Startup innovative fenomeno imprenditoriale o sociale?

Bandi_startupProliferano in Italia gli incubatori e gli acceleratori di nuove imprese innovative che impiegano tecnologia o strumenti di produzione e distribuzione e logistica innovativi. Fondi speculativi alla ricerca di rendite più che di rischio e complessità dell’attività imprenditoriale in Italia rappresentano fattori di rischio per il movimento delle “start up” innovative, strette tra fenomeno di elite e strumento di sviluppo sociale/vivaio per grandi aziende.

Il dibattito sulle startup innovative (circa 4.000 imprese iscritte con la nuova formula ad aprile 2016) percorre come sempre in Italia i binari di una certa ovvietà: imprenditori, investitori e media sono passati da un ventennio di scetticismo, silenzi e pregiudizi ad un improvviso entusiasmo, spesso senza concrete giustificazioni. E’ opportuno osservare questo fenomeno guardando le molte opportunità, ma anche analizzando i numerosi punti critici.

Alle origini della crisi

La crisi finanziaria partita nel 2007 dagli Stati Uniti, sterilizzata per qualche tempo in Italia principalmente a causa della sostanziale arretratezza del suo sistema bancario e del costante sostegno garantito dai Governi di ogni parte attraverso l’espansione del debito – ha colpito con violenza l’economia italiana dal trimestre I-2008 al trimestre I-2015 per un totale di 29 trimestri (II-2015 è stato il primo trimestre di crescita), con le conseguenze che tutti hanno visto: disoccupazione salita al 13,1% nel 2015 prima del “Jobs Act” e disoccupazione giovanile al 37,9% in media Italia al 31 dicembre scorso.

tasso-disoccupazione-giovanile-italia-2015Europa e Italia hanno fatto pochissimo tra il ’90 ed oggi per fronteggiare la sfida della globalizzazione: è noto che negli anni ’90, per fronteggiare l’integrazione delle due Germanie dopo la caduta del muro, la Repubblica Federale di Germania nella prima metà si è finanziata con risorse europee, ritardando l’introduzione dell’Euro, e nella seconda ha chiesto alle classi medie ed operaie – con una manovra decisamente coerente alla visione germanica – una sostanziale riduzione dei salari e del welfare per assicurare un futuro di sviluppo e di leadership in Europa. Ancora oggi i minijob in Germania impiegano oltre 7 milioni di lavoratori sottopagati, una forma parzialmente copiata in Italia con i voucher, tra molte ipocrisie.
Mentre questo accadeva, altri paesi come Francia e Italia rinunciavano semplicemente ad una strategia economica e industriale, mettendo a rischio il proprio ruolo internazionale e globale, e accettando di entrare in un paradigma di crescita/stagnazione jobless, investmentless, enterpriseless.

Nel tentativo di vivificare rapidamente il sistema imprenditoriale di PMI europee e recuperare il tempo perduto, una volta caduto il mito della divisione internazionale del lavoro secondo cui Europa e Stati Uniti avrebbero “sviluppato le menti” lasciando a Cina e India il ruolo delle braccia, ed acquisita invece la consapevolezza che solo la produzione di beni e servizi realizza valore nel tempo, la UE, gli stati nazionali e le regioni europee vivono ora una stagione senza precedenti di aiuti all’occupazione e alle nuove imprese innovative, attraverso sgravi fiscali e strumenti di spesa diretta in incentivi, ma non sempre ciò risulta sufficiente o centrato per ottenere gli obiettivi proposti.

23Oggi la crescita in Europa è basata sostanzialmente sul paradigma del “fiscal compact”: lenta sottrazione agli Stati della spesa e dello stesso controllo fiscale, taglio del welfare, della spesa delle amministrazioni locali, degli interventi sociali, e restituzione all’iniziativa privata – neppure troppo controllata – dell’iniziativa sia nei campi industriali e nella ricerca (più congeniali all’iniziativa privata) che in campi in passato intesi come pubblici, come la sanità, l’educazione, il sociale, le infrastrutture. La riforma del terzo settore e la riduzione della pressione fiscale rispondono a questa precisa strategia. Questo trasferimento sistematico di competenze di stampo liberista, tuttavia, funziona apparentemente  solo in paesi come la Germania, Danimarca, Olanda e Svezia, dove la sussidiarietà comporta anche responsabilità individuale e sociale e meccanismi di concertazione sociale tra governi, sindacati, imprenditori.
InvestimentiInconcludenza e corruzione hanno determinato invece in Italia questo fenomeno di progressivo smantellamento del settore pubblico, e l’inadeguatezza dei soggetti eredi e protagonisti del cambio di ruoli, cioè i fondi di investimento privati per gli investimenti e le imprese per l’occupazione, rischiano di farlo fallire: in Europa non si fanno più autostrade, porti, ospedali, treni continentali, ponti, lo sviluppo è bloccato dal profilo demografico in caduta (-20 milioni di abitanti tra 10 anni in Europa) e dalla conseguente caduta di rendite e valori, che si trasforma in deflazione.  L’economia sfiorisce in sterili proliferazioni di oligopoli: operatori di TLC, centri commerciali, produttori di vetture antiquati e ripetitivi, come hanno dimostrato gli scandali sulle immissioni e i consumi delle auto tedesche, francesi, italiane e l’assenza totale dal mercato dell’ibrido e dalle innovazioni tecnologiche vere della mobilità, che nascono negli USA e in Giappone.

Innovazione e startup innovative

Ricerca, innovazione e nuove tecnologie non sono certo un “portato” del nuovo millennio. L’onda tecnologica della Silicon Valley, HP, Varian, Motorola, Texas data gli anni ’80. Internet (Apple, Microsoft, Oracle) data gli anni ’90.  E così il tema delle nuove imprese innovative: si veda a questo proposito un mio articolo pubblicato da Confidustria ben 12 anni fa, nel 2004: Articolo LINK – Aprile 2004.
Nanotecnologie e Biotecnologie sono nate a cavallo del secolo, e procedono speditamente verso lo sviluppo industriale e commerciale.
Nel frattempo nei paesi emergenti, due miliardi di abitanti rispetto al miliardo del vecchio “primo mondo”, venivano laureati milioni di ingegneri e scienziati e centinaia di migliaia prendevano la via della ricerca, applicata allo sviluppo competitivo.
In alcune aree tecnologiche – come le batterie agli ioni di litio e gli emettitori Led-Oled e l’imaging – ad esempio, il Giappone ha registrato e archiviato tra il 1990 e il 2005 brevetti che garantiscono la leadership tecnologica per i prossimi 50 anni. L’innovazione è diventata ragione di sviluppo per grandi sistemi universitari e produttivi in Cina, Taiwan, Giappone: distretti che generano decine di miliardi di prodotto e centinaia di migliaia di posti di lavoro specializzati per il complesso industriale-tecnologico.

I segnali della globalizzazione, partita nel 2000 con Cina e India, c’erano tutti: ma ancora alla fine del primo decennio del XXI secolo, l’Italia continuava ad espandere il proprio settore pubblico con debito e aumentando la pressione fiscale, con una fiducia illimitata in una competitività inesistente del paese e scoraggiava – come scoraggia in buona parte tuttora – l’impresa privata sia dall’intraprendere sia dall’investire – anche per quanto riguarda le azioni sociali per l’occupazione e per i propri dipendenti. A ciò si aggiunga la fuga di giovani qualificati dall’Italia e il declino demografico del Paese, con la popolazione anziana che raddoppia e il tasso di natalità che crolla a 1,27 (figli per donna) nel 2015.

In pratica, la maggior parte dei paesi europei – a causa della forte senilità delle leadership – non ha saputo reagire in modo consapevole, nell’ultimo ventennio, al cambiamento innovativo della globalizzazione e alle nuove tecnologie. Misure di politica industriale anche serie come il conto energia italiano dal 2005, tra i più incentivanti in Europa, hanno avuto scarso successo nello stimolare specializzazioni industriali, per l’incapacità tutta italiana di proteggere le proprie industrie “nascenti” – una teoria ben conosciuta in economia e praticata in tutti i paesi emergenti: la Cina per diventare leader globale ha praticato seriamente con le proprie banche il finanziamento delle industrie nel settore delle energie rinnovabili, delle telecomunicazioni, nell’acciaio e nel cemento.
Le aziende italiane produttrici di pannelli solari, invece, sono morte appena nate per mancanza di aiuti e garanzie di Stato, mentre il conto energia già dal 2010 è andato a finanziare miliardi di euro in pannelli di importazione ed ha contribuito a promuovere un settore impiantistico importante, crollato tuttavia sei mesi dopo la cancellazione degli incentivi. Solo Enel Green Power e pochi altri player sono riusciti a esportare la propria capacità impiantistica e di investimento trasformandola in opportunità imprenditoriale globale.
Quello del conto energia in Italia è solo un esempio, che impallidisce di fronte alla rinuncia europea ad una strategia nel settore delle telecomunicazioni. Fallita Nokia acquisita da Microsoft a causa degli investimenti nel linguaggio Symbian, e abbandonato il mercato da Siemens e Philips, oggi l’Europa è utente finale di telefoni e sistemi di TLC, satellitari, di rete, cellulari e dell’Internet Of Things prodotti a Taiwan, Cina e Sud Corea, e la digitalizzazione è affare principalmente americano: Microsoft- Motorola-Nokia-Skype, Google-Android, Apple-IOS e tutta la IOT sono sviluppate prevalentemente da realtà statunitensi: chi sviluppa lo fa sotto questa egida corporativa, che nell’epoca del “cloud” è sottoposta a stretto controllo diretto dei diritti e delle licenze di IPR (Intellectual Property Right), senza vie di scampo o diversificazione – il recente conflitto tra governo federale e Apple evidenzia il livello di conflitto in cui sono gli Stati ad opporsi ai monopoli corporativi.

Certo l’Europa, che realizza comunque un terzo del prodotto lordo globale, pur riducendo la propria quota di partecipazione al commercio mondiale, non ha perduto smalto: la Germania mantiene la propria leadership industriale e chimico-farmaceutica, la Francia quella aereonautica e nucleare, l’Italia il dominio qualitativo in 1/3 circa delle categorie merceologiche manifatturiere (il BBF – bello e ben fatto), mentre la Spagna conta su un miliardo di cittadini nel mondo di lingua spagnola, banche e turismo organizzato su quelle dimensioni. A questi si aggiungono paesi rapidamente emergenti, come Cechia, Slovacchia, Polonia, capaci di guadagnare spazi importanti nell’economia mondiale. Ma altro è la “relocation competitivity”, la buona combinazione tra fattori capitale, competenze e creatività, lavoro, ed altro la creazione di interi nuovi sistemi produttivi basati sul paradigma innovativo: informatica-telecomunicazioni, energie rinnovabili-petrolio-nucleare, innovazione fnanziaria come derivati-credito elettronico-paypal e blockchain technology, oppure innovazioni come le auto Tesla e la conquista spaziale.

La maggior parte delle startup innovative europee appaiono ancora centrate sul re-engineering dei modelli di business tradizionali, in cui comunque il vantaggio principale rimane quello degli USA, come si può constatare con Amazon.
Con l’avvento dell’IPhone nel 2004 l’era di Internet ha lasciato il posto a quella del “mobile”: il mobile sta cambiando drasticamente il modo di vivere, informarsi, consumare e produrre in tutto il mondo.
Internet aveva fatto capire i cambiamenti in gioco, producendo alcuni effetti reali… come diceva il fondatore di Napster Sean Parker a Zuckerberg nel film su Facebook “Social Network”, Mi chiedi cosa ho fatto? Trova in tutto il mondo un negozio di dischi! – Negozi di dischi e CD, agenzie di viaggio e di volo, edicole e librerie e – in parte – banche e servizi finanziari hanno cominciato a cambiare con Internet.
Ma dal 2005 in poi ben altro è successo: fotografi e stampatori, produttori di macchine fotografiche, telecamere, radio e tv, quotidiani e riviste, banche e assicurazioni, negozi di elettronica e articoli sportivi, servizi di dating e incontri, linee aeree e ferroviarie, alberghi e case vacanze, taxi, giochi elettronici ed educazione distribuita, distributori di farmaci ed elettrodomestici – interi settori produttivi con i propri circuiti di vendita e distribuzione hanno cominciato a sciogliersi di fronte al cambiamento distruttivo in corso.

La maggior parte delle startup innovative italiane ed europee si colloca invece nell’area: la reingegnerizzazione dei processi di business tradizionali e la valorizzazione delle “aree grigie” intermedie, che si sono create con l’enorme produttività individuale del digitale e la creazione di nicchie di consumo specializzato sia di generazione, che di area geografica, che di preferenza, che sociali, e rappresentano le aree principali di nascita delle startup europee.
Non mancano le startup che nascono dalla creazione di nuovo IPR (Intellectual Property Right, brevetti) generato da ricerca e sviluppo, ma queste generalmente eludono acceleratori e incubatori, in quanto l’attività di scouting alla nascita le vede presto inglobate in business più ampi, capaci di raggiungere rapidamente il mercato globale. Una innovazione dirompente, infatti, per natura non può essere ostentata ma deve essere rapidamente incorporata in prodotti o servizi già presenti internazionalmente o in uno spazio commerciale europeo, senza correre rischi di clonazione o fallimento di mercato.

Quali sono, quindi, le caratteristiche di queste startup?

Il contenuto innovativo delle start up italiane non è molto elevato, ma la carica creativa rilevante.
Le barriere all’entrata devono rimanere basse per garantire la sopravvivenza con investimenti contenuti, in assenza di capitale di rischio, ma questa bassa quota di innovazione mette a rischio la stessa perseveranza dei giovani fondatori nel portare avanti autonomamente l’impresa.
La start up innovativa frequentemente non sa vendere, non ha rete di relazioni, spesso non sa neppure produrre perchè lavora sui servizi. Distinguere queste situazioni è importante: la stessa debolezza o costrizione nella scelta imprenditoriale – condannata dalla legislazione a soffrire oltre ogni limite vincoli burocratici e normativi, barriere interpretative delle norme “inventate” da improbabili dequalificati pubblici ufficiali interpreti di normative spesso confuse ma sempre onerose – porta l’imprenditore innovatore a subire una rilevante disambiguazione: rischiare i propri soldi per garantire la crescita della start up facendola passare da “piccola” a “nana”;  oppure cedere rapidamente l’IPR sviluppata ed entrare come ricercatore o dipendente in una azienda che – per organizzazione, capitali investiti, portata di mercato sappia incorporare le innovazioni sviluppate dal medesimo innovatore in un sostanzioso business nazionale o internazionale. E’ questo il destino della maggior parte degli startuppers italiani.

E allora si chiude il cerchio: i nuovi acceleratori e incubatori solo raramente sono fucine di imprese veramente “innovative” e molto più spesso sono “palestre sociali di imprenditorialità”, dove l’innovazione non rappresenta la creazione di un “valore” ma più semplicemente uno strumento per mettere alla prova e addestrare una generazione di giovani che escono da scuola superiore ed università senza idonee competenze, anzi – spesso – senza avere mai visto un lavoro nè una impresa industriale o una organizzazione vera.
Coworking e laboratori di talent sono strumenti sociali di formazione personale e relazionale, più che luoghi di innovazione, e spesso occorre un grande sforzo affinchè non vadano dispersi anche quei genuini ricercatori che – uscendo dalla propria facoltà universitaria e dal proprio circuito di relazione – possono naufragare tra le grinfie di speculatori privi di scrupoli o incapaci di valorizzare adeguatamente quanto realizzato.
Per i giovani diplomati e inoccupati, inoltre, ed ancora più per i piccoli imprenditori, gli acceleratori e incubatori come i “FabLab” che oggi stanno proliferando sul territorio, rappresentano una opportunità per accedere a tutte quelle innovazioni che stanno trasformando il sistema produttivo (l’industria 4.0, la digitalizzazione, l’Internet delle Cose), e che presto o tardi cambieranno il modo di produrre e di prestare servizi anche per le PMI: stampanti 3D, Internet Of Things, collegamenti macchina-macchina, robotica, realtà virtuale, archiviazione sostitutiva e fatturazione elettronica, automazione della forza vendita: come per Internet negli anni ’90, questo complesso di nuove tecnologie deve essere adottato, compreso e incorporato nel sistema produttivo: Fablab e acceleratori possono risultare una struttura di divulgazione e addestramento di giovani NEET, quadri tecnici aziendali, piccoli imprenditori, lavoratori e impiegati.

Che dire del fenomeno italiano?

Rimane infine la questione delle startup innovative basate su innovazioni e brevetti, che sono le più complesse da proteggere, sviluppare, collocare.
Nello scenario delle startup innovative anche il fallimento di nuove imprese innovative italiane non è mai neutro, perchè attraverso la divulgazione scientifica e l’ansia di pubblicazione dei ricercatori, finisce per favorire quelle industrie e quei sistemi di nicchia dell’industria globale emulativi, che sono sempre pronti ed attenti all’esame delle pubblicazioni brevettuali e dispongono di attenti investitori, come accade in Cina, Israele, Olanda, Singapore e spesso e tradizionalmente, Gran Bretagna.
Nella maggior parte dei casi in Italia il business angel o il venture capital è assente o non interessato ad analizzare e sviluppare a buon fine i veri fattori “strenght & weak” delle innovazioni nate nei garage e nei laboratori italiani.
I servizi alle imprese innovative, se ci sono, vengono erogati dall’incubatore o acceleratore, il quale da così vita ad un continuo conflitto di interessi, ponendo le basi per limitare o impedire il successivo decollo e l’abbandono del “nido” da parte della neo-impresa.
Gli schemi di agevolazione e incentivazione pubblica provocano spesso deviazioni brutali dal “focus” dell’impresa innovativa, inducendo il gruppo, per rendicontare il finanziamento a buon fine, a intraprendere percorsi che si allontanano dall’idea e dal core business dell’impresa, la quale perde identità.
Le banche rifiutano di fornire finanziamenti tecnicamente complessi come i prestiti partecipativi oppure chiedono garanzie reali personali sui prestiti, così come i business angels richiedono impegni personali al riacquisto delle quote acquisite con tassi di rendimento da usura.
Scarsa conoscenza delle questioni tax & legal e veri e propri patti societari “capestro” frustrano il funzionamento della start up, inducendo crisi societarie e prematuri litigi tra soci su questioni di principio, mentre i mercati e i clienti si allontanano.
I fornitori richiedono pagamenti anticipati e non offrono credito all’impresa innovativa.
L’immischiarsi di improbabili agenzie pubbliche di promozione dell’innovazione, sia locali che regionali che statali, rischiano di stancare il giovane e allontanarlo dal proposito imprenditoriale inducendolo ad accettare la prima offerta di lavoro serio e strutturato in una azienda che lo “protegga” da assurdi obblighi in materia di sicurezza, tutela del lavoro, previdenziali e fiscali, urbanistici e architettonici.
La presenza di agenzie pubbliche è spesso una garanzia di fallimento, più che di successo, delle imprese innovative, mentre le agenzie di sviluppo private (acceleratori, incubatori) faticano a stabilire relazioni concrete con gli investitori, spesso provenienti da settori bancari e previdenziali, e quindi orientati a cercare rendite piuttosto che rischi.
I Venture capital di origine bancaria cercano profitti e rientri da prestiti di natura creditizia nel breve periodo, costringendo gli imprenditori a impegnare capitali propri e incatenandoli al business, abbandonando ricerca e sperimentazione.

E’ questo un giudizio negativo sulle start up innovative?

No, anzi. Un vivaio di cambiamento è ciò che serve in realtà al sistema delle piccole e medie imprese: ed è forse opportuno riflettere sulle modalità con cui renderlo stabile e concreto generatore di competenze innovative per le imprese.
E’ da ritenersi che le start up innovative rappresentino uno dei due poli principali di ripresa della creatività e della leadership manifatturiera italiana nel mondo. Ma occorre fare grande attenzione ad un recente fenomeno, cioè il formarsi inevitabile di una “bolla” delle start up e degli incubatori, e privilegiare invece per la politica industriale l’agevolazione e il sostegno a quei settori strategici collegati alla “big science” come la farmaceutica, le biotecnologie, le scienze dell’energia, dell’intelligenza artificiale e della robotica, le nanotecnologie, le scienze della vita che possono rappresentare un vantaggio competitivo per l’Italia nel sistema economico globale.
Per quanto riguarda il manifatturiero, i settori più importanti sembrano essere, ad esempio, le innovazioni in campo ambientale, sanitario, robotico, nanotecnologico e spaziale, il settore agro-alimentare e del sistema casa-costruzioni-arredo-energetico-idrico in cui primarie sono le competenze applicative e la qualità della domanda nazionale ed europea. Altri settori interessanti per l’Italia sono la mobilità, la cultura e il turismo, l’educazione e il gaming sul “cloud”.
Per quanto attiene alle forme di riorganizzazione dei business tradizionali e le iniziative della sharing economy attraverso la combinazione di organizzazione-logistica-commerciale-marketing e finanziario sul “cloud” e per l’innovazione finanziaria come la moneta elettronica, i sistemi di pagamento e regolazione sui mercati a livello globale, i derivati e le formule di investimento finanziario – sempre tramite il “cloud”, la partecipazione italiana appare limitata dalla dimensione contenuta del mercato nazionale e potrebbe essere valorizzata solo in una prospettiva di adesione a iniziative internazionali o europee. Questo concetto non va trascurato, in quanto solo a livello europeo – e spesso difficilmente anche in questo – risulta possibile costruire alleanze che comportino la somma di specificità e non la loro sottrazione, attraverso pratiche anche violente di spionaggio industriale e copia illegale.

startup-2Startup innovative in Italia al 31/12/2015 – fonte: Infocamere

Per finire, il tema delle start up innovative presto incontrerà quello dello spazio competitivo nazionale e internazionale, introducendo una rapida selezione sia delle start up che degli incubatori e acceleratori più importanti, che dovranno collaborare e ridursi di numero e consistenza, attraverso una segmentazione che privilegerà i veri e propri “incubatori” di spin off della ricerca e della tecnologia, relegando a fenomeno sociale e vivaio di professionalità i contesti “acceleratori” meno selettivi e spesso impreparati. Risultato non negativo in sè, che andrà a favorire forme di stimolo culturale, didattica e avvio al lavoro nelle imprese più tradizionali, ma foriero di una forte selezione professionale e finanziaria nel mondo delle nuove imprese innovative che produrrà anche qualche inevitabile rinuncia e fallimento.

Amedeo Levorato

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