Archivio mensile:dicembre 2015

23 settembre 2015: una riflessione su politica, economia e sfide sociali

 

Christaller

Il territorio è andato “global”
Non so se, come dicono alcuni, la globalizzazione abbia raggiungo il “picco”. E’ certo che nessuna interpretazione dell’evoluzione del tessuto sociale veneto può trascurare l’influenza della globalizzazione sociale, culturale ed economica in atto. Essa va analizzata in relazione ai feedback di interazione con i valori sociali e relazionali della comunità locale, in relazione al fenomeno dell’immigrazione e della mobilità intraUE, inclusa quella giovanile, in relazione alla capacità attrattiva del sistema Padova-Veneto: che lavori offre, che professionalità richiede, che stile di vita garantisce, che investimenti richiede, che visione di vita propone.

Il tessuto economico ha complessità reali e blocchi voluti
Il sistema istituzionale sta cambiando: non sappiamo se si tratti delle “riforme strutturali” invocate dalla UE. Certo che dopo il #VWGate ci sarà qualcun’altro che necessita di riforme strutturali, come Berlino e Bruxelles. Di fatto, il sistema economico ha complessità reali legate al fenomeno della “stagnazione secolare”, indotto da un eccesso di offerta globale e dal clima avverso allo stimolo della domanda espansivo tramite il debito. Finanziarizzazione e derivati hanno minato la struttura finanziaria dell’economia globale e le Banche Centrali si trovano di fronte alla difficile domanda, costata a fine settembre oltre 2.000 miliardi alle borse: tassi a zero per vent’anni grazie a facilitazioni monetarie continue o “rate hike” e crollo dei mercati emergenti? La risposta la conoscono tutti ed è colpire la speculazione finanziaria internazionale ma nondimeno questa risulta una soluzione scomoda: significa colpire le elite finanziarie globali che hanno in mano strumenti non convenzionali (bombe atomiche, terrorismo, fondamentalismo) non influenzabili con il GATT o con misure fiscali.
Per questo, ci attende un lungo periodo di shock monetari e terroristici, senza la possibilità che emergano trasparenti gli obiettivi delle potenze economico-militari.

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Quindi, complessità reali (minaccia climatica, eccesso di offerta di beni, squilibri della domanda, guerre valutarie, ambiguità dei sentieri tecnologici, fenomeni come immigrazione, morbilità sanitaria, biodiversità difficilmente governabili) e blocchi voluti (contrapposizione tra blocchi di interessi occulti).

Le coscienze sono infettate dal breve periodo e dai social network
Chi intende fare politica deve prendere coscienza del fenomeno della miopia di breve periodo e dell’influenza dei social networks. La vita politica oggi non è un dialogo razionale e circostanziato. E’ sempre più spesso campo di confronto tra #haters e #fans o #followers. Quindi, non è il ruolo della riflessione e dell’informazione ma del messaggio. La differenza tra informazione e messaggio era già stata chiarita negli anni ’60 da Marshall McLuhan, ma oggi come molti fenomeni essa è anabolizzata, mostruosa, ingovernabile. Il messaggio è enfatizzato, escatologico, mentre l’informazione necessita di linearità e congruità interna.
Sarà quindi difficile proporre all’opinione pubblica una informazione – dati, pretendendo che essa la legga come messaggio.
Su questo tema, come tanti, non si possono avere ricette: la migliore in questo senso era Vanna Marchi che sapeva trasformare da buona artigiana PMI italiana una informazione in un messaggio. Molti politici fanno così oggi: la maggior parte dei casi trasformano il nulla, c’è solo il messaggio ma non l’informazione.
Anche in questo senso il 2015 è complesso: come facciamo a chiedere ai cittadini, anche di cultura, di trasformare un messaggio in informazione se l’informazione viene letta da lingue valoriali diverse?
E’ un tema aperto. L’affermazione è retorica, perchè la soluzione è evidente: occorre usare la comunicazione per parlare con la gente, ma la comunicazione implica assunzione di responsabilità. Il gruppo intende farlo? Anche in questo i Social Network ci hanno tradito, il messaggio è immediato, impone di avere più #fans che #haters.

L’enfasi prevale sulla riflessione, la superficialità sull’approfondimento
Introduco una trattazione da una prospettiva diversa, più “personalistica” che “sociale” del fenomeno dei Social Networks. Anche nella coscienza individuale, oggi, il messaggio enfatico investe completamente il “linguaggio del corpo” dell’individuo. Oggi lingue, coscienze e corpi sono enfasi e non riflessione. Se parlo, urlo – se scrivo, esagero – se presenzio, mi tratto chirurgicamente ed esteticamente. Non esprimo un giudizio sulla validità della “società enfatica”: è un dato di fatto che mi sembra incontrovertibile. Tuttavia, riflessione e meditazione, approfondimento, umiltà, essenzialità dei fini, valori non negoziabili, lealtà, coerenza, mi appaiono oggi concetti desueti, considerati “fuori moda” anche quando li si impiega nel dialogo collettivo.
Non tutti ritengono la lealtà o l’umiltà un valore, i valori non negoziabili indicano rigidità, la coerenza inflessibilità, l’essenzialità dei fini un appello ad una trascendenza rifiutata, ad una sacralità incomprensibile. Tutto è relativo. La mia è una domanda: da che parte cominciare?
La rivoluzione digitale ha introdotto il modello del documento di 500 pagine in PDF per spiegare un problema che non impiega più di una frase per essere posto. Come facciamo ad avere letto 82 milioni di emendamenti alla legge sul Senato prima di decidere?

Le priorità sono a spinta egotica, la dimensione sociale è subordinata all’individualità
Tutti dicono pochi ascoltano. Questo fenomeno rappresenta un problema enorme. A me appare chiaro che nella maggior parte dei casi l’unico legante, l’unica grande lingua comune è il numerario fiduciario, la sua quantificazione nei conti correnti, nei crediti, nei debiti, nelle aspettative, nelle manovre finanziarie. Ad esempio, non si fa un DEF per migliorare la qualità dei servizi pubblici, incrementare i livelli di assistenza sanitaria, aumentare l’occupazione, ma si fa per tagliare le spese agli Enti Locali, tagliare la spesa sanitaria, ridurre le tasse alle imprese. Tutto è basato sul numerario fiduciario, anche le relazioni internazionali.
La dimensione monetaria delle priorità si trasferisce anche a livello personale: le coppie si separano per motivi economici, i figli ricevono una educazione rapportata al ceto e alla capacità di spesa, il contrattualismo domina ogni aspetto della vita sociale: io cosa ci guadagno?
In questa monocultura, la dimensione sociale è subordinata all’individualità. L’individuo persegue la massimizzazione del proprio reddito e della propria gratificazione sociale, che poi significa la stessa cosa fatta eccezione per pochi “performers” artistici o sportivi, i quali comunque vengono misurati economicamente… ma “la società” viene proprio perduta, diventa elemento non essenziale perchè anch’essa, come i concetti di cui sopra, viene percepita come limitazione all’individuo. Posso avere delle ipotesi in ordine alla risposta possibile (una, ad esempio, è quella quotidiana promossa dal Papa Francesco). Ma come si traduca in precetti comportamentali quotidiani per un gruppo che voglia candidarsi a gestire la società locale o il paese, su questo non ho idee chiare.

Per una nuova politica, ricucire la frantumazione relazionale (non sociale) è la priorità
La frammentazione relazionale appare, quindi, una emergenza della società odierna. Non è  la prima volta che ciò accade nelle società occidentali post-belliche. Dall’inizio dell’industrializzazione, il dissidio generazionale è stato più frequente della continuità generazionale. Oggi anche queste sfide sono attuali, con qualche aspetto escatologico nelle differenze tra generazioni – oggi quella dei millennials – e le suggestioni dettate dall’evoluzione tecnologica e scientifica (vedi ad esempio http://www.kurzweilai.net/
Ciò che mi appare chiaro, è che il primo obbiettivo per un gruppo che intende discutere progetti sociali, è ricucire la frantumazione relazionale: provare a parlare una lingua omogenea, laica, liberal e flessibile ma non valorialmente relativista, che consenta di “tradurre informazioni in messaggi” e “tradurre messaggi in azione”. Collegati a questi passaggi stanno quelli inerenti la “reputazione personale dei soggetti” e la “pertinenza oggettiva delle informazioni”.
Mi rendo conto che questi concetti sono un pò ostici. Cerco di tradurli in modo semplice: occorre che il gruppo sappia leggere la realtà in modo omogeneo raggiungendo un credibile consenso su alcune questioni fondamentali, quindi elaborare degli obbiettivi e trasferirli a gruppi rilevanti di opionione. Requisiti indispensabili sono la reputazione individuale professionale e morale, e la contingenza delle informazioni trattate.

Chiarire il rapporto pubblico-privato è presupposto per un dialogo costruttivo
Ultima riflessione è sintesi di quella che ho cercato di trasmettere nell’intervento al convegno del 23 settembre: secondo il mio punto di vista l’avvento della crisi dell’Euro segna il picco della welfare society europea. Picco e non declino: il problema è come coniugare la domanda di welfare society (essenzialmente educazione, salute e pensioni) con la sproporzione tra pubblico e privato. Oggi il pubblico drena risorse fiscali che trasferisce ai cittadini sotto forma di discutibile welfare. Scarsa responsabilità e specificità del pubblico, e debole attitudine sociale del privato rappresentano elementi evidenti del deterioramento della convivenza sociale.
E’ difficile oggi rinunciare a motivazioni che indicano nel sindacalismo e nel contrattualismo sindacale uno dei maggiori vincoli al rilancio dell’economia e della qualità della vita e dei consumi in Italia e buona parte d’Europa. D’altra parte, le caste “private” capaci di controllare beni e servizi essenziali – o anche semplicemente di appropriarsene illegalmente – evidenziano che non è così semplice ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società senza fare in modo che qualcun’altro vi sia obbligato ad assumersene la sostituzione.
Più che sostituzione, piace pensare alla sussidiarietà.
Che significa sussidiarietà tra pubblico e privato? In alcune aree questo significa collaborare (investimenti pubblici collegati e affiancati a investimenti privati, attraverso accordi che tengano conto di costi, benefici, nimby e lungo periodo). In altre aree, significa vero e proprio recesso dello Stato e avanzata del privato, che assume così compiti molto simili al welfare e all’assistenza nel proprio diretto e immediato interesse (ad esempio le imprese con i lavoratori, il volontariato con i cittadini, ecc.).
Ecco, non vorrei sbagliarmi ma mi pare che porre il duplice problema di una “nuova conciliazione” tra generazioni (‘900 e millennials) e tra istituzioni (Stato, Enti Locali, Imprese e Associazioni), con un occhio rivolto anche alla riconciliazione geografica di senso e ruoli del territorio provinciale, comprendendo la portata delle interazioni e i nodi essenziali su cui operare, potrebbe essere un ambizioso programma culturale per l’Associazione.
In questa chiave anche il ruolo, il futuro dell’industria manifatturiera veneta, il senso e il valore delle start-up, tutto va misurato in rapporto alla relazione pubblico-privato e al suo senso nella società italiana e veneta odierna.

Padova, 26 settembre 2015

20 agosto 2015 Padova Smart City nel contesto europeo e metropolitano.

Smart CityPadova Smart City nel contesto europeo e metropolitano.

Nel controverso film “Quinto Potere” (2013) che narra le vicende di Wikileaks e Julian Assange, il protagonista viaggia da Rejkyavik a Oslo a Singapore, Parigi, Londra, Dubai, Hong Kong, New York, Shanghai. Il rutilante girotondo delle metropoli globali, non-luoghi al tempo stesso uguali e diversi, evidenzia la nuova natura della globalizzazione: un mondo sempre uguale e sempre diverso, abitato da una classe affluente giovane che usa le città e la loro logistica, operando su progetti di portata e consapevolezza globale.

Questa nuova immagine del mondo, In relazione all’età, alla condizione sociale, culturale e professionale dello spettatore, può preoccupare o entusiasmare, ma nondimeno rappresenta la natura vera dell’attuale mondo sociale, economico, relazionale.
Appare in atto una ulteriore evoluzione del modello di localizzazione intuito da Christaller nella prima metà del XX secolo. Si tratta di un processo di riallocazione urbana: funzioni affluenti e intere classi sociali di specialisti migrano globalmente verso aree metropolitane specializzate, caratterizzate da funzioni “rare”, su base globale; intellettuali e laureati si muovono verso aree metropolitane che svolgono ruoli prevalenti, ad esempio per il potere politico: Washington, Bruxelles, Berlino, Pechino, per la finanza: New York, Londra, Hong Kong;, entertainment-media e business-media: Los Angeles, San Francisco, Seattle, IT e Telecomunicazioni: Boston, Taiwan, Seoul, e via via autorità di regolazione nazionale e globale, grandi università, sanità, farmaceutica e biotecnologie, gestione delle materie prime strategiche, finanza e previdenza, commercio internazionale, manifattura tecnologica, cultura e turismo, ricerca scientifica capital-intensive, sport, ingegneria e costruzioni, alimentazione e sostenibilità.
Le aree metropolitane offrono contiguità professionale e tecnica, opportunità finanziarie adeguate, economie di scala e servizi, e quindi le organizzazioni, le imprese e gli stati si ricollocano nello spazio globale promuovendo le proprie specificità, mentre le città e le aree che ne vengono escluse vengono spinte a retrocedere, costrette a marginalità e povertà (si pensi agli esempi della Grecia, dell’Europa dell’est, del nordafrica e – più recentemente – del Sudafrica, del Brasile e della Russia).
Altre aree metropolitane – la vera caratteristica emergente della globalizzazione sono queste, dove accade “tutto”, in contrapposizione con la periferia anche urbana, ove non accade più “nulla” – pur cercando di uscire dall’impasse della despecializzazone, non riescono ad accumulare la massa critica per partecipare alla nuova divisione internazionale del sapere e del lavoro.
Convivono, quindi, nel mondo processi di deruralizzazione vecchio stile (come in Cina, India e Africa) e processi di specializzazione e despecializzazione urbana.
In questo quadro si inscrive la collocazione dell’area urbana di Padova – e in sicura prospettiva quella metropolitana di Venezia – che si identificano globalmente nel “sistema Venezia”. Da sole le città del Veneto centrale (Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Rovigo) contano poco o nulla nel quadro europeo e macroregionale. Esse tuttavia possiedono ancora oggi le potenzialità per diventare un “locus globale” d funzioni rare compiendo la scelta di valorizzare le proprie peculiarità, oppure recedere inesorabilmente a non-luogo, un aereoporto e sistema logistico intermedio, uno spazio di valore locale, con un grande futuro alle spalle.
Il “sistema Veneto” raccoglie in sé queste potenzialità e queste minacce: l’appartenenza all’Eurozona e un sistema produttivo e relazionale “atipico” rispetto al resto d’Italia (+1,2% la crescita prevista nel 2015 rispetto allo 0,7% nazionale), che mette insieme l’8% della popolazione, il 10% del PIL, il 14% delle esportazioni italiane, evidenzia una specializzazione relativa, assoluta per alcune funzioni di commercio internazionale, come le PMI “globali”.
In questo quadro, però, nel 2014 Padova si è registrata ultima provincia del Nord Est per dinamica di crescita.
Quali sono, quindi, le premesse per ritrovare un “ruolo guida” in Europa e a livello globale, che il Veneto aveva negli anni ’80 e ’90 del XX secolo?
Innanzitutto, Padova appare tuttora città ad alta qualità della vita, ove però l’insieme degli indicatori esprime un andamento ambiguo, la perdita di ruolo guida e attrazione (negli anni ’90 rispetto al Nordest, nel nuovo secolo anche rispetto al Veneto e alla medesima propria provincia).
Questa perdita di ruolo si evidenzia nell’inconsistenza tecnologica e innovativa, nello sfiorire delle specificità, nel crescente ricorso alle risorse turistiche – pur positivo come nel caso del nuovo Giardino delle Biodiversità presso l’Orto Botanico 1545, patrimonio UNESCO, inaugurato nel 2014 – ma tuttavia residuale rispetto alla pretesa funzione di leadership economica nel nordest.
La perdita delle banche (Cassa Risparmio e Antonveneta, ora la crisi delle Casse Rurali) è stata detonatore di crisi estesa di impieghi e investimenti, del commercio in dimensione internazionale e interregionale, della Fiera e della congressualità, dell’Università, della ricerca – nonostante le positive iniziative della Torre della ricerca oncoematologica pediatrica, del Centro di Biologia Molecolare, dell’esperimento ITER, dell’IZSVE per l’aviaria, del sistema sanitario per la cardiologia e l’oncologia – della stessa Pubblica Amministrazione.
In scarsi campi Padova esprime decisi primati, e i propri capisaldi istituzionali, pure ancora relativamente forti nel Veneto, evidenziano solo sporadiche peculiarità, fortemente minacciate da un ambiente istituzionale spesso disattento e provinciale, privo di sfide e di dubbi. In particolare, sistema sanitario, cure cardiache e onocolegiche, ingegneria e fisica delle alte energie, sostenibilità e tecnologie ambientali ed energetiche rappresentano specificità che ancora possiedono marcate opportunità di sviluppo a livello europeo e mondiale. Ma occorrono investimenti rilevanti e una decisa politica di promozione.
Il susseguirsi di amministrazioni a tratti inadeguate e prive di una lettura aperta della proiezione urbana e metropolitana di Padova ha determinato la situazione, aggravando gli effetti della crisi economica.
Già nel 2007, a prescindere da Lehman, Padova era avviata ad una crisi sistemica a causa della carenza di “idee forti”.
Nell’Eurosistema, gli impegni assunti con il “fiscal compact” sottoscritto nel luglio 2011 stanno evidenziando oggi gli effetti più rilevanti: la revisione e il blocco della spesa pubblica e degli investimenti pubblici (-10% da giugno 2014 a giugno 2015) l’avvio di riforme strutturali non sempre dall’esito chiaro (esempio Province e Camere di Commercio) riduce e dissuade il ruolo attivo per lo sviluppo degli enti locali, delle Camere e delle aziende pubbliche.
La crescita dipende oggi interamente dall’attrattività locale agli investimenti privati, dalla competitività del manifatturiero e dei servizi, dalla presenza di vere competenze manifatturiere e innovative globali, di competenze scientifiche e professionali “rare”, che sappiano rendersi anche capaci di attrarre (e pagare) il ceto affluente globale (si pensi all’occhialeria di Luxottica e Safilo, a Diesel, Geox, De Longhi, FIAMM, all’acciaieria e meccatronica padovane e vicentine, alle aziende alimentari veronesi, al Prosecco e ai vini della Valpolicella, a numerose altre nicchie per aziende che di fatto sono “globali”.
L’alternativa a questa sfida è l’emigrazione coatta per giovani e professionisti, verso le aree metropolitane attrattive delle competenze acquisite e delle relative funzioni produttive.
Purtroppo, il sistema urbano padovano e metropolitano oggi non risulta ospitale per investimenti imprenditoriali marcatamente speculativi, e detiene scarse competenze per regolare adeguatamente le poche presenti assicurando il duplice vincolo della profittabilità e della legalità; non riesce a programmare investimenti pubblici attrattivi in infrastrutture competitive; scoraggia l’iniziativa imprenditoriale attraverso eccessiva pressione fiscale e adempimenti burocratici; disperde gli sforzi tesi a creare “campioni” scientifici e professionali – come nel caso della sanità, delle scienze della vita, della fisica delle alte energie.
Certo il sistema non manca di una propria vitalità: la crescita prevista per il Veneto all’1,2% nel 2015 e al 2% nel 2016, la ritrovata capacità di crescita di alcuni distretti produttivi, il decollo di alcune nuove specializzazioni, l’acquisizione di A4 Holding da parte degli spagnoli di Abertis, il piano di investimenti da oltre €M 200 finanziato da BEI per il sistema acquedotti, i finanziamenti POR-FSE per l 2014-2020 autorizzati dalla UE, le iniziative per valorizzare Venezia e l’auspicabile decollo dell’Alta Velocità est-ovest, evidenziano che il Veneto, nel suo insieme, continua ad essere regione vitale.
Ma le difficoltà della Regione a “fare sistema” con i vicini regionali e nazionali evidenziano ritardi e carenze di idee da parte del sistema produttivo, scarsa azione di regolazione rispetto ad una Eurozona che invece vorrebbe trainare uno sviluppo promettente – anche se a carattere “germanico”.
Tutto ciò, inoltre, accade in un periodo caratterizzato dal sostegno attivo della politica monetaria attraverso il QE e il TLTRO attuati dalla BCE: fino a settembre 2016, il sostegno alle banche per le imprese e gli investimenti, e alla spesa pubblica attraverso l’acquisto di titoli sovrani da parte della Banca Centrale invece che con le risorse della leva fiscale, viene garantito liberando risorse dei privati che sperabilmente confluiscano a consumi e investimenti di famiglie ed imprese, anche attraverso l’alleggerimento fiscale programmato dal Governo sul mercato del lavoro, sulle imprese, sui salari e sulle pensioni.
Per disegnare un promettente futuro, risulta però indispensabile superare atavici ritardi, che sono radicati nel provincialismo e nella chiusura della “parte protetta” dell’economia nazionale e locale, anche padovana: un commercio al dettaglio in crisi, asfittico e privo di relazioni ed economie di scala; gran parte delle professioni ad alta densità e scarsa specializzazione (legali, contabili, progettisti edilizi e urbanistici), le microimprese artigiane e commerciali non innovative, e in particolare la P.A. Locale e gli enti pubblici non economici. Vanno quindi favorite, concretamente e senza esitazioni: le medie imprese globalizzate, la ricerca e la didattica superiore, la formazione di giovani alle competenze richieste dalle imprese, le funzioni finanziarie e le professioni con reputazione internazionale: da queste passa il processo di modernizzazione e globalizzazione e quindi in questo particolare momento vanno favorite.

Riflessi locali

Nel quadro locale, la città diventa attrattiva solo ove venga assicurato al meglio il funzionamento del sistema urbano. Non solo, ma il sistema deve essere “smart”,”resiliente” e – in prospettiva – impegnato all’adeguamento a sfida climatica e sostenibilità, argomenti che con le recenti ripetute catastrofi (alluvioni nel 2010 e 2011, trombe d’aria, uragani, eventi sismici, penuria idrica e calore nel 2014 e 2015) mettono a rischio continuità l’equilibrio antropico del territorio.
Non basta il pur lodevole sforzo condotto per valorizzare la “città turistica”: musei ed eventi, orto botanico, giardino delle biodiversità, Castello Carrarese, complesso monumentale centrale. Serve collegare questo sistema alla dimensione economica regionale e macroregionale europea, e “promuovere” il sistema produttivo di beni e servizi, unico in grado di creare posti di lavoro.
Guardando le statistiche mondiali, il turismo non potrà mai superare il 10% della forza lavoro.
La crisi del mercato immobiliare, che da oltre cinque anni investe l’Italia, non può considerarsi superata con la ripresa: è ormai evidente il cmbiamento dei comportamenti dei giovani rispetto alla proprietà immobiliare, con netta preferenza per l’affitto – e la proprietà è investita della pesante transizione alla sostenibilità energetica, che prevede la marginalizzazione di fabbricati realizzati anche fino al 2005 e oltre a causa dell’indice di prestazione energetica. Nuovi materiali e paradigmi energetici impongono nuovi modelli di costruzione, e quindi il ricambio dell’edificato, con nuovi concetti architettonici e urbanistici.
L’UE, attraverso BEI, incoraggia grandi operazioni di investimento in ristrutturazione e rigenerazione urbana in cui trovino posto la realizzazione di infrastrutture pubbliche capaci di ripagarsi indirettamente con il gettito fiscale e direttamente attraverso la leva tariffaria (strutture didattiche e sanitarie e impianti sportivi tra le prime; tram, parcheggi, viabilità primaria di scorrimento, sistemi a rete in Fibra Ottica e Wifi, produzione di energia e risparmio energetico e sistemi di accesso urbano tra le seconde) – collegate in PPP (Private-Public-Partnership) con interventi finanziati con fondi privati, attratti dall’incremento dei valori OMI generati dalle infrastrutture realizzate dal pubblico: centri congressi, residenzialità di qualità e studentesca, strutture residenziali assistite per anziani, centri commerciali, sanitari privati e di servizio, aree di incubazione tecnologica e startup e relative residenze, servizi di trasporto passeggeri e merci, e-commerce.
In questo contesto nasce il progetto “Soft City” Padova.
Si tratta della previsione di riqualificazione evolutiva di un’area della città tra la Stazione ferroviaria e l’uscita autostradale di Padova Est che ha “subìto” i ritardi di fasi cicliche dell’economia: ritardo all’uscita dalla fase primaria di espansione urbana, che ha spostato altrove la produzione manifatturiera a favore del terziario, superata da Mestre. Ritardo nella fase di commercializzazione (grandi strutture di vendita) a interfaccia regionale, minacciata da Veneto City; ghettizzazione etnica (via Anelli). Oggi che funzioni nuove appaiono all’orizzonte, quali il rinnovamento della funzione fieristica, la centralità del TPL locale-extraurbano e ferroviario, l’integrazione con il quartiere universitario e didattico, la presenza di alcuni incubatori, il consolidamento delle attività nel campo informatico, il rilancio del terziario a interfaccia internazionale e della formazione imprenditoriale, l’area si presta ad un intervento organizzato di “rigenerazione urbana”.
Occorrerebbe tuttavia la capacità di mettere “a sistema” i blocchi urbani di intervento, gerarchizzarne e organizzarne cronologicamente le fasi di sviluppo, individuare i centri di riorganizzazione urbana e le funzioni. Non bastano rotonde e fontane, ma occorre un sistema di trasporto rapido di massa che colleghi principalmente il centro, la stazione, l’area universitaria e commerciale e il casello autostradale di Padova Est.
E’ indispensabile inoltre una microprogettazione pubblico-privata che preveda, in PPP:
– Un sistema integrato e centralmente coordinato di gestione delle emergenze nell’area urbana (sicurezza e prevenzione, polizia, sanità, incendi, protezione civile);
– Un insieme di investimenti tesi a migliorare l’efficienza energetica del sistema locale, attraverso la riduzione delle immissioni in atmosfera, il teleriscaldamento, lo sfruttamento dei cascami di calore del termovalorizzatore e delle fabbriche, la riduzione della temperatura media grazie a tetti verdi, alberature, la realizzazione di prospettive paesaggistiche e coperture alberate a fini climatici, un radicale orientamento alla produzione di energia elettrica solare e cogenerazione.
– Un servizio reale e personalizzato di promozione per la “location” di imprese locali ed europee: insediamento, servizi pubblici, formazione, residenzialità, trasporto pubblico.
– Un sistema di “Open Data” trasparente verso l’esterno e il privato per prezzi e disponibilità di fabbricati e terreni, classificazione zonale collegata al sistema di tassazione, qualificazione dei sistemi scolastico-educativi;
– Qualificati e accessibili servizi di rete e “cloud” basati su trasparenza tariffaria e realismo sulla consistenza e qualità dei servizi concorrenziali: c’e’ la fibra? Se sì, a che condizioni? Ci sono servizi di interconnessione ai backbones primari di Internet globali? Ci sono centri di storage e cloud a prezzi competitivi? Esiste una rete di backbone WiFi ad alta velocità (almeno 1,3 Gbps, articolata su 2.500 hotspot piuttosto che sugli attuali 250 nello spazio urbano)? C’è una rete 4G ad alte prestazioni?
– La presenza di una APP urbana, che permetta di mandare messaggi e richieste al Sindaco, che consenta il broadcast di informazioni di servizio ed emergenza, che raccolga tutte le risorse cittadine in un unico “cloud” permettendo, ad esempio, di accedere a monumenti, biblioteche, siti, parcheggi e trasporto pubblico con un codice acquistabile all’arrivo in città.
– Un sistema collaborativo di intervento per le situazioni create dalla povertà, dalla marginalità, dall’immigrazione, dal mutamento del modello organizzativo del lavoro, con una efficace “rete” di recupero e tutela sociale, frutto di una collaborazione tra pubblico e associazionismo privato.

Questo insieme di interventi può validamente accompagnare un piano di rigenerazione urbana, come detto, finanziato dal pubblico e dal privato sulla base di risparmi concretamente generabili e con la creazione di nuovi posti di lavoro e imprese e gettito fiscale. Uno spazio particolare dovrebbe essere riservato al conseguimento del consenso delle popolazioni interessate dal piano di rigenerazione urbana.
Ideale sarebbe una sperimentazione concreta nel contesto “Soft City” compreso tra la Stazione e Padova Est, coordinata e organizzata da una o più partnership pubblico-private, attraverso un forte lavoro di prospettiva anche per l’occupazione e la qualificazione degli insediamenti delle imprese e delle professioni locali come interfaccia regionale, europea e in qualche caso internazionale.
Anche il tema della città metropolitana di Venezia e dell’inserimento di Padova in tale quadro, come posto dal Sindaco Luigi Brugnaro, merita ora una approfondita riflessione, senza esclusioni aprioristiche, per comprendere quale ruolo potrebbe avere nel quadro metropolitano la rigenerazione di quest’area, che concentra pressochè tutte le potenzialità padovane (Università, Ricerca, Fiera e commercio, terziario, didattica, polo della pubblica amministrazione, informatica, Teleporto, trasporti e logistica, e presto anche l’Azienda Ospedaliera e l’alta velocità) rispetto alla più ampia dimensione regionale.
Questo progetto potrebbe costituire anche un valido campo di confronto per un nuovo modello di città, in una logica di dialogo e di promozione di una nuova dimensione politica e amministrativa regionale, basata sulla collaborazione e il confronto tra forze politiche per un lavoro comune a favore del riscatto di Padova.

Padova, 20 agosto 2015