23 settembre 2015: una riflessione su politica, economia e sfide sociali

 

Christaller

Il territorio è andato “global”
Non so se, come dicono alcuni, la globalizzazione abbia raggiungo il “picco”. E’ certo che nessuna interpretazione dell’evoluzione del tessuto sociale veneto può trascurare l’influenza della globalizzazione sociale, culturale ed economica in atto. Essa va analizzata in relazione ai feedback di interazione con i valori sociali e relazionali della comunità locale, in relazione al fenomeno dell’immigrazione e della mobilità intraUE, inclusa quella giovanile, in relazione alla capacità attrattiva del sistema Padova-Veneto: che lavori offre, che professionalità richiede, che stile di vita garantisce, che investimenti richiede, che visione di vita propone.

Il tessuto economico ha complessità reali e blocchi voluti
Il sistema istituzionale sta cambiando: non sappiamo se si tratti delle “riforme strutturali” invocate dalla UE. Certo che dopo il #VWGate ci sarà qualcun’altro che necessita di riforme strutturali, come Berlino e Bruxelles. Di fatto, il sistema economico ha complessità reali legate al fenomeno della “stagnazione secolare”, indotto da un eccesso di offerta globale e dal clima avverso allo stimolo della domanda espansivo tramite il debito. Finanziarizzazione e derivati hanno minato la struttura finanziaria dell’economia globale e le Banche Centrali si trovano di fronte alla difficile domanda, costata a fine settembre oltre 2.000 miliardi alle borse: tassi a zero per vent’anni grazie a facilitazioni monetarie continue o “rate hike” e crollo dei mercati emergenti? La risposta la conoscono tutti ed è colpire la speculazione finanziaria internazionale ma nondimeno questa risulta una soluzione scomoda: significa colpire le elite finanziarie globali che hanno in mano strumenti non convenzionali (bombe atomiche, terrorismo, fondamentalismo) non influenzabili con il GATT o con misure fiscali.
Per questo, ci attende un lungo periodo di shock monetari e terroristici, senza la possibilità che emergano trasparenti gli obiettivi delle potenze economico-militari.

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Quindi, complessità reali (minaccia climatica, eccesso di offerta di beni, squilibri della domanda, guerre valutarie, ambiguità dei sentieri tecnologici, fenomeni come immigrazione, morbilità sanitaria, biodiversità difficilmente governabili) e blocchi voluti (contrapposizione tra blocchi di interessi occulti).

Le coscienze sono infettate dal breve periodo e dai social network
Chi intende fare politica deve prendere coscienza del fenomeno della miopia di breve periodo e dell’influenza dei social networks. La vita politica oggi non è un dialogo razionale e circostanziato. E’ sempre più spesso campo di confronto tra #haters e #fans o #followers. Quindi, non è il ruolo della riflessione e dell’informazione ma del messaggio. La differenza tra informazione e messaggio era già stata chiarita negli anni ’60 da Marshall McLuhan, ma oggi come molti fenomeni essa è anabolizzata, mostruosa, ingovernabile. Il messaggio è enfatizzato, escatologico, mentre l’informazione necessita di linearità e congruità interna.
Sarà quindi difficile proporre all’opinione pubblica una informazione – dati, pretendendo che essa la legga come messaggio.
Su questo tema, come tanti, non si possono avere ricette: la migliore in questo senso era Vanna Marchi che sapeva trasformare da buona artigiana PMI italiana una informazione in un messaggio. Molti politici fanno così oggi: la maggior parte dei casi trasformano il nulla, c’è solo il messaggio ma non l’informazione.
Anche in questo senso il 2015 è complesso: come facciamo a chiedere ai cittadini, anche di cultura, di trasformare un messaggio in informazione se l’informazione viene letta da lingue valoriali diverse?
E’ un tema aperto. L’affermazione è retorica, perchè la soluzione è evidente: occorre usare la comunicazione per parlare con la gente, ma la comunicazione implica assunzione di responsabilità. Il gruppo intende farlo? Anche in questo i Social Network ci hanno tradito, il messaggio è immediato, impone di avere più #fans che #haters.

L’enfasi prevale sulla riflessione, la superficialità sull’approfondimento
Introduco una trattazione da una prospettiva diversa, più “personalistica” che “sociale” del fenomeno dei Social Networks. Anche nella coscienza individuale, oggi, il messaggio enfatico investe completamente il “linguaggio del corpo” dell’individuo. Oggi lingue, coscienze e corpi sono enfasi e non riflessione. Se parlo, urlo – se scrivo, esagero – se presenzio, mi tratto chirurgicamente ed esteticamente. Non esprimo un giudizio sulla validità della “società enfatica”: è un dato di fatto che mi sembra incontrovertibile. Tuttavia, riflessione e meditazione, approfondimento, umiltà, essenzialità dei fini, valori non negoziabili, lealtà, coerenza, mi appaiono oggi concetti desueti, considerati “fuori moda” anche quando li si impiega nel dialogo collettivo.
Non tutti ritengono la lealtà o l’umiltà un valore, i valori non negoziabili indicano rigidità, la coerenza inflessibilità, l’essenzialità dei fini un appello ad una trascendenza rifiutata, ad una sacralità incomprensibile. Tutto è relativo. La mia è una domanda: da che parte cominciare?
La rivoluzione digitale ha introdotto il modello del documento di 500 pagine in PDF per spiegare un problema che non impiega più di una frase per essere posto. Come facciamo ad avere letto 82 milioni di emendamenti alla legge sul Senato prima di decidere?

Le priorità sono a spinta egotica, la dimensione sociale è subordinata all’individualità
Tutti dicono pochi ascoltano. Questo fenomeno rappresenta un problema enorme. A me appare chiaro che nella maggior parte dei casi l’unico legante, l’unica grande lingua comune è il numerario fiduciario, la sua quantificazione nei conti correnti, nei crediti, nei debiti, nelle aspettative, nelle manovre finanziarie. Ad esempio, non si fa un DEF per migliorare la qualità dei servizi pubblici, incrementare i livelli di assistenza sanitaria, aumentare l’occupazione, ma si fa per tagliare le spese agli Enti Locali, tagliare la spesa sanitaria, ridurre le tasse alle imprese. Tutto è basato sul numerario fiduciario, anche le relazioni internazionali.
La dimensione monetaria delle priorità si trasferisce anche a livello personale: le coppie si separano per motivi economici, i figli ricevono una educazione rapportata al ceto e alla capacità di spesa, il contrattualismo domina ogni aspetto della vita sociale: io cosa ci guadagno?
In questa monocultura, la dimensione sociale è subordinata all’individualità. L’individuo persegue la massimizzazione del proprio reddito e della propria gratificazione sociale, che poi significa la stessa cosa fatta eccezione per pochi “performers” artistici o sportivi, i quali comunque vengono misurati economicamente… ma “la società” viene proprio perduta, diventa elemento non essenziale perchè anch’essa, come i concetti di cui sopra, viene percepita come limitazione all’individuo. Posso avere delle ipotesi in ordine alla risposta possibile (una, ad esempio, è quella quotidiana promossa dal Papa Francesco). Ma come si traduca in precetti comportamentali quotidiani per un gruppo che voglia candidarsi a gestire la società locale o il paese, su questo non ho idee chiare.

Per una nuova politica, ricucire la frantumazione relazionale (non sociale) è la priorità
La frammentazione relazionale appare, quindi, una emergenza della società odierna. Non è  la prima volta che ciò accade nelle società occidentali post-belliche. Dall’inizio dell’industrializzazione, il dissidio generazionale è stato più frequente della continuità generazionale. Oggi anche queste sfide sono attuali, con qualche aspetto escatologico nelle differenze tra generazioni – oggi quella dei millennials – e le suggestioni dettate dall’evoluzione tecnologica e scientifica (vedi ad esempio http://www.kurzweilai.net/
Ciò che mi appare chiaro, è che il primo obbiettivo per un gruppo che intende discutere progetti sociali, è ricucire la frantumazione relazionale: provare a parlare una lingua omogenea, laica, liberal e flessibile ma non valorialmente relativista, che consenta di “tradurre informazioni in messaggi” e “tradurre messaggi in azione”. Collegati a questi passaggi stanno quelli inerenti la “reputazione personale dei soggetti” e la “pertinenza oggettiva delle informazioni”.
Mi rendo conto che questi concetti sono un pò ostici. Cerco di tradurli in modo semplice: occorre che il gruppo sappia leggere la realtà in modo omogeneo raggiungendo un credibile consenso su alcune questioni fondamentali, quindi elaborare degli obbiettivi e trasferirli a gruppi rilevanti di opionione. Requisiti indispensabili sono la reputazione individuale professionale e morale, e la contingenza delle informazioni trattate.

Chiarire il rapporto pubblico-privato è presupposto per un dialogo costruttivo
Ultima riflessione è sintesi di quella che ho cercato di trasmettere nell’intervento al convegno del 23 settembre: secondo il mio punto di vista l’avvento della crisi dell’Euro segna il picco della welfare society europea. Picco e non declino: il problema è come coniugare la domanda di welfare society (essenzialmente educazione, salute e pensioni) con la sproporzione tra pubblico e privato. Oggi il pubblico drena risorse fiscali che trasferisce ai cittadini sotto forma di discutibile welfare. Scarsa responsabilità e specificità del pubblico, e debole attitudine sociale del privato rappresentano elementi evidenti del deterioramento della convivenza sociale.
E’ difficile oggi rinunciare a motivazioni che indicano nel sindacalismo e nel contrattualismo sindacale uno dei maggiori vincoli al rilancio dell’economia e della qualità della vita e dei consumi in Italia e buona parte d’Europa. D’altra parte, le caste “private” capaci di controllare beni e servizi essenziali – o anche semplicemente di appropriarsene illegalmente – evidenziano che non è così semplice ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società senza fare in modo che qualcun’altro vi sia obbligato ad assumersene la sostituzione.
Più che sostituzione, piace pensare alla sussidiarietà.
Che significa sussidiarietà tra pubblico e privato? In alcune aree questo significa collaborare (investimenti pubblici collegati e affiancati a investimenti privati, attraverso accordi che tengano conto di costi, benefici, nimby e lungo periodo). In altre aree, significa vero e proprio recesso dello Stato e avanzata del privato, che assume così compiti molto simili al welfare e all’assistenza nel proprio diretto e immediato interesse (ad esempio le imprese con i lavoratori, il volontariato con i cittadini, ecc.).
Ecco, non vorrei sbagliarmi ma mi pare che porre il duplice problema di una “nuova conciliazione” tra generazioni (‘900 e millennials) e tra istituzioni (Stato, Enti Locali, Imprese e Associazioni), con un occhio rivolto anche alla riconciliazione geografica di senso e ruoli del territorio provinciale, comprendendo la portata delle interazioni e i nodi essenziali su cui operare, potrebbe essere un ambizioso programma culturale per l’Associazione.
In questa chiave anche il ruolo, il futuro dell’industria manifatturiera veneta, il senso e il valore delle start-up, tutto va misurato in rapporto alla relazione pubblico-privato e al suo senso nella società italiana e veneta odierna.

Padova, 26 settembre 2015

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