Archivio mensile:luglio 2016

La trappola demografica italiana tra immigrazione e invecchiamento della popolazione

Istat 2016

di Amedeo Levorato

In Italia, Europa e in tutti i paesi occidentali, insieme alla crisi economica sta esplodendo un problema demografico largamente occultato dalla crisi finanziaria del 2008: eravamo convinti che molti processi di degrado dell’economia europea dipendessero dalla crisi finanziaria nata negli USA, ma invece sta emergendo con chiarezza l’influenza dell’invecchiamento della popolazione per la crescita del PIL e la stabilità delle economie occidentali. Molte delle misure finanziarie adottate non potranno, nel lungo periodo, ovviare al cambiamento demografico che investe pesantemente i paesi occidentali.
Secondo le Nazioni Unite, la popolazione globale crescerà a 9,6 miliardi di abitanti dagli attuali 7,2 miliardi entro il 2060.
Ma quale sarà il profilo di questa popolazione in paesi come l’Italia, dove l’invecchiamento e la denatalità hanno già largamente mostrato i propri effetti?
Secondo l’ISTAT (vedi qui i dati: Indicatori demografici 2015), nel 2015 la popolazione residente in Italia si è ridotta di 139.000 unità nette (-2,3 per mille), e al 1° gennaio 2016 la popolazione totale ammontava a 60.656.000 residenti.
Gli stranieri residenti in Italia al 31/12/2015 sono 5.054.000 e rappresentano l’8,3% della popolazione totale, con un incremento di 39.000 unità rispetto a un anno prima.
La popolazione di cittadinanza italiana scende quindi a 55.600.000, con una perdita netta di 179.000 residenti di origine italiana.
I morti nel 2015 sono stati 653.000, 54.000 in più dell’anno precedente (+9,1%), e il tasso di mortalità, salito al 10,7 per mille è risultato il più alto dal dopoguerra. L’aumento di mortalità è concentrato nella classi anziane, da 75 a 95 anni.
Il 2015 è stato il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna in età fertile, con una età media al parto di 36,1 anni.
Nel 2015 sono nati 488.000 (20% stranieri) bambini, -15.000 rispetto al 2014: da nove anni a questa parte il ricambio generazionale peggiora, cioè nascono meno bambini rispetto ai decessi.
Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni (il 22% della popolazione) e la quota di popolazione in età lavorativa ammonta a 39 milioni, contro 8,3 milioni di ragazzi.
Il saldo migratorio con l’estero è stato di 128.000 unità, risultato di 273.000 iscrizioni e 145.000 cancellazioni: 245.000 ingressi dall’estero e 28.000 rientri in patria di italiani, mentre se ne sono andati 45.000 stranieri e ben 100.000 italiani, quasi tutti giovani e molti laureati.

Guardiamo ora alle proiezioni.

La popolazione italiana resterà stabile nei prossimi decenni, e arriverà a 61 milioni nel 2065, con un picco a 63 milioni intorno al 2040 (vedi futuro-demografico).
Sempre secondo l’ISTAT, nel 2043 (cioè tra 25 anni) gli ultrasessantacinquenni saranno il 33% della popolazione, consolidando tale cifra dopo quell’anno e mantenendosi stabili rispetto alla popolazione totale.
Nello stesso periodo, la popolazione residente straniera passerà, all’attuale tasso di crescita, da 5 a 10 milioni, con una incidenza sul totale del 17% circa, e poi si incrementerà ulteriormente fino a raggiungere il 25% nel 2065.

Immigrati in ItaliaSotto il profilo della distribuzione territoriale si registrerà un vero e proprio abbandono del sud Italia, dove la popolazione scenderà dal 23% al 18%, e nelle isole dall’11% al 9%, mentre il nord est salirebbe dal 19 al 22,4%, il centro dal 19,7% al 21,6% e il nordovest dal 26,6% al 28,7%.
L’età media della popolazione salirà da 43,5 anni nel 2016 a 49,7 anni nel 2065, raggiungendo un ammontare annuo di 800.000 decessi, contro gli attuali 600.000.

Come cambierà la vita degli italiani nei prossimi 25 e 50 anni?

Senza dubbio il principale processo di sostituzione è tra popolazione residente ed immigrati.
Se gli immigrati saliranno nel 2043 al 17% della popolazione, la principale preoccupazione dello Stato e delle comunità locali dovrà essere quella dell’assorbimento,  dell’educazione delle giovani generazioni, dell’integrazione delle medesime nella vita quotidiana del Paese.
Questa sfida ha proporzioni impensabili, se si pensa che oggi, in tema di programmazione e di trattamento dell’immigrazione, l’Italia va poco oltre l’accoglienza e l’identificazione, e scarse sono le iniziative sistematiche di integrazione relativamente a lingue, regole, formazione al lavoro e professionalità.
Nessuno può pensare di lasciare trascorrere 25 anni senza un “Piano nazionale per l’immigrazione” che affronti sistematicamente l’accoglienza e l’integrazione di altri 5 milioni di immigrati, ad un tasso di 200.000 ingressi annui. Si tratta di persone a bassa o nulla scolarizzazione, spesso con problemi sanitari e turbe psichiche gravi, che rendono complesso l’inserimento pieno in una società moderna ed evoluta.
Occorre perciò porsi il problema di che lavori offrire, di quali tutele assicurare affinchè questi immigrati non vengano marginalizzati e si trasformino in un problema sociale che – a queste dimensioni – potrebbe travolgere l’equilibrio sociale in più parti del paese. Se da un lato è vero che molti immigrati stabilitisi con famiglia, aspirano per i propri figli ad un futuro “italiano”, è peraltro concreto il rischio dell’instabilità, della mobilità, dell’impossibilità ad abitare case, costituire comunità, trovare occupazione e reddito.
Se l’Italia intende sopravvivere a questa epocale invasione – che tuttavia stenta e addirittura non riesce a coprire la diminuzione naturale della popolazione italiana già nel 2015 – o addirittura porsi il problema della integrazione degli immigrati conservando la natura e l’identità della società italiana, dovranno essere messi in atto grandi sforzi, coinvolgendo buona parte dei lavoratori maturi e dei docenti scolastici per affiancare, educare e accompagnare gli immigrati nella fase storica che si apre. Non basta, come il Governo sta indicando in questi giorni, passare dalla fase dell’accoglienza a quella del sostegno e dell’assorbimento in lavori socialmente utili.

Occorre programmare, realizzare e gestire un processo non ghettizzante di integrazione di larghe fasce di immigrati nella società italiana e nelle comunità locali, con un esigente rispetto delle regole ed una altrettanto aperta disponibilità alle relazioni.
Contemporaneamente, occorre realizzare un “marketing” dell’immigrazione verso l’esterno, cercando di assicurare al nostro paese l’ingresso di quote di immigrati provenienti da paesi il più possibile omogenei valorialmente e con buona scolarità ed educazione, insieme a quella che inevitabilmente affluirà dall’Africa. E’  indispensabile assicurare all’industria e ai servizi giovani coorti di lavoratori con tassi di scolarità e professionalità anche manuali adeguate per garantire il mantenimento di una accettabile produttività del sistema economico. Buona parte dei fondi FSE dovranno essere indirizzati a queste finalità, insieme a tutto il sistema formativo regionale e il raccordo con il sistema produttivo.

Un quinto di immigrati, un terzo di anziani.

L’altro enorme problema che avanza, e del quale molti hanno già percepito l’estensione, è quello della popolazione anziana. Non tratteremo qui la questione pensionistica, che riveste di per sè non pochi problemi per le generazioni che vi accederanno nei prossimi anni, dopo la riforma Fornero.
Esaminiamo l’impatto che l’aumento degli anziani eserciterà sulla società italiana nel suo complesso.
In 25 anni, la quota di cittadini anziani aumenterà sensibilmente da 13.400.000 a oltre 21.000.000.
La metà di questi ha ed avrà oltre 75 anni. Da un lato, è accertato che la curva delle malattie invalidanti (cioè l’aumento naturale delle patologie individuali che interviene in età anziana) va assumendo un aspetto “scatolare” grazie alla diagnostica preventiva e alla prevenzione sanitaria e fisiologica. In quest caso la curva degli effetti patologici rimane contenuta e l’anziano rimane prevalentemente sano, crollando solo negli ultimi mesi o anni di vita, subito prima del decesso.
Purtroppo, un dato preoccupante appare la riduzione della prevenzione e della cura collegate alla riduzione del reddito pro-capite, a partire dalla crisi del 2008, che statisticamente ha effetto su larga parte della popolazione povera, costretta a rinunciare a cure e terapie.
La spending review nella sanità pubblica collegata alla riduzione (o al rallentamento) del debito pubblico oggi pari al 132,6% del PIL, porterà a inevitabili tagli della spesa diagnostica preventiva sia attraverso l’aumento dei ticket che alla riduzione delle cure mediche preventive, tornando ad incrementare il rischio di malattie invalidanti e quindi di lungodegenze e non autosufficienze.
Il problema dell’impatto della spesa per gli anziani sul PIL, era già ben delineato oltre vent’anni fa nel libro che scrissi nel 1994 con Marco Trabucchi (“I costi della vecchiaia”, Il Mulino, Bologna 1994): la quota della popolazione non in età lavorativa aumenta, riducendo le opportunità di crescita del PIL e bloccando le risorse per investimenti al fine di finanziare i pagamenti delle pensioni.
Un modo per risolvere questo problema sarebbe aprire i confini nazionali all’immigrazione: ci sono ancora paesi giovani nel mondo.
Per alcuni, la porta aperta all’immigrazione rappresenta la logica soluzione nel processo di globalizzazione, ma gli effetti collegati a questi fenomeni incontrollati sono davanti agli occhi di tutti.
Ancora più rilevanti sono gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sul PIL: infatti il reddito disponibile medio tocca un massimo nell’età tra i 50 e i 60 anni, a  45.000 euro per capofamiglia in Italia (dati del 2012), per poi scendere bruscamente con la pensione, fino a 20.000 euro annui tra gli 80 e gli 85 anni: e questo nella media; tralasciamo per un momento il fatto che negli ultimi cinque anni il tasso di povertà è aumentato vertiginosamente in Italia, soprattutto tra gli anziani.
Il tasso di risparmio, invece, per le medesime classi di età, rimane invariato a causa di un comportamento spesso irrazionalmente vincolato alla precauzione per il futuro (proprio o dei figli e nipoti).
In un recente studio di Prometeia (vedi Demografia propensione risparmio ricchezza) si afferma infatti: “[…] in materia di recessione, crisi finanziaria, riforma delle pensioni e scelte di risparmio: il primo elemento dovrebbe produrre una riduzione dei flussi di risparmio in proporzione al reddito, a causa della differente propensione al risparmio dei due gruppi della popolazione (“giovani” e “anziani”). Anche il calo del reddito disponibile, causato non solo dalla recente recessione ma più in generale dalla lunga stagnazione iniziata ormai vent’anni fa, dovrebbe andare nella stessa direzione, perché è ragionevole ritenere che le famiglie cerchino di mantenere, finché possibile, gli standard di vita a cui sono abituate. Il terzo fattore dovrebbe invece spingere verso una maggiore accumulazione di ricchezza privata, per compensare la riduzione della ricchezza pensionistica di fonte pubblica. I dati esaminati sembrano dirci che, almeno fino al 2012, i primi due fattori abbiano avuto un impatto superiore al terzo.”
Si ha quindi una riduzione complessiva del risparmio per tutto il sistema, ma non un minore risparmio netto per gli anziani.
Un primo elemento rilevante, quindi, ha caratterizzato gli ultimi anni e caratterizzerà i prossimi: l’invecchiamento della popolazione ha un effetto diretto sul PIL, attraverso la riduzione del reddito pro-capite al pensionamento, di circa 10 miliardi l’anno per effetto del saldo tra decessi e pensionati di circa 300.000 unità anno, un effetto pari al – 0,6% annuo. L’economia italiana deve quindi fronteggiare una caduta del PIL per il solo effetto della riduzione delle classi giovanili e dell’aumento dell’età media e dei pensionati. Con esso, anche la riduzione del gettito fiscale, pari a 4 miliardi annui, dato che le coorti di popolazione che oltrepassano i 65 anni e, con tale età, il momento della pensione, non verranno sostituiti da lavoratori con analoga professionalità, livello retributivo, gettito fiscale.

pil-in-volumeUn secondo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il livello dei consumi: una recente indagine della FILCALMS CGIL (dicembre 2015) rivela che la maggior parte della popolazione italiana che percepisce fino a € 2.000 al mese ha ridotto sia la quantità che la qualità dei tradizionali standard di consumo. Occorre attendersi una tendenza ad una minore spesa di consumo pro-capite e minori investimenti in beni durevoli mano a mano che, nella composizione della popolazione italiana, aumenteranno gli stranieri e i pensionati fino a raggiungere la metà della popolazione totale.
Un terzo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il mercato immobiliare: la maggior parte delle persone che si trova nella fascia di età oltre i 40 anni considerava i beni immobiliari una riserva di valore e di reddito per il futuro, capace di integrare la pensione o addirittura sostituirla. Grazie alle leggi Tremonti nel 2002-2003 e successivamente fino al 2010, grazie alla bolla finanziaria, questa considerazione aveva un significato reale nel breve periodo. Ma la stagnazione della popolazione, il cambio di tecnologia nella produzione di abitazioni (clima, classe energetica, materiali di costruzione), le difficoltà delle banche nel prestare mutui a percettori di redditi incerti e la ossessiva tassazione immobiliare inclusa nelle leggi finanziarie dai governi “tecnici” hanno contribuito a “stroncare” il mercato immobiliare in Italia, che non sembra attualmente generare segnali di ripresa.
L’unico fattore positivo in questo scenario è rappresentato dalla progressiva riduzione degli interessi sul debito pubblico, che ha portato l’esborso dello Stato da 85 nel 2012 a 60 miliardi annui nel 2016, una risorsa che il Governo Renzi ha ampiamente utilizzato, soprattutto per integrare i redditi bassi, creare lavoro tramite il Jobs Act e ridurre la pressione fiscale.

Il profilo demografico rappresenta, quindi, un problema di grande rilievo – forse più ancora di quello dell’immigrazione – nei confronti del quale lo Stato e tutta la società italiana devono razionalizzare e progettare misure concrete nei prossimi anni.
Se si pensa che – degli attuali 13 milioni di anziani, ben il 20% cioè 2,5 milioni hanno limitazioni funzionali di qualche tipo (mobilità, autonomia, comunicazione, ecc.) e che tale numero crescerà nei prossimi anni per effetto dell’invecchiamento al ritmo di 60.000 anziani non autosufficienti in più l’anno fino al 2043, non è chi non veda che la tematica dell’assistenza, accompagnamento, caregiving degli anziani rappresenterà un argomento primario nell’agenda del governo e delle amministrazioni locali.
Ricorda infatti il V Rapporto, (2015), sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, (vedi il V-rapporto-assistenza_anziani) che la conseguenza diretta dello scenario di incremento degli anziani delineato è l’aumento in termini assoluti del segmento di anziani con bisogni sanitari e socio assistenziali che necessitano di assistenza di tipo continuativo (Long Term Care, LTC). Se fino ad oggi il sistema LTC ha fatto affidamento sulla famiglia, ma ben presto questo fattore risulterà ridotto dallo spostamento all’estero delle famiglie giovani e dall’enorme incidenza delle separazioni matrimoniali, che favoriscono la costituzione di nuclei familiari individuali, spesso privi di ogni collegamento e aiuto dall’esterno nel momento del bisogno. In Veneto il 18,7% dei 650.000 anziani, pari a 122.000 persone, ha limitazioni nelle funzioni della vita quotidiana (81.000), limitazioni nel movimento (65.000), limitazioni di vita, udito e parola (35.000), oppure vivono in confinamento a casa o in struttura (50.000).
Questi numeri cresceranno nei prossimi 25 anni, quasi raddoppiando. Ciò significa che i modelli di intervento, consistenti nell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) sanitaria e quella socio assistenziale (SAD), così come i ricoveri presso presidi residenziali socio-sanitari (RSA) e socio-assistenziali per anziani (Case di Riposo) dovranno subire una drastica ristrutturazione per numero e per organizzazione, mentre i costi di gestione non potranno aumentare ed anzi dovranno progressivamente ridursi grazie ad interventi di automazione e organizzazione di sistema.
I costi delle rette delle strutture sanitarie e socio-assistenziali già oggi rappresentano una voce catastrofica per i bilanci familiari (le rette alberghiere variano tra i 65 e i 120 euro per autosufficienti e non-autosufficienti, una spesa variabile tra 1.950 euro e 3.600 euro mensili, solo per una parte contingentata a carico della Regione).
A questo problema si è cercato di ovviare con le indennità di accompagnamento, che tuttavia non sempre sono una soluzione in relazione all’organizzazione della famiglia, alle esigenze abitative degli anziani e cosi’ via. Il Veneto eroga oggi una indennità di accompagnamento al 10,4% degli anziani oltre 65 anni, e quindi a quasi 65.000 persone.
Il sistema di ADI e SAD sta attualmente entrando in crisi: i costi eccessivi di gestione marginalizzano le persone con bisogni, che però non sono minimamente in grado di accedere al sistema dati i costi elevatissimi. Tra il 2005 e il 2013 il costo della spesa pubblica per il sistema LCT è aumentato da 15,4 miliardi a 20,5 miliardi di euro, e nei prossimi anni aumenterà ulteriormente, specie con riferimento alle indennità di accompagnamento e alla spesa sociale dei comuni, ma il sistema appare largamente insufficiente a fare fronte alla domanda di assistenza sanitaria e socio-assistenziale agli anziani: essa viene affrontata principalmente tramite la spesa privata degli anziani stessi, ad esempio attraverso l’impiego di oltre 800.000 badanti.
La crisi economica sta spingendo numerose famiglie ad assumersi in proprio l’onere della cura diretta dei parenti anziani non autosufficienti, con il rischio di effetti psicologici gravi e talvolta di cure inappropriate o insufficienti.
Il ricovero, infatti, costringe le famiglie a ingenti sacrifici e al depauperamento dei patrimoni familiari, soprattutto in questo momento in cui il mercato immobiliare sia per la vendita che per gli affitti impedisce la conversione in liquidità di beni accantonati nelle fasi precedenti.
Quando – come in questo caso – si registrano da alcuni anni significativi rallentamenti di spesa e di intervento di Comuni e Regione, si rende evidente la necessità di comprendere i fenomeni in atto e la loro portata, e pensare a nuovi sistemi per affrontare il tema dell’assistenza agli anziani – che presto diventeranno parte rilevante della popolazione.
Secondo gli esperti – la scarsità di risorse può rappresentare un incentivo alla riorganizzazione dei servizi e delle relazioni tra i soggetti del territorio: non basta, tuttavia, pensare di impiegare le risorse esistenti in quanto occorre a monte un ripensamento complessivo del ruolo dell’anziano, della sua modalità di vivere e consumare, nonchè di relazionarsi con il resto della società nei prossimi anni. Essi saranno caratterizzati da un graduale aumento dell’età media, e quindi del carico di anziani sul totale della società: per essi occorre un nuovo ruolo e nuove modalità di aiuto e assistenza, basate anche sul volontariato.
L’istituzionalizzazione dell’assistenza sanitaria e sociale, infatti, genera un aumento drammatico di costi e crea dipendenza tra istituzioni ed anziano, che diventa un malato istituzionalizzato e quindi un problema, anzichè una soluzione.
Potrà ad esempio la tecnologia offrire soluzioni potenziali attraverso la robotica, come sembrano suggerire alcuni (vedi il Sole 24 Ore 2016-07-24-1 e 2016-07-24-2, oppure il percorso sarà più tradizionalmente legato ad un supporto alle famiglie attraverso il volontariato organizzato? Una soluzione non esclude l’altra, ma senza dubbio si dovrà lavorare ad una società più consapevole e responsabile, più solidale sotto il profilo generazionale.

In questo articolo abbiamo dimostrato che immigrazione e invecchiamento, ben lungi dall’essere problemi contingenti o avviati a soluzione, appaiono due dei principali problemi per la continuità stessa della vita sociale e dell’organizzazione in Italia e in Europa.
Su questi temi va sollevato un dibattito approfondito, aperto a contributi interdisciplinari, anche al fine di individuare percorsi di soluzione che – nella migliore delle ipotesi – richiederanno anni e anni di investimenti per formule di co-housing, automazione dei controlli, sistemi di ausilio e sostegno alle famiglie, educazione, prevenzione. Oltre naturalmente alla questione pensionistica, che offre un tasso di conversione della retribuzione in pensione non oltre il 60% dell’ultimo reddito annuale, costringendo gli anziani ad un ulteriore sforzo di risparmio – e quindi di austerità – negli anni immediatamente anteriori al pensionamento.

Gli effetti della globalizzazione

La globalizzazione colpisce i paesi europei e l’Italia non solo con l’immigrazione, ma anche e soprattutto con l’aumento delle disuguaglianze; la classe media nel mondo occidentale va svanendo, ed il suo reddito non è cambiato significativamente negli ultimi vent’anni.
I grandi ricchi, che occupano il 10% più elevato della distribuzione del reddito tra la popolazione, hanno visto le proprie condizioni migliorare sensibilmente: essi controllano oggi oltre il 50% del reddito complessivo del paese. E’ comune sentire che l’ultima volta che il mondo ha visto questa situazione fu negli anni ’20, appena prima della grande depressione. Nel periodo della ripresa economica dopo il secondo conflitto mondiale, e cioè tra il 1950 e il 1970, il 10% più elevato controllava non oltre il 15% della ricchezza totale. La concentrazione della ricchezza in poche mani provoca riduzione netta dei livelli di consumo: se la gente non risparmia, non può fidarsi di consumare e perde fiducia nel futuro, e questo è esattamente ciò che sta accadendo in molti paesi emergenti e sviluppati.
Non si tratta solo delle retribuzioni manageriali, l’eccesso di liquidità circolante e il breve periodo creano gravi distorsioni della ricchezza e caduta degli investimenti.
Rispetto ai tempi della Grande Depressione, negli ultimi dieci anni la caduta dei consumi e la deflazione sono risultati più sfumati solo grazie alla grande disponibilità di credito al consumo e carte di credito, e all’enorme capacità delle banche e delle banche centrali di alimentare i consumi con emissione di denaro liquido, riducendo i  tassi di interesse allo zero.
Ma la classe media ne è uscita comunque “decapitata”: questo strato sociale ha sempre rappresentato una àncora di stabilità in tutte le società antiche e moderne.
Quando quest’àncora viene rimossa, il risultato è sempre un netto spostamento politico verso destra o verso sinistra, e la tendenza ad una netta polarizzazione  politica: la crescita di populismi, nazionalismi e altri movimenti fortemente ostili all’organizzazione sociale sono il diretto effetto di questa polarizzazione.
La crescita del debito, sia pubblico che privato, può rappresentare un elemento fortemente critico per la stabilità del sistema economico globale: in uno scenario come quello delineato, nessuna nazione, giovani, anziani, immigrati, potrà sentirsi al sicuro in nessuna parte del mondo, soprattutto con debiti superiori al 100% del PIL.
La crescita sta ristagnando in tutto il mondo, al punto che da molte parti si parla di “stagnazione secolare”: ciò che accade è che la quantità di liquidità in circolazione è aumentata a tal punto che risulta indifferente la disponibilità di credito. Cioè, appare evidente che il denaro è disponibile, ma non viene utilizzato. Viene diretto ad attività speculative con la ricerca di rendite elevate, spesso caratterizzate da iniquità d’impiego, oppure parcheggiato nei bilanci delle banche centrali e delle banche private, investito in titoli di stato che rendono zero o addirittura un interesse negativo.
La ricerca di rendite speculative per il denaro impegnato a rischio rende sempre più difficile e critico l’investimento in infrastrutture: il piano Juncker del 2014 da 300 miliardi non è ancora decollato in Europa, e si assiste ad una stagnazione di tutti gli investimenti infrastrutturali nei paesi emergenti, sia europei che extracontinentali in quanto il lungo periodo (20-30 anni) non rientra nella logica speculativa della finanza.
Qualcosa però si sta muovendo: se i tassi di interesse sulla liquidità cadono ad un livello molto basso, subentra una significativa convenienza a togliere il denaro dai sistemi bancari per impiegarlo nelle attività economiche e nei consumi, riducendo il ricorso al credito. Tassi di interesse molto negativi provocheranno il fallimento delle banche, che non potendo lucrare nè sui patrimoni nè sui prestiti, saranno costrette a ridimensionare pesantemente le proprie strutture organizzative.
Con il venire meno della fiducia, i comportamenti di consumo della popolazione potrebbero mutare radicalmente: le persone potrebbero rifiutare di spendere e investire anche a tassi di interesse molto ridotti: l’nvecchiamento della popolazione, la disoccupazione dei giovani, la difficoltà ad avviare nuove imprese e ad assumere rischi a causa della burocrazia e dell’ossessiva pressione fiscale potrebbero portare ad una progressiva riduzione della “torta” del PIL e infine ad un blocco reale dell’economia. Per questo è tanto difficile per la BCE oggi sostenere la ripresa in Europa: essa deve fare i conti con una riduzione implicita del PIL dello 0,6% annuo dovuto all’invecchiamento della popolazione, le case e i capannoni che rimangono vuoti, i centri commerciali che si desertificano, i prodotti rimangono nei magazzini. Solo incrementi della produttività possono coprire la caduta autonoma del PIL, ma se i profitti e i redditi vanno in poche mani, e molto concentrate, essi non produrranno mai un aumento dei consumi ed una ripresa. Nel frattempo, la natalità diminuisce e con essa le coorti di giovani lavoratori e consumatori che verranno a mancare in Europa, oltre 20 milioni in dieci anni.

Conclusioni

L’Italia richiede urgentemente cantieri di rifondazione che vadano oltre il breve periodo: un patto ed un piano per l’immigrazione che si proponga di sostituire le coorti di giovani lavoratori mancanti, con una educazione ed un welfare accettabili.
Un patto con gli anziani, che si avviano a diventare una parte preponderante della popolazione italiana ed europea, e dovranno trovare in sè stessi le forze per ridurre la dipendenza sulla popolazione in età di lavoro, aumentare il volontariato e l’autosufficienza, aiutarsi l’un l’altro, condividere l’housing e il tempo libero, se possibile in modo produttivo, cambiando insomma il proprio stile di vita e le proprie abitudini.
Per ripagare il debito occorrerà continuare a fare crescere il PIL , ma questo obbiettivo, conseguibile in condizioni di popolazione stagnante solo tramite l’innovazione e la tecnologia, dovrà essere perseguito con grande attenzione a non aumentare ulteriormente i livelli di disuguaglianza presenti nella società.

L’Italia si trova di fronte ad una grande sfida, che riguarda tutta la comunità nel suo insieme, ma anche le comunità locali che dovranno fronteggiare – anzi, stanno già fronteggiando in modo confuso – le questioni dell’immigrazione, dell’invecchiamento, della disoccupazione e del debito, spesso senza una chiara visione degli obbiettivi e delle soluzioni più adatte nel contesto della globalizzazione.

Padova, 24 luglio 2016

Anticipare il Futuro – Corporate Foresight

DeToni_Siagri 2016-07-06 14.25.01

Giovedì 7 luglio 2016 alla Fondazione Zambon – Zoè – di Vicenza, discussione di quasi tre ore con Alberto Felice De Toni, Segretario Generale della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e Roberto Siagri, Presidente e CEO di ‪#‎Eurotech‬ spa www.eurotech.com per la presentazione del libro “Anticipare il Futuro – Corporate ForesightEgea, Milano 2015. Di fronte ad una nutrita platea, su invito della Fondazione, ho sottoposto agli autori una riflessione approfondita sui temi del libro. Oggi il tradizionale concetto di R&S non esiste più: la ricerca è sempre più finanziata dagli Stati o da grandi multinazionali, e legata all’evoluzione di grandi temi quali le energie, i materiali, le bioscienze, l’ambiente. Secondo l’OCSE, in Italia nel 2012 c’erano 80.000 ricercatori e nel mondo 6,3 milioni. La frontiera delle scienze e della tecnologia si sposta ad altissima velocità, e spesso l’Italia non riesce a tenere il ritmo: circa il 40% delle risorse scientifiche europee vengono rimandate indietro dall’Italia perchè nel tempo non si è saputo “mettere in piedi” un sistema efficace di progettazione, ricerca, risultati.
Invece lo sviluppo tecnologico e industriale, che riguarda principalmente le aziende, si sposta dai “mercati” agli “ecosistemi”. Gli ecosistemi sono filiere in cui l’innovazione richiede diffusione, networking, ricerca applicata, capacità industriale, e sono globali: si pensi alle tecnologie dell’Internet Of Things, alle telecomunicazioni, alla robotica, alle smart cities, alle energie rinnovabili, alle tecnologie ambientali. L’approccio è sempre interdisciplinare, e l’impresa deve essere presente nei processi e nei luoghi in cui l’innovazione nasce, anche guardando alle startup, anche usando leve finanziarie.
Non molte le imprese italiane che ragionano in questo modo: ma la tecnologia non sarà nicchia italiana senza praticare queste scelte.
Anticipazione e Corporate Foresight sono tecniche che le imprese globali hanno adottato e che anche le imprese italiane devono adottare per rimanere vitali nei processi di cambiamento, anche distruttivo, che investono il sistema manifatturiero e i servizi nel mondo.
20160707_193225L’Italia soffre anche un forte gap formativo e qualitativo nella popolazione: solo il 15% della popolazione italiana in età lavorativa ha un diploma di laurea o una laurea magistrale, come la Turchia, mentre i paesi più avanzati arrivano al 33%: per questo i giovani fuggono, perchè decisioni e allocazione delle risorse sono in mano a persone non qualificate e spesso sempre più anziani, con conseguenze negative per il profilo demografico e occupazionale dell’Italia. Per uscire da questo gap occorre intervenire sul sistema educativo e universitario – ha detto De Toni, Rettore della Università di Udine, e investire in cultura e didattica. Nelle imprese, ha detto invece Siagri, occorre dedicare attenzione crescente alla globalizzazione per scorgere i “trend dei mercati”, e ha fatto specificamente riferimento alla Cina, un paese verso il quale l’Italia deve guardare con attenzione sia per lo sviluppo che per il mercato. Quattro, secondo il libro, sono le tendenze principali con cui i sistemi industriali e sociali europei e l’Italia si scontreranno nei prossimi decenni: il passaggio del potere economico da ovest a est e lo sviluppo di “città Stato”; l’invecchiamento strutturale della popolazione globale, in Italia ancora maggiore; la ridotta disponibilità di risorse strategiche come energia, ambiente, acqua; l’evoluzione sempre più rapida dell’Internet delle Cose, o Internet Everywhere. Il libro esplora questi temi con acutezza e ricchezza di esempi specifici e tecniche interpretative.
Un grazie a Luca Romano, LAN Servizi, che ha creato questa occasione e opportunità.

Amedeo Levorato