fiscali, che negli ultimi anni sono molto lievitati in relazione all’effettiva capacità delle organizzazioni pubbliche di fornire servizi qualificati e risultati apprezzabili a fronte della spesa.

L’insieme delle considerazioni raccolte in questo articolo coglie solo in parte la poliedrica sfaccettatura delle sfide attuali dell’amministrazione della cosa pubblica. Società e città hanno subito una trasformazione radicale negli ultimi vent’anni. Limiti allo sviluppo sempre piu’ stringenti, aumento travolgente dei consumi globali e della concorrenza nella produzione di beni e servizi, ossessiva rincorsa all’innovazione e alla tecnologia, hanno reso sempre più complessa ed esigente la vita urbana, talche’ molti non si ritrovano piu’ non solo nelle abitudini di vita ma anche nel dibattito politico ed economico, diventato via via piu’ complesso e tecnico, ma poco chiaro e trasparente sotto il profilo degli interessi e del confronto. Questa complessità e mancanza di chiarezza, a cui la burocrazia non aggiunge un solo granello di comprensibilità, attraverso la difficile coniugazione di risorse, tempi e i risultati per cui la UE da sempre stigmatizza l’Italia, si pone all’origine della crisi della democrazia. E’ difficile partecipare, non si ha tempo, se si è impegnati professionalmente e culturalmente non si riescono a stabilire basi di confronto accettabili con esperienze e culture diverse. Massimalismo e superficiale approccio ai problemi facilitano l’abbandono della politica e la delega acritica ad altri nella gestione di passaggi delicati e non semplici della vita sociale. Con il risultato che gli stessi sforzi per tenersi lontani dalla politica, danneggiano le attività nel lungo periodo, pregiudicano i progetti, bloccano l’ascensore sociale e producono immobilismo. Ci si augura che il dibattito indispensabile per questa – come per le altre – tornate elettorali amministrative e politiche possa ritornare ad uno sforzo comune e solidale per una società più equa, dinamica e pronta allo scambio e al confronto, inteso come disponibilità a cambiare idea discutendo e riunire gli sforzi per il bene comune.

Padova, 7 marzo 2022

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