20 agosto 2015 Padova Smart City nel contesto europeo e metropolitano.

Smart CityPadova Smart City nel contesto europeo e metropolitano.

Nel controverso film “Quinto Potere” (2013) che narra le vicende di Wikileaks e Julian Assange, il protagonista viaggia da Rejkyavik a Oslo a Singapore, Parigi, Londra, Dubai, Hong Kong, New York, Shanghai. Il rutilante girotondo delle metropoli globali, non-luoghi al tempo stesso uguali e diversi, evidenzia la nuova natura della globalizzazione: un mondo sempre uguale e sempre diverso, abitato da una classe affluente giovane che usa le città e la loro logistica, operando su progetti di portata e consapevolezza globale.

Questa nuova immagine del mondo, In relazione all’età, alla condizione sociale, culturale e professionale dello spettatore, può preoccupare o entusiasmare, ma nondimeno rappresenta la natura vera dell’attuale mondo sociale, economico, relazionale.
Appare in atto una ulteriore evoluzione del modello di localizzazione intuito da Christaller nella prima metà del XX secolo. Si tratta di un processo di riallocazione urbana: funzioni affluenti e intere classi sociali di specialisti migrano globalmente verso aree metropolitane specializzate, caratterizzate da funzioni “rare”, su base globale; intellettuali e laureati si muovono verso aree metropolitane che svolgono ruoli prevalenti, ad esempio per il potere politico: Washington, Bruxelles, Berlino, Pechino, per la finanza: New York, Londra, Hong Kong;, entertainment-media e business-media: Los Angeles, San Francisco, Seattle, IT e Telecomunicazioni: Boston, Taiwan, Seoul, e via via autorità di regolazione nazionale e globale, grandi università, sanità, farmaceutica e biotecnologie, gestione delle materie prime strategiche, finanza e previdenza, commercio internazionale, manifattura tecnologica, cultura e turismo, ricerca scientifica capital-intensive, sport, ingegneria e costruzioni, alimentazione e sostenibilità.
Le aree metropolitane offrono contiguità professionale e tecnica, opportunità finanziarie adeguate, economie di scala e servizi, e quindi le organizzazioni, le imprese e gli stati si ricollocano nello spazio globale promuovendo le proprie specificità, mentre le città e le aree che ne vengono escluse vengono spinte a retrocedere, costrette a marginalità e povertà (si pensi agli esempi della Grecia, dell’Europa dell’est, del nordafrica e – più recentemente – del Sudafrica, del Brasile e della Russia).
Altre aree metropolitane – la vera caratteristica emergente della globalizzazione sono queste, dove accade “tutto”, in contrapposizione con la periferia anche urbana, ove non accade più “nulla” – pur cercando di uscire dall’impasse della despecializzazone, non riescono ad accumulare la massa critica per partecipare alla nuova divisione internazionale del sapere e del lavoro.
Convivono, quindi, nel mondo processi di deruralizzazione vecchio stile (come in Cina, India e Africa) e processi di specializzazione e despecializzazione urbana.
In questo quadro si inscrive la collocazione dell’area urbana di Padova – e in sicura prospettiva quella metropolitana di Venezia – che si identificano globalmente nel “sistema Venezia”. Da sole le città del Veneto centrale (Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Rovigo) contano poco o nulla nel quadro europeo e macroregionale. Esse tuttavia possiedono ancora oggi le potenzialità per diventare un “locus globale” d funzioni rare compiendo la scelta di valorizzare le proprie peculiarità, oppure recedere inesorabilmente a non-luogo, un aereoporto e sistema logistico intermedio, uno spazio di valore locale, con un grande futuro alle spalle.
Il “sistema Veneto” raccoglie in sé queste potenzialità e queste minacce: l’appartenenza all’Eurozona e un sistema produttivo e relazionale “atipico” rispetto al resto d’Italia (+1,2% la crescita prevista nel 2015 rispetto allo 0,7% nazionale), che mette insieme l’8% della popolazione, il 10% del PIL, il 14% delle esportazioni italiane, evidenzia una specializzazione relativa, assoluta per alcune funzioni di commercio internazionale, come le PMI “globali”.
In questo quadro, però, nel 2014 Padova si è registrata ultima provincia del Nord Est per dinamica di crescita.
Quali sono, quindi, le premesse per ritrovare un “ruolo guida” in Europa e a livello globale, che il Veneto aveva negli anni ’80 e ’90 del XX secolo?
Innanzitutto, Padova appare tuttora città ad alta qualità della vita, ove però l’insieme degli indicatori esprime un andamento ambiguo, la perdita di ruolo guida e attrazione (negli anni ’90 rispetto al Nordest, nel nuovo secolo anche rispetto al Veneto e alla medesima propria provincia).
Questa perdita di ruolo si evidenzia nell’inconsistenza tecnologica e innovativa, nello sfiorire delle specificità, nel crescente ricorso alle risorse turistiche – pur positivo come nel caso del nuovo Giardino delle Biodiversità presso l’Orto Botanico 1545, patrimonio UNESCO, inaugurato nel 2014 – ma tuttavia residuale rispetto alla pretesa funzione di leadership economica nel nordest.
La perdita delle banche (Cassa Risparmio e Antonveneta, ora la crisi delle Casse Rurali) è stata detonatore di crisi estesa di impieghi e investimenti, del commercio in dimensione internazionale e interregionale, della Fiera e della congressualità, dell’Università, della ricerca – nonostante le positive iniziative della Torre della ricerca oncoematologica pediatrica, del Centro di Biologia Molecolare, dell’esperimento ITER, dell’IZSVE per l’aviaria, del sistema sanitario per la cardiologia e l’oncologia – della stessa Pubblica Amministrazione.
In scarsi campi Padova esprime decisi primati, e i propri capisaldi istituzionali, pure ancora relativamente forti nel Veneto, evidenziano solo sporadiche peculiarità, fortemente minacciate da un ambiente istituzionale spesso disattento e provinciale, privo di sfide e di dubbi. In particolare, sistema sanitario, cure cardiache e onocolegiche, ingegneria e fisica delle alte energie, sostenibilità e tecnologie ambientali ed energetiche rappresentano specificità che ancora possiedono marcate opportunità di sviluppo a livello europeo e mondiale. Ma occorrono investimenti rilevanti e una decisa politica di promozione.
Il susseguirsi di amministrazioni a tratti inadeguate e prive di una lettura aperta della proiezione urbana e metropolitana di Padova ha determinato la situazione, aggravando gli effetti della crisi economica.
Già nel 2007, a prescindere da Lehman, Padova era avviata ad una crisi sistemica a causa della carenza di “idee forti”.
Nell’Eurosistema, gli impegni assunti con il “fiscal compact” sottoscritto nel luglio 2011 stanno evidenziando oggi gli effetti più rilevanti: la revisione e il blocco della spesa pubblica e degli investimenti pubblici (-10% da giugno 2014 a giugno 2015) l’avvio di riforme strutturali non sempre dall’esito chiaro (esempio Province e Camere di Commercio) riduce e dissuade il ruolo attivo per lo sviluppo degli enti locali, delle Camere e delle aziende pubbliche.
La crescita dipende oggi interamente dall’attrattività locale agli investimenti privati, dalla competitività del manifatturiero e dei servizi, dalla presenza di vere competenze manifatturiere e innovative globali, di competenze scientifiche e professionali “rare”, che sappiano rendersi anche capaci di attrarre (e pagare) il ceto affluente globale (si pensi all’occhialeria di Luxottica e Safilo, a Diesel, Geox, De Longhi, FIAMM, all’acciaieria e meccatronica padovane e vicentine, alle aziende alimentari veronesi, al Prosecco e ai vini della Valpolicella, a numerose altre nicchie per aziende che di fatto sono “globali”.
L’alternativa a questa sfida è l’emigrazione coatta per giovani e professionisti, verso le aree metropolitane attrattive delle competenze acquisite e delle relative funzioni produttive.
Purtroppo, il sistema urbano padovano e metropolitano oggi non risulta ospitale per investimenti imprenditoriali marcatamente speculativi, e detiene scarse competenze per regolare adeguatamente le poche presenti assicurando il duplice vincolo della profittabilità e della legalità; non riesce a programmare investimenti pubblici attrattivi in infrastrutture competitive; scoraggia l’iniziativa imprenditoriale attraverso eccessiva pressione fiscale e adempimenti burocratici; disperde gli sforzi tesi a creare “campioni” scientifici e professionali – come nel caso della sanità, delle scienze della vita, della fisica delle alte energie.
Certo il sistema non manca di una propria vitalità: la crescita prevista per il Veneto all’1,2% nel 2015 e al 2% nel 2016, la ritrovata capacità di crescita di alcuni distretti produttivi, il decollo di alcune nuove specializzazioni, l’acquisizione di A4 Holding da parte degli spagnoli di Abertis, il piano di investimenti da oltre €M 200 finanziato da BEI per il sistema acquedotti, i finanziamenti POR-FSE per l 2014-2020 autorizzati dalla UE, le iniziative per valorizzare Venezia e l’auspicabile decollo dell’Alta Velocità est-ovest, evidenziano che il Veneto, nel suo insieme, continua ad essere regione vitale.
Ma le difficoltà della Regione a “fare sistema” con i vicini regionali e nazionali evidenziano ritardi e carenze di idee da parte del sistema produttivo, scarsa azione di regolazione rispetto ad una Eurozona che invece vorrebbe trainare uno sviluppo promettente – anche se a carattere “germanico”.
Tutto ciò, inoltre, accade in un periodo caratterizzato dal sostegno attivo della politica monetaria attraverso il QE e il TLTRO attuati dalla BCE: fino a settembre 2016, il sostegno alle banche per le imprese e gli investimenti, e alla spesa pubblica attraverso l’acquisto di titoli sovrani da parte della Banca Centrale invece che con le risorse della leva fiscale, viene garantito liberando risorse dei privati che sperabilmente confluiscano a consumi e investimenti di famiglie ed imprese, anche attraverso l’alleggerimento fiscale programmato dal Governo sul mercato del lavoro, sulle imprese, sui salari e sulle pensioni.
Per disegnare un promettente futuro, risulta però indispensabile superare atavici ritardi, che sono radicati nel provincialismo e nella chiusura della “parte protetta” dell’economia nazionale e locale, anche padovana: un commercio al dettaglio in crisi, asfittico e privo di relazioni ed economie di scala; gran parte delle professioni ad alta densità e scarsa specializzazione (legali, contabili, progettisti edilizi e urbanistici), le microimprese artigiane e commerciali non innovative, e in particolare la P.A. Locale e gli enti pubblici non economici. Vanno quindi favorite, concretamente e senza esitazioni: le medie imprese globalizzate, la ricerca e la didattica superiore, la formazione di giovani alle competenze richieste dalle imprese, le funzioni finanziarie e le professioni con reputazione internazionale: da queste passa il processo di modernizzazione e globalizzazione e quindi in questo particolare momento vanno favorite.

Riflessi locali

Nel quadro locale, la città diventa attrattiva solo ove venga assicurato al meglio il funzionamento del sistema urbano. Non solo, ma il sistema deve essere “smart”,”resiliente” e – in prospettiva – impegnato all’adeguamento a sfida climatica e sostenibilità, argomenti che con le recenti ripetute catastrofi (alluvioni nel 2010 e 2011, trombe d’aria, uragani, eventi sismici, penuria idrica e calore nel 2014 e 2015) mettono a rischio continuità l’equilibrio antropico del territorio.
Non basta il pur lodevole sforzo condotto per valorizzare la “città turistica”: musei ed eventi, orto botanico, giardino delle biodiversità, Castello Carrarese, complesso monumentale centrale. Serve collegare questo sistema alla dimensione economica regionale e macroregionale europea, e “promuovere” il sistema produttivo di beni e servizi, unico in grado di creare posti di lavoro.
Guardando le statistiche mondiali, il turismo non potrà mai superare il 10% della forza lavoro.
La crisi del mercato immobiliare, che da oltre cinque anni investe l’Italia, non può considerarsi superata con la ripresa: è ormai evidente il cmbiamento dei comportamenti dei giovani rispetto alla proprietà immobiliare, con netta preferenza per l’affitto – e la proprietà è investita della pesante transizione alla sostenibilità energetica, che prevede la marginalizzazione di fabbricati realizzati anche fino al 2005 e oltre a causa dell’indice di prestazione energetica. Nuovi materiali e paradigmi energetici impongono nuovi modelli di costruzione, e quindi il ricambio dell’edificato, con nuovi concetti architettonici e urbanistici.
L’UE, attraverso BEI, incoraggia grandi operazioni di investimento in ristrutturazione e rigenerazione urbana in cui trovino posto la realizzazione di infrastrutture pubbliche capaci di ripagarsi indirettamente con il gettito fiscale e direttamente attraverso la leva tariffaria (strutture didattiche e sanitarie e impianti sportivi tra le prime; tram, parcheggi, viabilità primaria di scorrimento, sistemi a rete in Fibra Ottica e Wifi, produzione di energia e risparmio energetico e sistemi di accesso urbano tra le seconde) – collegate in PPP (Private-Public-Partnership) con interventi finanziati con fondi privati, attratti dall’incremento dei valori OMI generati dalle infrastrutture realizzate dal pubblico: centri congressi, residenzialità di qualità e studentesca, strutture residenziali assistite per anziani, centri commerciali, sanitari privati e di servizio, aree di incubazione tecnologica e startup e relative residenze, servizi di trasporto passeggeri e merci, e-commerce.
In questo contesto nasce il progetto “Soft City” Padova.
Si tratta della previsione di riqualificazione evolutiva di un’area della città tra la Stazione ferroviaria e l’uscita autostradale di Padova Est che ha “subìto” i ritardi di fasi cicliche dell’economia: ritardo all’uscita dalla fase primaria di espansione urbana, che ha spostato altrove la produzione manifatturiera a favore del terziario, superata da Mestre. Ritardo nella fase di commercializzazione (grandi strutture di vendita) a interfaccia regionale, minacciata da Veneto City; ghettizzazione etnica (via Anelli). Oggi che funzioni nuove appaiono all’orizzonte, quali il rinnovamento della funzione fieristica, la centralità del TPL locale-extraurbano e ferroviario, l’integrazione con il quartiere universitario e didattico, la presenza di alcuni incubatori, il consolidamento delle attività nel campo informatico, il rilancio del terziario a interfaccia internazionale e della formazione imprenditoriale, l’area si presta ad un intervento organizzato di “rigenerazione urbana”.
Occorrerebbe tuttavia la capacità di mettere “a sistema” i blocchi urbani di intervento, gerarchizzarne e organizzarne cronologicamente le fasi di sviluppo, individuare i centri di riorganizzazione urbana e le funzioni. Non bastano rotonde e fontane, ma occorre un sistema di trasporto rapido di massa che colleghi principalmente il centro, la stazione, l’area universitaria e commerciale e il casello autostradale di Padova Est.
E’ indispensabile inoltre una microprogettazione pubblico-privata che preveda, in PPP:
– Un sistema integrato e centralmente coordinato di gestione delle emergenze nell’area urbana (sicurezza e prevenzione, polizia, sanità, incendi, protezione civile);
– Un insieme di investimenti tesi a migliorare l’efficienza energetica del sistema locale, attraverso la riduzione delle immissioni in atmosfera, il teleriscaldamento, lo sfruttamento dei cascami di calore del termovalorizzatore e delle fabbriche, la riduzione della temperatura media grazie a tetti verdi, alberature, la realizzazione di prospettive paesaggistiche e coperture alberate a fini climatici, un radicale orientamento alla produzione di energia elettrica solare e cogenerazione.
– Un servizio reale e personalizzato di promozione per la “location” di imprese locali ed europee: insediamento, servizi pubblici, formazione, residenzialità, trasporto pubblico.
– Un sistema di “Open Data” trasparente verso l’esterno e il privato per prezzi e disponibilità di fabbricati e terreni, classificazione zonale collegata al sistema di tassazione, qualificazione dei sistemi scolastico-educativi;
– Qualificati e accessibili servizi di rete e “cloud” basati su trasparenza tariffaria e realismo sulla consistenza e qualità dei servizi concorrenziali: c’e’ la fibra? Se sì, a che condizioni? Ci sono servizi di interconnessione ai backbones primari di Internet globali? Ci sono centri di storage e cloud a prezzi competitivi? Esiste una rete di backbone WiFi ad alta velocità (almeno 1,3 Gbps, articolata su 2.500 hotspot piuttosto che sugli attuali 250 nello spazio urbano)? C’è una rete 4G ad alte prestazioni?
– La presenza di una APP urbana, che permetta di mandare messaggi e richieste al Sindaco, che consenta il broadcast di informazioni di servizio ed emergenza, che raccolga tutte le risorse cittadine in un unico “cloud” permettendo, ad esempio, di accedere a monumenti, biblioteche, siti, parcheggi e trasporto pubblico con un codice acquistabile all’arrivo in città.
– Un sistema collaborativo di intervento per le situazioni create dalla povertà, dalla marginalità, dall’immigrazione, dal mutamento del modello organizzativo del lavoro, con una efficace “rete” di recupero e tutela sociale, frutto di una collaborazione tra pubblico e associazionismo privato.

Questo insieme di interventi può validamente accompagnare un piano di rigenerazione urbana, come detto, finanziato dal pubblico e dal privato sulla base di risparmi concretamente generabili e con la creazione di nuovi posti di lavoro e imprese e gettito fiscale. Uno spazio particolare dovrebbe essere riservato al conseguimento del consenso delle popolazioni interessate dal piano di rigenerazione urbana.
Ideale sarebbe una sperimentazione concreta nel contesto “Soft City” compreso tra la Stazione e Padova Est, coordinata e organizzata da una o più partnership pubblico-private, attraverso un forte lavoro di prospettiva anche per l’occupazione e la qualificazione degli insediamenti delle imprese e delle professioni locali come interfaccia regionale, europea e in qualche caso internazionale.
Anche il tema della città metropolitana di Venezia e dell’inserimento di Padova in tale quadro, come posto dal Sindaco Luigi Brugnaro, merita ora una approfondita riflessione, senza esclusioni aprioristiche, per comprendere quale ruolo potrebbe avere nel quadro metropolitano la rigenerazione di quest’area, che concentra pressochè tutte le potenzialità padovane (Università, Ricerca, Fiera e commercio, terziario, didattica, polo della pubblica amministrazione, informatica, Teleporto, trasporti e logistica, e presto anche l’Azienda Ospedaliera e l’alta velocità) rispetto alla più ampia dimensione regionale.
Questo progetto potrebbe costituire anche un valido campo di confronto per un nuovo modello di città, in una logica di dialogo e di promozione di una nuova dimensione politica e amministrativa regionale, basata sulla collaborazione e il confronto tra forze politiche per un lavoro comune a favore del riscatto di Padova.

Padova, 20 agosto 2015

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