Pandemia e Cultura

Amedeo Levorato *

“L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, ne’ infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del PIL, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”.

John Kenneth Galbraith, 1983

L’evoluzione della pandemia Covid-19 ha evidenziato, in luci ed ombre, fin dalla sua esplosione nel febbraio 2020, in Veneto e Lombardia, la centralità dell’Italia nei processi sociali, economici e culturali della globalizzazione. Prime regioni in Italia e in Europa per contagio a Codogno e Vo’, nei quasi due anni trascorsi dall’avvio, a Wuhan, dell’epidemia, le due regioni hanno potuto sperimentare direttamente al fronte le proprie forze e fragilità, come opportunità positive – l’autonomia economica e produttiva – che come negative problematiche – gli assembramenti e le relazioni sociali globali. Dopo la Cina, l’Italia è stata l’iniziale centro della diffusione europea del Covid-19, il luogo in cui per primo si è tracciato un percorso vaccinale fino all’80% e oltre della popolazione, alla ricerca della c.d. immunità di gregge, mentre altri paesi, considerati piu’ moderni e civili, si fermavano al 50-70%. L’Italia è ora di nuovo modello, al centro di soluzioni ma anche di problemi che vedono l’emergere di una quarta ondata – e le relative questioni legate all’inasprimento della contagiosità – e delle opportunità create per le proprie imprese dalla relativamente maggiore distruzione delle catene produttive negli altri paesi europei e in quelli emergenti. Le aziende italiane, meno delocalizzate e più capaci di realizzare prodotto finito, più resilienti nelle catene di approvvigionamento, più orientate a soddisfare mercati evoluti e ricchi, hanno avuto una occasione straordinaria di ripresa che ha visto il proprio successo nel record di esportazioni e di PIL toccato nel secondo semestre 2021 – oltre 580 miliardi di euro di beni e servizi previsti a fine anno, con probabile superamento del risultato 2019.

La pandemia ha sconvolto la vita sociale. Per quasi tutto il 2020 e i primi mesi del 2021, se si eccettuano i periodi estivi, la vita sociale e culturale, ed anche quella economica e produttiva dell’Italia, hanno subito un “secolare” stravolgimento, tra lockdown e allontanamento sociale. Era dalla fine della seconda guerra mondiale, e quindi da almeno 75 anni, che il mondo occidentale non vedeva una tale crisi “sistemica”, capace cioè di mettere in discussione tutto il sistema sociale, produttivo, distributivo, politico ed amministrativo, come è accaduto dal mese di febbraio 2020. Se solo l’epidemia avesse avuto il tasso di mortalità della prima SARS-COV-1, nata in Cina nel 2002-2003, il mondo sarebbe rimasto decimato dalle infezioni e dalle morti. Non è ancora finita, probabilmente non lo sarà mai piu’, ma possiamo dire che le economie più sviluppate, e tra esse sicuramente l’Italia, hanno superato in modo abbastanza efficace questa dura prova, ottenendo un pedaggio di morti 10 volte inferiore a quello dell’epidemia spagnola, cento anni fa, principalmente grazie ai propri sistemi sanitari, alla reazione finanziaria coordinata delle Banche Centrali all’insegna della globalizzazione – differentemente dal 2008 – e al senso di responsabilità collettiva verso la diffusione dell’epidemia, che un secolo fa era assente.

La pandemia ha visto un cambiamento significativo degli atteggiamenti delle persone. Non si vuole qui entrare nelle pur rilevantissime questioni legate ai no vax e no pass, all’onda dello smart working remoto, agli evidenti cambiamenti dell’atteggiamento delle persone con riferimento all’abitare e agli spazi richiesti dall’epidemia, che pure stanno modificando radicalmente i comportamenti di larghe fasce della popolazione. Vogliamo parlare, invece, dell’arte e della cultura, e di come il sistema della produzione artistica e culturale abbia reagito all’epidemia offrendo risposte alle esigenze di benessere delle persone e delle famiglie ansiose e preoccupate del proprio futuro, abbia accelerato rapidamente una fase di significativi cambiamenti resi necessari dal cambiamento sociale e tecnologico in atto, e infine costituisca un importante elemento della ripresa economica in atto, perché rappresenta un valore aggiunto distintivo e storico per l’economia italiana (e veneta) e per il suo ruolo in un nuovo assetto geopolitico ed economico globale.

L’attuale panorama globale è occupato dalle devastanti emergenze del cambiamento climatico e dell’emergenza geopolitica, dettata dal tramonto dell’egemonia americana e dall’emergere del secolo cinese. Il mondo è alla ricerca di maggiore comunicazione e sostenibilità. In questo scenario, la globalizzazione emerge come principale strumento di dialogo tra i diversi poli culturali, etnici e religiosi. La principale strategia di normalità globale riguarda le relazioni economiche e culturali. Cultura ed espressioni artistiche rappresentano gli elementi trasversali che permettono alle popolazioni del mondo di dialogare tra loro in modo costruttivo, di conoscere i propri fini e le proprie radici culturali, di attuare strategie di conoscenza reciproca e approfondita attraverso la diffusione delle produzioni creative, della conoscenza delle eredità storiche e monumentali, delle idee legate alla moda e al consumo, un processo sistemico di conoscenza e osmosi tra i popoli del mondo, che i principali media – incluso Internet e i vari Netflix – toccano solo in modo anonimo e consumistico. Invece, solo un mondo sempre più interconnesso che ambisce a conoscere e interpretare le diversità puo’ permettere di superare i sovranismi, gli ideologismi, gli isolazionismi e i separatismi che acuiscono le tensioni e il pericolo di conflitti.

Nel momento più acuto della pandemia, quando 2,6 miliardi di persone stavano chiuse in casa in attesa di soluzioni farmacologiche e vaccinali all’epidemia mortale del COVID-19, arte e cultura hanno rappresentato un’ancora di salvezza per le persone e le famiglie in lockdown. Secondo una ricerca svolta dalla Fondazione Bruno Kessler in Italia, Romania e Spagna, durante la pandemia sono aumentati gli stati di animo negativi nelle persone, legati ad emozioni come la paura e l’ansia. Alla domanda sulle attività svolte per gestire i propri stati d’animo durante la pandemia, gli intervistati hanno indicato in percentuali altissime il consumo di arte (oltre l’85%) e i contatti sociali con le persone care, quasi il 70%, distaccando di quasi 30 punti percentuali l’attività fisica e la cucina. L’attività più frequente è stata l’ascolto della musica, seguita dal guardare film e leggere narrativa. Quanto alla partecipazione attiva ad attività culturali e creative, i partecipanti alla survey hanno preferito “scrivere poesie e testi, dedicarsi al disegno e alla pittura e alla fotografia. Il contributo delle arti e della cultura al proprio benessere è stato descritto dal 64,2% dei 1.600 intervistati con l’espressione “Mi fa sentire meglio”, dal 42% come “Possibilità di sperimentare bellezza, stupore e trascendenza” e dal 38% come un “Un modo per riflettere sulla propria vita”. Infine tra gli stati emotivi derivati dal contatto degli intervistati con le attività culturali e creative, le categorie emerse più spesso sono “Rilassato/tranquillo”, “Positivo/gioioso”, “Motivato/appagato”, “Senso di benessere, soddisfazione e ispirazione”. Nell’ambito della ricerca, “senso di benessere” ha il significato di una positiva condizione dell’esistenza, caratterizzata da salute fisica e soddisfazione psicologica, in cui le persone e le comunità percepiscono i propri bisogni in un percorso di soddisfacimento e dispongono delle risorse necessarie a perseguire il proprio personale concetto di appagamento, raggiungendo la propria definizione di successo” (“Art consumption and Well being, research report” Fondazione B.Kessler, Cluj cultural Center, Yuste Foundation, 2021, in rete).

In realtà, non sembrava necessario rievocare i fenomeni tragici della pandemia Covid-19 per delineare il ruolo significativo e “salutare” dell’accesso all’arte, alla cultura e alla creatività per il benessere delle persone nella società moderna, caratterizzata da un alto livello di alienazione e spersonalizzazione, accentuato dall’incontro sempre più frequente con culture e comportamenti estranei che richiedono una elevatissima flessibilità, capacità critica, cultura analitica.

Il “sistema artistico e culturale” italiano gode di una protezione costituzionale (art. 9), che si esprime in politiche attive di valorizzazione artistica, culturale, monumentale, urbanistica e paesistica dell’Italia come paese primario nel mondo per eredità storica artistica, culturale e antropologica. Il Ministero della Cultura gestisce diversi Fondi per la promozione della cultura, che rappresenta un vero e proprio “asset immateriale” dell’Italia, ed e’ assistito in tale impegno dalle Regioni – per legislazione concorrente – che esprimono leggi e iniziative volte a valorizzare il patrimonio culturale locale, insieme agli enti locali sottordinati, come Province e Comuni, con l’essenziale partecipazione delle Fondazioni bancarie, cui tale compito è attribuito per legge. Vengono incluse tra le forme “creative” la comunicazione, la produzione musicale e audiovisiva, i videogiochi e il software, l’editoria e la stampa, le arti rappresentative come pittura e scultura e la grafica, la valorizzazione del patrimonio storico e artistico, l’architettura e il design.

Tutti questi ambiti rappresentano un patrimonio nazionale che esula dal “produttivismo industriale ed economico”, in quanto frutto di creatività, ma rappresentano una quota pari al 5,7% del PIL, per circa 84,6 miliardi di euro e 1.450.000 occupati, e contribuiscono ad attivare un moltiplicatore pari a 1,8 – cioè generano un volume in diritti, biglietteria, affari, addetti e produzioni collaterali di servizio pari a 155,2 miliardi di euro, pari al 10,4% del PIL Italiano. La filiera complessiva della cultura, che include anche mobilità, turismo, ristorazione, ospitalità, arriva a 239,8 miliardi, pari al 16,1% del PIL. In questo senso, si comprende attraverso numeri reali che arte, creatività e cultura producono volumi economici consistenti per lo sviluppo del paese, e ne costituiscono un asset paragonabile se non superiore a quello di cui altri paesi dispongono, diversamente dall’Italia, come le risorse naturali, minerarie, forestali (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Russia).

I dati analitici di questo fenomeno sono raccolti in una approfondita analisi che ogni anno la Fondazione Symbola conduce sullo “stato della cultura” in Italia dal titolo “Io sono cultura”, facilmente rintracciabile in rete. Attesa l’affermata grande potenzialità antropologica ed economica dell’arte e della cultura italiane, rimane ora da capire come essa si articola nel territorio.

La consapevolezza che eredità culturale, arte e creatività rappresentano per l’Italia la vera risorsa nell’ambito della globalizzazione, la quale si riflette anche nella creatività e nel design del prodotto manifatturiero, dovrebbe convincere ad ogni livello enti pubblici, enti locali, decisori politici e istituzioni pubbliche e private dell’importanza di dedicare risorse economiche ed umane crescenti per la valorizzazione delle competenze distintive in ogni ambito della creatività, dalla scienza all’arte, per assicurare un futuro ruolo all’Italia e alla sua popolazione autoctona nel quadro globale dell’economia e della cultura.

Il panorama della produzione artistica, creativa e culturale nazionale è fortunatamente ampio, ma vorremmo dedicare alcune riflessioni all’immagine e alle realtà veneta e padovana nel quadro nazionale. Grazie all’intensità delle attività economiche e di quelle artistiche e culturali, Padova e il Veneto si collocano ai primi posti nell’ambito della produzione culturale nazionale. La provincia di Padova si colloca all’8° posto in Italia dal punto di vista del sistema “culturale e creativo”, con una incidenza del 6,1% sul PIL, dopo Milano, Roma, Torino, Arezzo, Trieste, Firenze e Bologna, superando tutte le altre province venete inclusa Venezia. Il Veneto è al quinto posto in Italia, dopo Lombardia, Lazio, Piemonte e Toscana, e sopravanza l’Emilia Romagna: sicuramente la densità universitaria e l’eredità culturale storica del Nordest, crocevia con l’Asia e il nord Europa dalla Repubblica Serenissima di Venezia alla Mitteleuropa dell’occupazione austriaca, favoriscono questo primato rispetto a quello delle capitali storiche economiche dell’Italia, come Lazio, Piemonte, Toscana. Oggi, la storia è sostituita dal potente sviluppo delle relazioni globali, dalla Cina, alla Russia alle americhe al nord Europa. Sorprendentemente, questa ambiziosa posizione conseguita dal Veneto, viene raggiunta con risorse pubbliche non propriamente generose, destinate all’arte e alla cultura dalla Regione Veneto, spesso viceversa così ansiosa della propria autonomia dallo Stato Centrale.

Si prenda ad esempio la destinazione di risorse pubbliche alle attività artistiche e culturali, tra cui quelle teatrali, dello spettacolo dal vivo, della musica, della danza. Tutti hanno visto le sale vuote, l’abbandono del teatro, della musica e del cinema nel 2020-2021. La riduzione di iniziative e spettatori non è riuscita ad annullare la vitalità delle realtà artistiche del Veneto, ma il ritorno degli spettatori e la rinascita della vita sociale culturale richiede ingentissime risorse: mancano sale, strutture, l’occupazione è precaria e priva di certezze. Nonostante tutto, la produzione creativa è forte e consistente.

Fonte: il Corriere del Veneto del 10 novembre 2021.

Purtroppo, dal punto di vista della politica regionale per la cultura e l’arte, il Veneto occupa un non invidiabile ultimo posto in Italia, come rivelato nelle ultime settimane da una indagine condotta dall’AGIS in occasione della definizione del bilancio di previsione 2022 della Regione Veneto. Pur trattandosi di legislazione “concorrente” che si affianca a quella nazionale espressa, appunto, per un diritto al sostegno sancito dalla Costituzione, questa carenza non è meno importante, se si considerano i 17 milioni della cultura nel confronto con i quasi 13 miliardi di bilancio annuo regionale (poco piu’ dell’1 per mille). Come conciliare questa relativa “disattenzione” della politica e dell’amministrazione per il patrimonio culturale, artistico e creativo del territorio, che contribuisce in maniera determinante al successo del “modello Veneto” e ai risultati economici delle esportazioni e del turismo? I turisti a Venezia, Padova, Verona, consumerebbero i pavimenti se non vi fossero monumenti, opere artistiche, teatri, musica, biblioteche, spazi di cultura storica e moderna? In fondo, turisti e consumatori comprano i prodotti veneti per il loro contenuto artistico unico, lo stile, il loro design, la loro eredità culturale e storica e la qualità del prodotto, assicurata dalla competenza e dalla cultura delle maestranze e degli imprenditori. Analogamente, le arti creative (pittura, scultura, scrittura), la musica, il teatro, la danza, lo spettacolo rappresentano altrettante realtà economiche, “servizi” che sono essenziali per assicurare il godimento del turista in viaggio, oppure la scelta del consumatore all’estero, nella fruizione di spettacoli in streaming, registrati, dal vivo – si pensi all’opera musical realizzata da Red Canzian, “Casanova”, sullo scritto del padovano Strukul, e la musica dell’Orchestra di Padova e del Veneto. L’Orchestra, dal canto suo, nel 2020 ha messo tutto il suo patrimonio musicale storico in streaming, attraverso il portale “opvlive.it”.

Da un lato, va registrata l’enorme vitalità ed autonomia della realtà del Nord Est, ma qui sì, in particolare del Veneto. Una predilezione per la cura paesaggistica dei luoghi storici, per la specificità e per lo scambio culturale, per le espressioni artistiche e del design e moda in una dimensione internazionale e “globale”, offerta dall’alto tasso di mobilità di centinaia di migliaia di veneti, dai migranti del ‘900 ai “migranti di ritorno” del 21° secolo, dai migliaia e migliaia di imprenditori internazionali, dall’apertura ad altre culture e altre civiltà che da sempre caratterizza la produzione creativa del Veneto. Questo fenomeno sostituisce, come una vera e propria “sussidiarietà spontanea”, la mancanza di risorse pubbliche e la relativa improduttività della “cultura di stato”, spesso fonte di distorsioni e inadeguatezze. Alcune scelte fatte negli ultimi anni dal Ministro Franceschini hanno contribuito a risollevare i musei nazionali piu’ importanti, come i musei romani, fiorentini, campani, milanesi e torinesi. Questa “rivoluzione” non ha ancora toccato il Veneto, ma Venezia e Padova hanno comunque conseguito una rilevanza internazionale con i propri musei e luoghi d’arte, e con il conseguimento del titolo di patrimonio dell’umanità di Padova Urbs Picta, in aggiunta all’Orto Botanico 1545, da tempo patrimonio Unesco.

Grande vitalità è espressa anche dal mondo della musica e del teatro e della danza, con la presenza in Veneto di ben due Fondazioni Lirico Sinfoniche (l. 800/1967) su 14 in Italia (Teatro La Fenice e Arena di Verona), una Istituzione Concertistico Orchestrale (art. 28 l.800) su 14 in Italia (Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto) con tutto il vasto sistema dei conservatori e delle orchestre locali, tra cui si possono ricordare i Solisti Veneti e l’Orchestra regionale filarmonia veneta, cui si aggiunge l’aspirazione del Teatro Stabile del Veneto (Padova, Venezia, Treviso) a tornare uno dei 7 teatri nazionali con decine di compagnie, centinaia di giovani attori, e il festival Operaestate di Bassano, che ogni anno con oltre 100 eventi attrae spettatori da tutta Italia.
Quattro istituzioni di rilievo nazionale su 35 rappresenta un primato di rilievo per l’arte e la cultura del Veneto nel panorama nazionale, una vitalità che supera e riduce la gravissima carenza di attenzione dell’ente Regione e del finanziamento pubblico locale, dimostrando anche in questo caso una forte sussidiarietà. Nel campo culturale, la leadership artistica e culturale italiana va poi alla Biennale di Venezia (Architettura, Arte, Musica, Cinema, Danza), e questo primato si esprime poi in tutto il territorio del nord est attraverso l’azione di centinaia e centinaia di gruppi teatrali, associazioni culturali, orchestre, cori, festival locali che spesso assumono popolarità nazionale e internazionale, un sistema di imprese che riunisce 22.808 realtà imprenditoriali in Veneto e 274.000 in Italia (2020), di cui 819 nel settore musicale e 2.069 nelle performing arts.

Qual è la finalità di questa carrellata di dati, in gran parte colti da pubblicazioni e statistiche specializzate? Confermare che arte e cultura non sono un onere, né impegni da assolvere con riluttanza, sia da parte dello Stato che dalla parte delle Regioni e del sistema economico, mecenate e committente. Sono, anzi, grandi opportunità sottovalutate e trattate spesso con inconsapevole sufficienza. Da qualche parte nella storia italiana del dopoguerra, arte e cultura sono state retrocesse ad una funzione minore dalla monocultura manifatturiera e dal sistema finanziario, abituati a processare e dare uguale importanza a creatività e rifiuti, a startup e brevetti dell’ingegno e movimentazione di container. Beninteso, agli effetti dello sviluppo del reddito, del territorio e dell’occupazione, i fattori di crescita e occupazione sono tutti ugualmente importanti. Ma arte e cultura possiedono un carattere identitario, una spinta alla crescita personale, artistica, culturale, sociale e morale, promuovono l’individuo e la società che le trasforma in opere d’ingegno, design, rappresentazioni scritte, narrate, recitate, suonate, danzate, e “polarizza” il territorio che la esprime nello scenario globale, dandogli valore economico, identità, diversità, attrattività non solo turistica, ma anche possibile scelta per i giovani di vita, residenza e sviluppo imprenditoriale. Milano, diventata una delle principali 20 metropoli globali in dieci anni, ne è stato un esempio illuminante.

La società veneta è chiamata perciò ad attribuire sempre maggiore attenzione alle proprie espressioni artistiche e culturali. Esse sono la sua risorsa naturale, il viatico per l’affermazione dell’arte e cultura veneta nel mondo, non una forma di arroganza o di primato, ma un modello di diversità e sostenibilità artistica ed espressiva che puo’ diventare un riferimento alternativo ai modelli consumistici, per essere presenti nel processo di globalizzazione in modo meno anonimo e livellato, e più umanista e solidale di quello imposto dal grande sistema dei consumi e dei pervasivi media globali, come i modelli di intrattenimento proposti da Netflix, Prime, Sky. Occorre trovare il coraggio di favorire ed esprimere una dignità artistica e creativa in cui – spesso – Veneto e Italia non sono secondi a nessuno nel mondo.

 * Amedeo Levorato, senior manager e consulente d’impresa, è attualmente Direttore Amministrativo della Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto – ICO riconosciuta dal Ministero della Cultura, dopo diversi decenni di esperienza imprenditoriale e dirigenziale.

L’economia e l’impresa dopo la pandemia globale

Nei giorni scorsi l’autore ha tenuto una Zoom Conference con 90 aziende, organizzato da AICE – Associazione Italiana Commercio Estero – per fare il punto della situazione e delle sfide cui le imprese italiane dovranno rispondere al termine della Pandemia COV SARS 2, esplosa nel 2020.
Lo pubblichiamo di seguito, come contributo di riflessione.

Una visione sintetica della situazione economica forse alla metà della crisi globale COVID-19

La condizione dell’economista è estremamente critica: è costretto dalla teoria delle aspettative a scrutare l’andamento delle variabili economiche attendendosi il peggio quando i mercati sono ai massimi e l’euforia imperversa, nell’attesa che le cose possano andare peggio. Ma lo è a maggiore ragione quando le cose vanno davvero male, e potrebbero andare molto peggio.

La situazione è quella che stiamo vivendo oggi: il declassamento del debito pubblico italiano di Fitch a BBB- mette in pericolo centinaia di miliardi di investimenti esteri e nazionali in BTP e BOT italiani: i regolamenti di finanza dei fondi pensione, infatti, prescrivono l’immediata vendita dei titoli che vengono declassati al di sotto dell’”investment grade”, e ci mancano solo due livelli per arrivarci.

Piu’ prosaicamente, le previsioni di Prometeia di Aprile 2020 (“Italy in the global economy Prometeia Brief”) indicano che il calo del PIL regionale, in relazione alle differenziazioni territoriali indotte dall’intensità dell’epidemia di COVID, potrebbe variare dal -7% del sud al -11% del nord Italia (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna). Il settore manifatturiero dovrebbe perdere a fine anno il 10% del valore aggiunto, al pari delle costruzioni. L’ingrosso e il dettaglio -8%, i trasporti e magazzinaggio -20%, il turismo hotel e ristorazione il -30%, le attività ricreative ed educative -25%.

Questo scenario “orribile” atterra su un andamento pre-crisi non roseo: già a dicembre 2019 gli scenari 2020 non erano positivi: il debito pubblico italiano stava sul “plateau” ascendente a 137,4% del PIL con 2.400 miliardi di euro su 1.900 di statico PIL, una riduzione di -75.000 occupati nell’ultimo trimestre, un aumento di 42.000 inattivi, numerose crisi aziendali tra cui Alitalia, Arcerlor Mittal, molte crisi sistemiche di PMI, la produzione industriale a -4.3%, il fatturato a -0.3%, e gli ordini a -1,9% essenzialmente a causa della debolezza degli investimenti imprenditoriali in Italia e le conseguenze nefaste della guerra dei dazi internazionale intrapresa da Trump e i loro effetti sull’incertezza sul commercio internazionale.

Questa situazione nei trimestri IV/2019 e I/2020, anche in assenza di Coronavirus, non era certo dovuta alle politiche europee: l’ultimo periodo da governatore di Draghi alla BCE era stato segnato da un ritorno alle politiche di Quantitative Easing, anche se su dimensioni ragionevoli e non confrontabili con quelle che saranno attuate da aprile 2020, a causa essenzialmente del consenso germanico su politiche di acquisto intese a mantenere i consumi europei, l’export tedesco di veicoli, e la tranquillita’ delle banche tedesche per i debiti pubblici europei.

In Italia, invece di sfruttare l’imprevisto ma non troppo imprevedibile aumento del gettito di oltre 15 miliardi annui derivante dall’introduzione della fatturazione elettronica dal 1° gennaio 2019 nel settore privato, si è pensato di impegnare oltre 20 miliardi in spese essenzialmente improduttive, come Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza, invece che favorire la realizzazione di infrastrutture e la creazione di nuovi posti di lavoro nelle imprese con gli investimenti.

Al miglioramento dei conti dell’INPS ottenuto grazie alla stretta pensionistica, si è risposto convogliando tutto il surplus tra 5-600.000 pensioni in meno l’anno per riduzione della popolazione, contro 200.000 pensionamenti, verso la spesa sociale.

Questa mancanza di lungimiranza ha fatto trovare l’Italia in condizioni di impreparazione, sotto il profilo economico, di fronte alla crisi generalizzata globale prodotta dal Coronavirus.

Nel momento in cui scriviamo, le previsioni sugli effetti della crisi sono ancora imprecise e imprevedibili, anche se non mancano segnali inequivocabili della difficoltà con cui ripartiranno – nonostante la buona volontà degli imprenditori e degli stessi lavoratori – i distretti e i settori produttivi italiani dopo la crisi pandemica.

La frantumazione delle catene di valore rappresenterà il primo focolaio della recessione che inevitabilmente impegnerà la seconda parte del 2020 e parte del 2021: la mancanza di tempismo e cronologia produttiva tra imprese, filiere, produttori e subfornitori generata dai lockdowns, la disconnessione tra le aziende nelle catene di subfornitura globale, il mismatch tra domanda e offerta di beni di consumo e durevoli, saranno i segnali inequivocabili della necessità di costruire nuovi equilibri.

Ma questi equilibri non saranno semplici da perseguire, perché il mondo è stato colpito in modo diverso (e lo è ancora) dalla crisi, e la crisi stessa ha colpito diversamente produttori e consumatori, rompendo un equilibrio e una sincronia che non sarà facile ricostruire.

L’esempio del turismo internazionale, un business globale da migliaia di miliardi, attualmente completamente fermo sia per la residenzialità (alberghi, bed&breakfast, musei, monumenti, eventi) che per i trasporti (aerei, treni, autobus e perfino autovetture private), è sufficiente per comprendere la portata e la dimensione delle difficoltà che dovranno essere superate.

Un recente studio previsivo di CERVED (impatto sui settori secondo lo scenario COVID-19 base), quindi non pessimistico, offre come risultato per il 2020 cali di fatturato di dimensioni mostruose previste per il 2020: logistica e trasporti -13,7%; mezzi di trasporto -11,7%, servizi non finanziari, alla persona, turismo, cultura -10,1%, carburanti energia utility -9,0%, elettromeccanica -8,9%, costruzioni -8,3%, metalli e lavorazione metalli – 7,6%, distribuzione – 7,2%, sistema moda -6,8%, sistema casa – 5,9%, largo consumo -2,1%. Ad aumentare solo l’attività agricola (+1,2%), chimica e farmaceutica (+1,1%), elettrotecnica e informatica (+0,2%).

Uno scenario che porterebbe il fatturato dell’economia italiana da 2.410 miliardi di euro del 2019 a 2.232 miliardi di euro nel 2020 (-7,4%) per poi risalire nel 2021 quasi allo stesso livello del 2019, a due condizioni: che il Governo e l’Europa intervengano in fretta e con le modalità indicate sinora, e che l’epidemia si avvii a scomparire a partire da maggio 2020.

Previsioni davvero ottimistiche, se si considera che la Germania arretra, la Francia nicchia, gli Stati Uniti e tutto il continente americano sono nel pieno della crisi, come l’Africa e il subcontinente indiano.

Si potrebbero spendere decine e decine di pagine di analisi della situazione, senza riuscire a spingere la previsione al livello di dettaglio che tutti noi desidereremmo ottenere per avere una chiara visione di ciò che ci attende nei prossimi 8 mesi del 2020, e ancora più nel 2021, condizionati come siamo all’individuazione delle cure, alla necessità imprescindibile di un vaccino COVID-19, alla comprensione degli effetti collaterali della pandemia, sia dal punto di vista sanitario per la popolazione, sia da quello psicologico, sia da quello del perdurare della crisi a causa dello stabile numero di contagi: anche essi fermi al “plateau” discendente, contrariamente a quanto avviene per il debito pubblico italiano, crescente ora nel “plateau” del 150% e pronto ad impennarsi a causa delle misure adottate dal Governo Conte.

Ci siamo pertanto qui limitati a riassumere in alcuni punti sintetici la fotografia dell’attuale situazione congiunturale, per cercare di offrire degli spunti di riflessione ai lettori e rendere meno anodina e più sincretica l’evoluzione della crisi, traendo delle indicazioni per l’operato quotidiano di imprese e politica, per il migliore sforzo nella gestione della crisi, anche se non per l’eccellenza, che non potremo avere per i troppi fattori di impreparazione che si sono evidenziati nell’economia italiana dopo le elezioni del 3 marzo 2018 e nel susseguirsi dei cambiamenti di equilibri e di governo del paese e delle sue urgenze.

Ecco qui quindi alcune riflessioni che – si spera – possano risultare utili:

  1. Focus sull’efficienza d’impresa. In un paradigma che vede la crisi temporanea, ma forse duratura, della globalizzazione produttiva, le imprese sono chiamate a focalizzare le proprie competenze distintive rispetto al mercato di riferimento: le proprie tecnologie, i propri leads di mercato, i propri fattori di forza, e internalizzarle il più rapidamente possibile, attraverso operazioni immateriali sul know how, oppure anche attraverso la delocalizzazione dall’estero all’Italia delle produzioni. Molte aziende tedesche, giapponesi e americane stanno valutando il rientro, e anche per l’Italia questa sarà una opzione significativa, mantenendo quanto di creativo e positivo possono mantenere all’estero, con le dovute cautele. Si tratta di attivare una specie di “economia circolare” che permetta di ridurre in cerchie su base nazionale e continentale fornitori e clienti essenziali, competenze e professionalità, luoghi di ricerca, mettendo le basi per una resilienza legata alla fatale possibilità che la globalizzazione produttiva e la delocalizzazione all’estero della produzione di semilavorati e beni intermedi possa durare per diversi anni. Un forte aiuto lo Stato potrebbe darlo sul piano nazionale e internazionale facendo funzionare al meglio la giustizia civile e contrattuale (oltre che tutelare dalla criminalità) in quanto periodi come l’attuale sono quasi sempre generatori di abusi, criminalità economica, azzardo morale, frodi.
  2. Attenzione al “core business” dell’impresa e rinuncia alle diversificazioni rischiose e prive di base commerciale (anche nelle start up innovative in qualche caso). Senza clienti, molte imprese manifatturiere e del terziario non sono più indispensabili, e quindi sacrificabili. Occorre che ciascuno, in una dimensione micro, torni a prestare attenzione ai costi, ai prezzi e ai margini, e una crescente attenzione ai problemi di natura normativa e legale, perché la prima reazione internazionale sarà impiegare barriere non tariffarie (normative, certificazioni, diritti di proprietà, golden shares) per tutelare le proprie produzioni nazionali e locali e – conseguentemente – i posti di lavoro. Proprio la conservazione e il miglioramento del lavoro, della sua qualità e competitività, dovrà essere il driver delle imprese aperte all’esportazione e di quelli competitive sul piano continentale, per consolidare le proprie fasce di mercato e di consumo. E il lavoro dovrà necessariamente e dolorosamente scontare nuovi margini di produttività, l’acquisizione di nuove competenze, ma soprattutto un netto aumento della flessibilità e riconvertibilità per inseguire i mercati. Occorrerà fare tutto il possibile per migliorare il proprio business alle migliori condizioni di prezzo e prestazioni, conservando la capacità di innovare. Ed anche rivedere l’ascensore sociale alla luce della competenza e dell’esperienza sistemica, evitando pero’ la polarizzazione e l’accrescimento dei differenziali salariali, perché, se risulta sempre più evidente che “uno non vale uno” e che nelle posizioni di responsabilità e decisorie occorre collocare – per meccanismi di scelta e consenso – persone che hanno già o possono dimostrare di essere in grado di decidere nell’interesse generale con cognizione di causa e assumendo responsabilità personale e reale, rimane tuttavia centrale la necessità di “portare avanti” tutta la struttura sociale e non solo i pochi consapevoli.
  3. Attenzione ai rischi “geopolitici” che saranno crescenti per tutto il periodo del “lockdown” ma esploderanno al termine del 2020. Il principale fattore di rischio geopolitico, in assenza di focolai di guerra che pure ci saranno sicuramente, è il petrolio. Nei quattro mesi di “lockdown” il consumo di petrolio è sceso fino al 60% rispetto al consumo giornaliero di 100 milioni di barili pre-crisi. Il 60% sono 10 milioni di tonnellate al giorno, che proiettate su un periodo di quattro-cinque mesi, si trasformano in un miliardo di tonnellate di idrocarburi estratti ma non raffinati, stoccati con relativi costi o lasciati nel sottosuolo, a prezzi che sono scesi fino a 15-20 USD/barile e che forse scenderanno ancora. Intere regioni continentali dipendono dal prezzo del petrolio per mantenere i propri livelli di vita, militarizzazione, sicurezza e welfare: il Medio Oriente, l’Iran, il Messico e il Brasile, il Venezuela, la Nigeria con i suoi 300 milioni di abitanti, l’Angola e il Nord Africa, la Federazione Russa, parte degli Stati Uniti, il Canada. Chi potrà continuare a consumare e comandare come prima con il petrolio a prezzi primi anni ’80? Se la tendenza dovesse consolidarsi per la riduzione della mobilità nei paesi industrializzati, o anche solo ridursi nel 30% invece che del 60%, con che cosa verranno mantenuti arsenali nucleari, aree urbane congestionate, dittature religiose, e condizioni di vero e proprio privilegio? In questo contesto, le imprese dovranno prestare grandissima attenzione alla solvibilità dei propri debitori internazionali (imprese e stati), perché il sistema bancario internazionale ha dimostrato la propria fragilità e l’ incertezza del diritto nel sistema dei pagamenti e degli affidamenti. Basta pensare alla giungla dei sequestri e delle appropriazioni indebite di DPI e materiale sanitario nei primi quattro mesi del 2020. La diffidenza regnerà sovrana e non è certo una buona premessa di ripresa e di sviluppo.
  4. La questione dell’innovazione digitale impatta sulle aziende del primario, del secondario manifatturiero e del terziario: i temi portanti sono il distanziamento fisico, la digitalizzazione dei processi produttivi e dei pagamenti, la cancellazione definitiva della carta e delle procedure amministrative pre-XXI secolo, con lo spostamento integrale sul cloud di tutte le attività amministrative, progettuali, legali, di produzione 4.0: smart working, dematerializzazione cartacea, agenda digitale della pubblica amministrazione, fintech, smaterializzazione dei flussi cartacei di fatture, pagamenti, regolazioni, tracciabilità e certificazione di origine dei prodotti. Questi fenomeni sono maturi, richiedono investimenti non troppo elevati (per casi, eccetto la robotica e l’intelligenza artificiale), ma impongono un cambiamento radicale dei comportamenti, a cominciare dalla produttività individuale a casa, al sistema di relazioni umane e professionali, che cambierà radicalmente rispetto al passato. Ed anche un intervento straordinario di efficientamento delle procedure contrattuali e delle filiere produttive, grazie a nuove tecnologie che consentono la tracciabilità univoca di documenti e prodotti, i contratti intelligenti, le transazioni e pagamenti privi di intermediari, la produzione e la circolazione di merci certificate e riconoscibili. Uno dei principali soggetti “vincenti” nella crisi, oltre alle aziende farmaceutiche, è Amazon, passata da 2.000 USD per azione all’apice del mercato borsistica a fine febbraio, a 1.700 USD al punto peggiore della crisi, e poi di nuovo a 2.400 USD per azione (+20% rispetto al pre-crisi) nel breve volgere di tre mesi, dimostrandosi la migliore moderna soluzione di distribuzione commerciale esistente per le piccole, medie e grandi imprese globali.
  5. La questione ambientale si imporrà nelle scelte, dopo un primo periodo estatico con idrocarburi a 20 USD/barile, si porrà il problema se il consumo di energia per la mobilità, specificamente quella aereonautica (diminuita del 90%) potrà mai tornare ai livelli pre-crisi, già sottoposti a revisione dalla crisi ambientale. Molte imprese petrolifere falliranno e il petrolio di scisto non sarà più estraibile perché sotto i 60 dollari/barile non risulta conveniente. Questo processo comporta enormi opportunità per l’industria italiana basata in gran parte su tecnologie agricole, di trattamento ambientale, di risanamento, di pulizia, di protezione, di rinnovabili che comportano tecnologie esportabili su larga scala. Uno sforzo che dovrà essere largamente promosso dallo Stato e dalla Unione Europea. Non senza dimenticare che in tre mesi si sono conseguiti gli obbiettivi di taglio delle immissioni in atmosfera previsti dall’IPCC per il 2030, e questa riduzione dell’impronta ecologica umana sul pianeta e’ una delle principali preferenze dell’opinione pubblica e delle culture affluenti globali. Molti si chiederanno come tornare alla produzione industriale approfittando della riduzione di domanda per “decarbonizzare” e consolidare il taglio del consumo di idrocarburi, almeno in parte.
  6. Un altro elemento che emergerà problematicamente dopo la crisi COVID sarà la questione dello sviluppo infrastrutturale ed immobiliare: la limitazione della mobilità, anche a causa del periodo comunque lungo che ancora ci attende di immobilità internazionale e sociale, lascia una “memoria” nelle persone: questa memoria agirà a favore del nomadismo lavorativo, dello smart working, della riduzione di dimensioni di attività commerciali di prossimità e di uffici, della capillarità di servizi sanitari e servizi alla persona tout-court, mentre il costo di gestione, accesso e pendolarismo agirà negativamente sulle grandi aggregazioni urbane, i sistemi di trasporto rapido di massa, la divisione netta tra luoghi di lavoro, luoghi di svago, luoghi di commercio, luoghi familiari, la stessa scolarità (riorganizzata e ridimensionata dalla didattica a distanza). La stabilità degli investimenti immobiliari ne uscirà scossa, e probabilmente alcuni grandi interventi (Stephenson a Milano?) verranno riveduti o modificati. Il minore uso del suolo e di concentrazione e la rivalutazione dei borghi costituiscono un elemento di tensione psicologica reale in molti investitori e nelle popolazioni giovanili affluenti e acquirenti. Anche la sensazione di un periodo di tempo sempre più breve per ammortizzare gli investimenti di fronte a possibili cambi di equilibrio climatico, ambientale, di inquinamento e salute collettiva – e quindi di profilo demografico – agirà come depressivo degli investimenti immobiliari.
  7. Paradossalmente, l’Europa “odiata” rappresenterà il mercato più vicino da sviluppare e quindi più confidente. Il rapido ed enorme processo di omogeneizzazione che ha spinto i vertici di VW, Daimler Benz e BMW a fare pressione sulla Cancelliera per aiutare l’Italia anche per impedire il blocco totale della produzione di 4,4 milioni di veicoli costruiti con pezzi italiani, sta ad esemplificare che lo spazio europeo, esteso all’est europeo e alla Federazione Russa e anche al Regno Unito, tornerà ad essere lo spazio d’elezione per la costruzione di filiere produttive continentali in regime di fiducia (?). Molto sarà fatto anche dalla Cina, che ha bisogno di fare dimenticare e di vendere i propri prodotti. Ma lo sguardo all’Europa, anche con il suo carico di concorrenza, rappresenta il vero punto di ripartenza del sistema economico nazionale. Almeno finchè non ci saranno vaccini e gli aerei non potranno violare i lockdowns imposti.
  8. Uno dei fattori di maggiore rischio per il prossimo biennio è il sistema bancario: chiamato a soccorrere le Banche Centrali per la distribuzione del “credito” lubrificante del sistema economico, quello che dovrebbe aiutare a superare la disoccupazione e soddisfare la domanda di flessibilità (con il fondo SURE), aiutare i paesi a investire in infrastrutture ferroviarie, portuali, di trasporto alternativo delle merci, sanitarie, civili con il “Recovery Fund” e infine aiutare le imprese a riorganizzarsi, fondersi e ripartire con il fondo “BEI”, potrebbe risultare colpito da una nuova ondata di Non Performing Loans, cioè prestiti non onorati da aziende in crisi, problematica dalla quale era appena uscito riducendo le perdite maturate nel periodo 2007-2013 della crisi finanziaria (e del mancato intervento della BCE per volontà germanica fino al “Whatever it takes” del 2013). Una grande attenzione andrà riservata al sistema bancario e al rapporto con l’economia reale. Alcuni economisti sostengono che il sistema bancario internazionale (non le banche regionali), grazie ai provvedimenti di modernizzazione finanziaria introdotti dalle amministrazioni Clinton e Bush dal 1999 al 2007, sono diventati i nuovi “creatori netti di liquidità” globale. In altre parole, non sarebbero le banche centrali ma le banche universali a decidere l’entità dei prestiti e quindi la creazione di moneta: la prova sarebbero i bassi tassi di interesse nell’economia mondiale perduranti da ormai 12 anni, una vera e propria trappola di liquidità intesa ad agevolare domanda, offerta, consumi e crescita in cambio di vantaggi immediati in termini di enormi profitti e bonus manageriali delle banche. Le banche centrali avrebbero agito dal 2008 solo come “regolatori” di disoccupazione e inflazione mettendo in crisi gli Stati sovrani con l’ingigantimento del debito pubblico.
  9. Attualmente, il problema del debito pubblico rappresenta la principale questione a livello globale. Mano a mano che i paesi emergeranno dall’epidemia di COVID si evidenzieranno sempre più le differenze di potere e dimensione con cui saranno in grado di affrontare l’uscita dalla crisi. I paesi emergenti e quelli più deboli saranno chiamati a pagare tassi di interesse e spread elevati per finanziare la ricostruzione, la sopravvivenza, il welfare, i sistemi sanitari educativi e pensionistici. Anche i paesi industrializzati dovranno ricorrere in misura crescente al debito, ma potendo godere della leva discriminante del controllo: se un paese industrializzato puo’ godere di un debito posseduto per il 60-70% da mani nazionali, si colloca su un livello di equilibrio semistazionario in cui i detentori esteri hanno interesse a non fare affondare il paese, mentre i residenti che controllano il debito sono incentivati a lavorare investire e pagare tasse per garantirsi di essere ripagati. Gran parte dei paesi europei e il Giappone sono in queste condizioni: hanno capacità di controllo del debito. Gli Stati Uniti, inoltre, faranno probabilmente pagare al resto del mondo la crisi COVID-19 grazie alla forza del dollaro e all’impegno crescente di Cina e Giappone nel debito americano per diverse migliaia di miliardi (3.000 su quasi 8.000 detenuto all’estero). Ogni variazione del 10% del dollaro in meno può rappresentare una perdita duratura e sostanziale per questi paesi.
  10. Ed infine, ultima ma non meno importante è la questione sanitaria: vera fonte e origine di questa crisi globale, sta mettendo in luce le problematiche legate alla globalizzazione che investiranno il futuro della popolazione mondiale, 7 miliardi e 777 milioni di abitanti con un profilo demografico delicato tra paesi con età media molto bassa in Africa e paesi con età media elevatissima in USA, Europa, Giappone e Cina, in un mondo minacciato da crisi della biodiversità, cambiamenti radicali di equilibrio ambientale, inquinamento anche nucleare e da idrocarburi, farmaci e plastiche, deperimento e sfruttamento incontrollato della biomassa oceanica e animale, monocultura produttiva agricola, devastazione e inquinamento dei contesti ambientali selvaggi, che ha portato alla crescita in numero e pericolosità delle pandemie e indebolimento delle popolazioni e delle soluzioni famaceutiche. Sulla sanità, dalla biogenetica alla farmaceutica alla robotica alle cure personalizzate e sistemiche dell’organismo umano, e su nuovi comportamenti più consapevoli, dovranno essere tarati innovazioni, ricerca e investimenti, ma anche una nuova consapevolezza di comportamenti etici, non moralmente azzardati, che sono pressantemente richiesti dalla nostra prossimità umana e condominiale su un pianeta che diventa sempre più stretto, anche senza la circolazione aereonautica sperimentata nei primi vent’anni del XXI secolo.

Padova, 29 aprile 2020
Dott. Amedeo Levorato

La trappola demografica italiana tra immigrazione e invecchiamento della popolazione

Istat 2016

di Amedeo Levorato

In Italia, Europa e in tutti i paesi occidentali, insieme alla crisi economica sta esplodendo un problema demografico largamente occultato dalla crisi finanziaria del 2008: eravamo convinti che molti processi di degrado dell’economia europea dipendessero dalla crisi finanziaria nata negli USA, ma invece sta emergendo con chiarezza l’influenza dell’invecchiamento della popolazione per la crescita del PIL e la stabilità delle economie occidentali. Molte delle misure finanziarie adottate non potranno, nel lungo periodo, ovviare al cambiamento demografico che investe pesantemente i paesi occidentali.
Secondo le Nazioni Unite, la popolazione globale crescerà a 9,6 miliardi di abitanti dagli attuali 7,2 miliardi entro il 2060.
Ma quale sarà il profilo di questa popolazione in paesi come l’Italia, dove l’invecchiamento e la denatalità hanno già largamente mostrato i propri effetti?
Secondo l’ISTAT (vedi qui i dati: Indicatori demografici 2015), nel 2015 la popolazione residente in Italia si è ridotta di 139.000 unità nette (-2,3 per mille), e al 1° gennaio 2016 la popolazione totale ammontava a 60.656.000 residenti.
Gli stranieri residenti in Italia al 31/12/2015 sono 5.054.000 e rappresentano l’8,3% della popolazione totale, con un incremento di 39.000 unità rispetto a un anno prima.
La popolazione di cittadinanza italiana scende quindi a 55.600.000, con una perdita netta di 179.000 residenti di origine italiana.
I morti nel 2015 sono stati 653.000, 54.000 in più dell’anno precedente (+9,1%), e il tasso di mortalità, salito al 10,7 per mille è risultato il più alto dal dopoguerra. L’aumento di mortalità è concentrato nella classi anziane, da 75 a 95 anni.
Il 2015 è stato il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna in età fertile, con una età media al parto di 36,1 anni.
Nel 2015 sono nati 488.000 (20% stranieri) bambini, -15.000 rispetto al 2014: da nove anni a questa parte il ricambio generazionale peggiora, cioè nascono meno bambini rispetto ai decessi.
Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni (il 22% della popolazione) e la quota di popolazione in età lavorativa ammonta a 39 milioni, contro 8,3 milioni di ragazzi.
Il saldo migratorio con l’estero è stato di 128.000 unità, risultato di 273.000 iscrizioni e 145.000 cancellazioni: 245.000 ingressi dall’estero e 28.000 rientri in patria di italiani, mentre se ne sono andati 45.000 stranieri e ben 100.000 italiani, quasi tutti giovani e molti laureati.

Guardiamo ora alle proiezioni.

La popolazione italiana resterà stabile nei prossimi decenni, e arriverà a 61 milioni nel 2065, con un picco a 63 milioni intorno al 2040 (vedi futuro-demografico).
Sempre secondo l’ISTAT, nel 2043 (cioè tra 25 anni) gli ultrasessantacinquenni saranno il 33% della popolazione, consolidando tale cifra dopo quell’anno e mantenendosi stabili rispetto alla popolazione totale.
Nello stesso periodo, la popolazione residente straniera passerà, all’attuale tasso di crescita, da 5 a 10 milioni, con una incidenza sul totale del 17% circa, e poi si incrementerà ulteriormente fino a raggiungere il 25% nel 2065.

Immigrati in ItaliaSotto il profilo della distribuzione territoriale si registrerà un vero e proprio abbandono del sud Italia, dove la popolazione scenderà dal 23% al 18%, e nelle isole dall’11% al 9%, mentre il nord est salirebbe dal 19 al 22,4%, il centro dal 19,7% al 21,6% e il nordovest dal 26,6% al 28,7%.
L’età media della popolazione salirà da 43,5 anni nel 2016 a 49,7 anni nel 2065, raggiungendo un ammontare annuo di 800.000 decessi, contro gli attuali 600.000.

Come cambierà la vita degli italiani nei prossimi 25 e 50 anni?

Senza dubbio il principale processo di sostituzione è tra popolazione residente ed immigrati.
Se gli immigrati saliranno nel 2043 al 17% della popolazione, la principale preoccupazione dello Stato e delle comunità locali dovrà essere quella dell’assorbimento,  dell’educazione delle giovani generazioni, dell’integrazione delle medesime nella vita quotidiana del Paese.
Questa sfida ha proporzioni impensabili, se si pensa che oggi, in tema di programmazione e di trattamento dell’immigrazione, l’Italia va poco oltre l’accoglienza e l’identificazione, e scarse sono le iniziative sistematiche di integrazione relativamente a lingue, regole, formazione al lavoro e professionalità.
Nessuno può pensare di lasciare trascorrere 25 anni senza un “Piano nazionale per l’immigrazione” che affronti sistematicamente l’accoglienza e l’integrazione di altri 5 milioni di immigrati, ad un tasso di 200.000 ingressi annui. Si tratta di persone a bassa o nulla scolarizzazione, spesso con problemi sanitari e turbe psichiche gravi, che rendono complesso l’inserimento pieno in una società moderna ed evoluta.
Occorre perciò porsi il problema di che lavori offrire, di quali tutele assicurare affinchè questi immigrati non vengano marginalizzati e si trasformino in un problema sociale che – a queste dimensioni – potrebbe travolgere l’equilibrio sociale in più parti del paese. Se da un lato è vero che molti immigrati stabilitisi con famiglia, aspirano per i propri figli ad un futuro “italiano”, è peraltro concreto il rischio dell’instabilità, della mobilità, dell’impossibilità ad abitare case, costituire comunità, trovare occupazione e reddito.
Se l’Italia intende sopravvivere a questa epocale invasione – che tuttavia stenta e addirittura non riesce a coprire la diminuzione naturale della popolazione italiana già nel 2015 – o addirittura porsi il problema della integrazione degli immigrati conservando la natura e l’identità della società italiana, dovranno essere messi in atto grandi sforzi, coinvolgendo buona parte dei lavoratori maturi e dei docenti scolastici per affiancare, educare e accompagnare gli immigrati nella fase storica che si apre. Non basta, come il Governo sta indicando in questi giorni, passare dalla fase dell’accoglienza a quella del sostegno e dell’assorbimento in lavori socialmente utili.

Occorre programmare, realizzare e gestire un processo non ghettizzante di integrazione di larghe fasce di immigrati nella società italiana e nelle comunità locali, con un esigente rispetto delle regole ed una altrettanto aperta disponibilità alle relazioni.
Contemporaneamente, occorre realizzare un “marketing” dell’immigrazione verso l’esterno, cercando di assicurare al nostro paese l’ingresso di quote di immigrati provenienti da paesi il più possibile omogenei valorialmente e con buona scolarità ed educazione, insieme a quella che inevitabilmente affluirà dall’Africa. E’  indispensabile assicurare all’industria e ai servizi giovani coorti di lavoratori con tassi di scolarità e professionalità anche manuali adeguate per garantire il mantenimento di una accettabile produttività del sistema economico. Buona parte dei fondi FSE dovranno essere indirizzati a queste finalità, insieme a tutto il sistema formativo regionale e il raccordo con il sistema produttivo.

Un quinto di immigrati, un terzo di anziani.

L’altro enorme problema che avanza, e del quale molti hanno già percepito l’estensione, è quello della popolazione anziana. Non tratteremo qui la questione pensionistica, che riveste di per sè non pochi problemi per le generazioni che vi accederanno nei prossimi anni, dopo la riforma Fornero.
Esaminiamo l’impatto che l’aumento degli anziani eserciterà sulla società italiana nel suo complesso.
In 25 anni, la quota di cittadini anziani aumenterà sensibilmente da 13.400.000 a oltre 21.000.000.
La metà di questi ha ed avrà oltre 75 anni. Da un lato, è accertato che la curva delle malattie invalidanti (cioè l’aumento naturale delle patologie individuali che interviene in età anziana) va assumendo un aspetto “scatolare” grazie alla diagnostica preventiva e alla prevenzione sanitaria e fisiologica. In quest caso la curva degli effetti patologici rimane contenuta e l’anziano rimane prevalentemente sano, crollando solo negli ultimi mesi o anni di vita, subito prima del decesso.
Purtroppo, un dato preoccupante appare la riduzione della prevenzione e della cura collegate alla riduzione del reddito pro-capite, a partire dalla crisi del 2008, che statisticamente ha effetto su larga parte della popolazione povera, costretta a rinunciare a cure e terapie.
La spending review nella sanità pubblica collegata alla riduzione (o al rallentamento) del debito pubblico oggi pari al 132,6% del PIL, porterà a inevitabili tagli della spesa diagnostica preventiva sia attraverso l’aumento dei ticket che alla riduzione delle cure mediche preventive, tornando ad incrementare il rischio di malattie invalidanti e quindi di lungodegenze e non autosufficienze.
Il problema dell’impatto della spesa per gli anziani sul PIL, era già ben delineato oltre vent’anni fa nel libro che scrissi nel 1994 con Marco Trabucchi (“I costi della vecchiaia”, Il Mulino, Bologna 1994): la quota della popolazione non in età lavorativa aumenta, riducendo le opportunità di crescita del PIL e bloccando le risorse per investimenti al fine di finanziare i pagamenti delle pensioni.
Un modo per risolvere questo problema sarebbe aprire i confini nazionali all’immigrazione: ci sono ancora paesi giovani nel mondo.
Per alcuni, la porta aperta all’immigrazione rappresenta la logica soluzione nel processo di globalizzazione, ma gli effetti collegati a questi fenomeni incontrollati sono davanti agli occhi di tutti.
Ancora più rilevanti sono gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sul PIL: infatti il reddito disponibile medio tocca un massimo nell’età tra i 50 e i 60 anni, a  45.000 euro per capofamiglia in Italia (dati del 2012), per poi scendere bruscamente con la pensione, fino a 20.000 euro annui tra gli 80 e gli 85 anni: e questo nella media; tralasciamo per un momento il fatto che negli ultimi cinque anni il tasso di povertà è aumentato vertiginosamente in Italia, soprattutto tra gli anziani.
Il tasso di risparmio, invece, per le medesime classi di età, rimane invariato a causa di un comportamento spesso irrazionalmente vincolato alla precauzione per il futuro (proprio o dei figli e nipoti).
In un recente studio di Prometeia (vedi Demografia propensione risparmio ricchezza) si afferma infatti: “[…] in materia di recessione, crisi finanziaria, riforma delle pensioni e scelte di risparmio: il primo elemento dovrebbe produrre una riduzione dei flussi di risparmio in proporzione al reddito, a causa della differente propensione al risparmio dei due gruppi della popolazione (“giovani” e “anziani”). Anche il calo del reddito disponibile, causato non solo dalla recente recessione ma più in generale dalla lunga stagnazione iniziata ormai vent’anni fa, dovrebbe andare nella stessa direzione, perché è ragionevole ritenere che le famiglie cerchino di mantenere, finché possibile, gli standard di vita a cui sono abituate. Il terzo fattore dovrebbe invece spingere verso una maggiore accumulazione di ricchezza privata, per compensare la riduzione della ricchezza pensionistica di fonte pubblica. I dati esaminati sembrano dirci che, almeno fino al 2012, i primi due fattori abbiano avuto un impatto superiore al terzo.”
Si ha quindi una riduzione complessiva del risparmio per tutto il sistema, ma non un minore risparmio netto per gli anziani.
Un primo elemento rilevante, quindi, ha caratterizzato gli ultimi anni e caratterizzerà i prossimi: l’invecchiamento della popolazione ha un effetto diretto sul PIL, attraverso la riduzione del reddito pro-capite al pensionamento, di circa 10 miliardi l’anno per effetto del saldo tra decessi e pensionati di circa 300.000 unità anno, un effetto pari al – 0,6% annuo. L’economia italiana deve quindi fronteggiare una caduta del PIL per il solo effetto della riduzione delle classi giovanili e dell’aumento dell’età media e dei pensionati. Con esso, anche la riduzione del gettito fiscale, pari a 4 miliardi annui, dato che le coorti di popolazione che oltrepassano i 65 anni e, con tale età, il momento della pensione, non verranno sostituiti da lavoratori con analoga professionalità, livello retributivo, gettito fiscale.

pil-in-volumeUn secondo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il livello dei consumi: una recente indagine della FILCALMS CGIL (dicembre 2015) rivela che la maggior parte della popolazione italiana che percepisce fino a € 2.000 al mese ha ridotto sia la quantità che la qualità dei tradizionali standard di consumo. Occorre attendersi una tendenza ad una minore spesa di consumo pro-capite e minori investimenti in beni durevoli mano a mano che, nella composizione della popolazione italiana, aumenteranno gli stranieri e i pensionati fino a raggiungere la metà della popolazione totale.
Un terzo problema collegato all’invecchiamento della popolazione è il mercato immobiliare: la maggior parte delle persone che si trova nella fascia di età oltre i 40 anni considerava i beni immobiliari una riserva di valore e di reddito per il futuro, capace di integrare la pensione o addirittura sostituirla. Grazie alle leggi Tremonti nel 2002-2003 e successivamente fino al 2010, grazie alla bolla finanziaria, questa considerazione aveva un significato reale nel breve periodo. Ma la stagnazione della popolazione, il cambio di tecnologia nella produzione di abitazioni (clima, classe energetica, materiali di costruzione), le difficoltà delle banche nel prestare mutui a percettori di redditi incerti e la ossessiva tassazione immobiliare inclusa nelle leggi finanziarie dai governi “tecnici” hanno contribuito a “stroncare” il mercato immobiliare in Italia, che non sembra attualmente generare segnali di ripresa.
L’unico fattore positivo in questo scenario è rappresentato dalla progressiva riduzione degli interessi sul debito pubblico, che ha portato l’esborso dello Stato da 85 nel 2012 a 60 miliardi annui nel 2016, una risorsa che il Governo Renzi ha ampiamente utilizzato, soprattutto per integrare i redditi bassi, creare lavoro tramite il Jobs Act e ridurre la pressione fiscale.

Il profilo demografico rappresenta, quindi, un problema di grande rilievo – forse più ancora di quello dell’immigrazione – nei confronti del quale lo Stato e tutta la società italiana devono razionalizzare e progettare misure concrete nei prossimi anni.
Se si pensa che – degli attuali 13 milioni di anziani, ben il 20% cioè 2,5 milioni hanno limitazioni funzionali di qualche tipo (mobilità, autonomia, comunicazione, ecc.) e che tale numero crescerà nei prossimi anni per effetto dell’invecchiamento al ritmo di 60.000 anziani non autosufficienti in più l’anno fino al 2043, non è chi non veda che la tematica dell’assistenza, accompagnamento, caregiving degli anziani rappresenterà un argomento primario nell’agenda del governo e delle amministrazioni locali.
Ricorda infatti il V Rapporto, (2015), sull’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, (vedi il V-rapporto-assistenza_anziani) che la conseguenza diretta dello scenario di incremento degli anziani delineato è l’aumento in termini assoluti del segmento di anziani con bisogni sanitari e socio assistenziali che necessitano di assistenza di tipo continuativo (Long Term Care, LTC). Se fino ad oggi il sistema LTC ha fatto affidamento sulla famiglia, ma ben presto questo fattore risulterà ridotto dallo spostamento all’estero delle famiglie giovani e dall’enorme incidenza delle separazioni matrimoniali, che favoriscono la costituzione di nuclei familiari individuali, spesso privi di ogni collegamento e aiuto dall’esterno nel momento del bisogno. In Veneto il 18,7% dei 650.000 anziani, pari a 122.000 persone, ha limitazioni nelle funzioni della vita quotidiana (81.000), limitazioni nel movimento (65.000), limitazioni di vita, udito e parola (35.000), oppure vivono in confinamento a casa o in struttura (50.000).
Questi numeri cresceranno nei prossimi 25 anni, quasi raddoppiando. Ciò significa che i modelli di intervento, consistenti nell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) sanitaria e quella socio assistenziale (SAD), così come i ricoveri presso presidi residenziali socio-sanitari (RSA) e socio-assistenziali per anziani (Case di Riposo) dovranno subire una drastica ristrutturazione per numero e per organizzazione, mentre i costi di gestione non potranno aumentare ed anzi dovranno progressivamente ridursi grazie ad interventi di automazione e organizzazione di sistema.
I costi delle rette delle strutture sanitarie e socio-assistenziali già oggi rappresentano una voce catastrofica per i bilanci familiari (le rette alberghiere variano tra i 65 e i 120 euro per autosufficienti e non-autosufficienti, una spesa variabile tra 1.950 euro e 3.600 euro mensili, solo per una parte contingentata a carico della Regione).
A questo problema si è cercato di ovviare con le indennità di accompagnamento, che tuttavia non sempre sono una soluzione in relazione all’organizzazione della famiglia, alle esigenze abitative degli anziani e cosi’ via. Il Veneto eroga oggi una indennità di accompagnamento al 10,4% degli anziani oltre 65 anni, e quindi a quasi 65.000 persone.
Il sistema di ADI e SAD sta attualmente entrando in crisi: i costi eccessivi di gestione marginalizzano le persone con bisogni, che però non sono minimamente in grado di accedere al sistema dati i costi elevatissimi. Tra il 2005 e il 2013 il costo della spesa pubblica per il sistema LCT è aumentato da 15,4 miliardi a 20,5 miliardi di euro, e nei prossimi anni aumenterà ulteriormente, specie con riferimento alle indennità di accompagnamento e alla spesa sociale dei comuni, ma il sistema appare largamente insufficiente a fare fronte alla domanda di assistenza sanitaria e socio-assistenziale agli anziani: essa viene affrontata principalmente tramite la spesa privata degli anziani stessi, ad esempio attraverso l’impiego di oltre 800.000 badanti.
La crisi economica sta spingendo numerose famiglie ad assumersi in proprio l’onere della cura diretta dei parenti anziani non autosufficienti, con il rischio di effetti psicologici gravi e talvolta di cure inappropriate o insufficienti.
Il ricovero, infatti, costringe le famiglie a ingenti sacrifici e al depauperamento dei patrimoni familiari, soprattutto in questo momento in cui il mercato immobiliare sia per la vendita che per gli affitti impedisce la conversione in liquidità di beni accantonati nelle fasi precedenti.
Quando – come in questo caso – si registrano da alcuni anni significativi rallentamenti di spesa e di intervento di Comuni e Regione, si rende evidente la necessità di comprendere i fenomeni in atto e la loro portata, e pensare a nuovi sistemi per affrontare il tema dell’assistenza agli anziani – che presto diventeranno parte rilevante della popolazione.
Secondo gli esperti – la scarsità di risorse può rappresentare un incentivo alla riorganizzazione dei servizi e delle relazioni tra i soggetti del territorio: non basta, tuttavia, pensare di impiegare le risorse esistenti in quanto occorre a monte un ripensamento complessivo del ruolo dell’anziano, della sua modalità di vivere e consumare, nonchè di relazionarsi con il resto della società nei prossimi anni. Essi saranno caratterizzati da un graduale aumento dell’età media, e quindi del carico di anziani sul totale della società: per essi occorre un nuovo ruolo e nuove modalità di aiuto e assistenza, basate anche sul volontariato.
L’istituzionalizzazione dell’assistenza sanitaria e sociale, infatti, genera un aumento drammatico di costi e crea dipendenza tra istituzioni ed anziano, che diventa un malato istituzionalizzato e quindi un problema, anzichè una soluzione.
Potrà ad esempio la tecnologia offrire soluzioni potenziali attraverso la robotica, come sembrano suggerire alcuni (vedi il Sole 24 Ore 2016-07-24-1 e 2016-07-24-2, oppure il percorso sarà più tradizionalmente legato ad un supporto alle famiglie attraverso il volontariato organizzato? Una soluzione non esclude l’altra, ma senza dubbio si dovrà lavorare ad una società più consapevole e responsabile, più solidale sotto il profilo generazionale.

In questo articolo abbiamo dimostrato che immigrazione e invecchiamento, ben lungi dall’essere problemi contingenti o avviati a soluzione, appaiono due dei principali problemi per la continuità stessa della vita sociale e dell’organizzazione in Italia e in Europa.
Su questi temi va sollevato un dibattito approfondito, aperto a contributi interdisciplinari, anche al fine di individuare percorsi di soluzione che – nella migliore delle ipotesi – richiederanno anni e anni di investimenti per formule di co-housing, automazione dei controlli, sistemi di ausilio e sostegno alle famiglie, educazione, prevenzione. Oltre naturalmente alla questione pensionistica, che offre un tasso di conversione della retribuzione in pensione non oltre il 60% dell’ultimo reddito annuale, costringendo gli anziani ad un ulteriore sforzo di risparmio – e quindi di austerità – negli anni immediatamente anteriori al pensionamento.

Gli effetti della globalizzazione

La globalizzazione colpisce i paesi europei e l’Italia non solo con l’immigrazione, ma anche e soprattutto con l’aumento delle disuguaglianze; la classe media nel mondo occidentale va svanendo, ed il suo reddito non è cambiato significativamente negli ultimi vent’anni.
I grandi ricchi, che occupano il 10% più elevato della distribuzione del reddito tra la popolazione, hanno visto le proprie condizioni migliorare sensibilmente: essi controllano oggi oltre il 50% del reddito complessivo del paese. E’ comune sentire che l’ultima volta che il mondo ha visto questa situazione fu negli anni ’20, appena prima della grande depressione. Nel periodo della ripresa economica dopo il secondo conflitto mondiale, e cioè tra il 1950 e il 1970, il 10% più elevato controllava non oltre il 15% della ricchezza totale. La concentrazione della ricchezza in poche mani provoca riduzione netta dei livelli di consumo: se la gente non risparmia, non può fidarsi di consumare e perde fiducia nel futuro, e questo è esattamente ciò che sta accadendo in molti paesi emergenti e sviluppati.
Non si tratta solo delle retribuzioni manageriali, l’eccesso di liquidità circolante e il breve periodo creano gravi distorsioni della ricchezza e caduta degli investimenti.
Rispetto ai tempi della Grande Depressione, negli ultimi dieci anni la caduta dei consumi e la deflazione sono risultati più sfumati solo grazie alla grande disponibilità di credito al consumo e carte di credito, e all’enorme capacità delle banche e delle banche centrali di alimentare i consumi con emissione di denaro liquido, riducendo i  tassi di interesse allo zero.
Ma la classe media ne è uscita comunque “decapitata”: questo strato sociale ha sempre rappresentato una àncora di stabilità in tutte le società antiche e moderne.
Quando quest’àncora viene rimossa, il risultato è sempre un netto spostamento politico verso destra o verso sinistra, e la tendenza ad una netta polarizzazione  politica: la crescita di populismi, nazionalismi e altri movimenti fortemente ostili all’organizzazione sociale sono il diretto effetto di questa polarizzazione.
La crescita del debito, sia pubblico che privato, può rappresentare un elemento fortemente critico per la stabilità del sistema economico globale: in uno scenario come quello delineato, nessuna nazione, giovani, anziani, immigrati, potrà sentirsi al sicuro in nessuna parte del mondo, soprattutto con debiti superiori al 100% del PIL.
La crescita sta ristagnando in tutto il mondo, al punto che da molte parti si parla di “stagnazione secolare”: ciò che accade è che la quantità di liquidità in circolazione è aumentata a tal punto che risulta indifferente la disponibilità di credito. Cioè, appare evidente che il denaro è disponibile, ma non viene utilizzato. Viene diretto ad attività speculative con la ricerca di rendite elevate, spesso caratterizzate da iniquità d’impiego, oppure parcheggiato nei bilanci delle banche centrali e delle banche private, investito in titoli di stato che rendono zero o addirittura un interesse negativo.
La ricerca di rendite speculative per il denaro impegnato a rischio rende sempre più difficile e critico l’investimento in infrastrutture: il piano Juncker del 2014 da 300 miliardi non è ancora decollato in Europa, e si assiste ad una stagnazione di tutti gli investimenti infrastrutturali nei paesi emergenti, sia europei che extracontinentali in quanto il lungo periodo (20-30 anni) non rientra nella logica speculativa della finanza.
Qualcosa però si sta muovendo: se i tassi di interesse sulla liquidità cadono ad un livello molto basso, subentra una significativa convenienza a togliere il denaro dai sistemi bancari per impiegarlo nelle attività economiche e nei consumi, riducendo il ricorso al credito. Tassi di interesse molto negativi provocheranno il fallimento delle banche, che non potendo lucrare nè sui patrimoni nè sui prestiti, saranno costrette a ridimensionare pesantemente le proprie strutture organizzative.
Con il venire meno della fiducia, i comportamenti di consumo della popolazione potrebbero mutare radicalmente: le persone potrebbero rifiutare di spendere e investire anche a tassi di interesse molto ridotti: l’nvecchiamento della popolazione, la disoccupazione dei giovani, la difficoltà ad avviare nuove imprese e ad assumere rischi a causa della burocrazia e dell’ossessiva pressione fiscale potrebbero portare ad una progressiva riduzione della “torta” del PIL e infine ad un blocco reale dell’economia. Per questo è tanto difficile per la BCE oggi sostenere la ripresa in Europa: essa deve fare i conti con una riduzione implicita del PIL dello 0,6% annuo dovuto all’invecchiamento della popolazione, le case e i capannoni che rimangono vuoti, i centri commerciali che si desertificano, i prodotti rimangono nei magazzini. Solo incrementi della produttività possono coprire la caduta autonoma del PIL, ma se i profitti e i redditi vanno in poche mani, e molto concentrate, essi non produrranno mai un aumento dei consumi ed una ripresa. Nel frattempo, la natalità diminuisce e con essa le coorti di giovani lavoratori e consumatori che verranno a mancare in Europa, oltre 20 milioni in dieci anni.

Conclusioni

L’Italia richiede urgentemente cantieri di rifondazione che vadano oltre il breve periodo: un patto ed un piano per l’immigrazione che si proponga di sostituire le coorti di giovani lavoratori mancanti, con una educazione ed un welfare accettabili.
Un patto con gli anziani, che si avviano a diventare una parte preponderante della popolazione italiana ed europea, e dovranno trovare in sè stessi le forze per ridurre la dipendenza sulla popolazione in età di lavoro, aumentare il volontariato e l’autosufficienza, aiutarsi l’un l’altro, condividere l’housing e il tempo libero, se possibile in modo produttivo, cambiando insomma il proprio stile di vita e le proprie abitudini.
Per ripagare il debito occorrerà continuare a fare crescere il PIL , ma questo obbiettivo, conseguibile in condizioni di popolazione stagnante solo tramite l’innovazione e la tecnologia, dovrà essere perseguito con grande attenzione a non aumentare ulteriormente i livelli di disuguaglianza presenti nella società.

L’Italia si trova di fronte ad una grande sfida, che riguarda tutta la comunità nel suo insieme, ma anche le comunità locali che dovranno fronteggiare – anzi, stanno già fronteggiando in modo confuso – le questioni dell’immigrazione, dell’invecchiamento, della disoccupazione e del debito, spesso senza una chiara visione degli obbiettivi e delle soluzioni più adatte nel contesto della globalizzazione.

Padova, 24 luglio 2016

Anticipare il Futuro – Corporate Foresight

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Giovedì 7 luglio 2016 alla Fondazione Zambon – Zoè – di Vicenza, discussione di quasi tre ore con Alberto Felice De Toni, Segretario Generale della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e Roberto Siagri, Presidente e CEO di ‪#‎Eurotech‬ spa www.eurotech.com per la presentazione del libro “Anticipare il Futuro – Corporate ForesightEgea, Milano 2015. Di fronte ad una nutrita platea, su invito della Fondazione, ho sottoposto agli autori una riflessione approfondita sui temi del libro. Oggi il tradizionale concetto di R&S non esiste più: la ricerca è sempre più finanziata dagli Stati o da grandi multinazionali, e legata all’evoluzione di grandi temi quali le energie, i materiali, le bioscienze, l’ambiente. Secondo l’OCSE, in Italia nel 2012 c’erano 80.000 ricercatori e nel mondo 6,3 milioni. La frontiera delle scienze e della tecnologia si sposta ad altissima velocità, e spesso l’Italia non riesce a tenere il ritmo: circa il 40% delle risorse scientifiche europee vengono rimandate indietro dall’Italia perchè nel tempo non si è saputo “mettere in piedi” un sistema efficace di progettazione, ricerca, risultati.
Invece lo sviluppo tecnologico e industriale, che riguarda principalmente le aziende, si sposta dai “mercati” agli “ecosistemi”. Gli ecosistemi sono filiere in cui l’innovazione richiede diffusione, networking, ricerca applicata, capacità industriale, e sono globali: si pensi alle tecnologie dell’Internet Of Things, alle telecomunicazioni, alla robotica, alle smart cities, alle energie rinnovabili, alle tecnologie ambientali. L’approccio è sempre interdisciplinare, e l’impresa deve essere presente nei processi e nei luoghi in cui l’innovazione nasce, anche guardando alle startup, anche usando leve finanziarie.
Non molte le imprese italiane che ragionano in questo modo: ma la tecnologia non sarà nicchia italiana senza praticare queste scelte.
Anticipazione e Corporate Foresight sono tecniche che le imprese globali hanno adottato e che anche le imprese italiane devono adottare per rimanere vitali nei processi di cambiamento, anche distruttivo, che investono il sistema manifatturiero e i servizi nel mondo.
20160707_193225L’Italia soffre anche un forte gap formativo e qualitativo nella popolazione: solo il 15% della popolazione italiana in età lavorativa ha un diploma di laurea o una laurea magistrale, come la Turchia, mentre i paesi più avanzati arrivano al 33%: per questo i giovani fuggono, perchè decisioni e allocazione delle risorse sono in mano a persone non qualificate e spesso sempre più anziani, con conseguenze negative per il profilo demografico e occupazionale dell’Italia. Per uscire da questo gap occorre intervenire sul sistema educativo e universitario – ha detto De Toni, Rettore della Università di Udine, e investire in cultura e didattica. Nelle imprese, ha detto invece Siagri, occorre dedicare attenzione crescente alla globalizzazione per scorgere i “trend dei mercati”, e ha fatto specificamente riferimento alla Cina, un paese verso il quale l’Italia deve guardare con attenzione sia per lo sviluppo che per il mercato. Quattro, secondo il libro, sono le tendenze principali con cui i sistemi industriali e sociali europei e l’Italia si scontreranno nei prossimi decenni: il passaggio del potere economico da ovest a est e lo sviluppo di “città Stato”; l’invecchiamento strutturale della popolazione globale, in Italia ancora maggiore; la ridotta disponibilità di risorse strategiche come energia, ambiente, acqua; l’evoluzione sempre più rapida dell’Internet delle Cose, o Internet Everywhere. Il libro esplora questi temi con acutezza e ricchezza di esempi specifici e tecniche interpretative.
Un grazie a Luca Romano, LAN Servizi, che ha creato questa occasione e opportunità.

Amedeo Levorato

 

Startup innovative fenomeno imprenditoriale o sociale?

Bandi_startupProliferano in Italia gli incubatori e gli acceleratori di nuove imprese innovative che impiegano tecnologia o strumenti di produzione e distribuzione e logistica innovativi. Fondi speculativi alla ricerca di rendite più che di rischio e complessità dell’attività imprenditoriale in Italia rappresentano fattori di rischio per il movimento delle “start up” innovative, strette tra fenomeno di elite e strumento di sviluppo sociale/vivaio per grandi aziende.

Il dibattito sulle startup innovative (circa 4.000 imprese iscritte con la nuova formula ad aprile 2016) percorre come sempre in Italia i binari di una certa ovvietà: imprenditori, investitori e media sono passati da un ventennio di scetticismo, silenzi e pregiudizi ad un improvviso entusiasmo, spesso senza concrete giustificazioni. E’ opportuno osservare questo fenomeno guardando le molte opportunità, ma anche analizzando i numerosi punti critici.

Alle origini della crisi

La crisi finanziaria partita nel 2007 dagli Stati Uniti, sterilizzata per qualche tempo in Italia principalmente a causa della sostanziale arretratezza del suo sistema bancario e del costante sostegno garantito dai Governi di ogni parte attraverso l’espansione del debito – ha colpito con violenza l’economia italiana dal trimestre I-2008 al trimestre I-2015 per un totale di 29 trimestri (II-2015 è stato il primo trimestre di crescita), con le conseguenze che tutti hanno visto: disoccupazione salita al 13,1% nel 2015 prima del “Jobs Act” e disoccupazione giovanile al 37,9% in media Italia al 31 dicembre scorso.

tasso-disoccupazione-giovanile-italia-2015Europa e Italia hanno fatto pochissimo tra il ’90 ed oggi per fronteggiare la sfida della globalizzazione: è noto che negli anni ’90, per fronteggiare l’integrazione delle due Germanie dopo la caduta del muro, la Repubblica Federale di Germania nella prima metà si è finanziata con risorse europee, ritardando l’introduzione dell’Euro, e nella seconda ha chiesto alle classi medie ed operaie – con una manovra decisamente coerente alla visione germanica – una sostanziale riduzione dei salari e del welfare per assicurare un futuro di sviluppo e di leadership in Europa. Ancora oggi i minijob in Germania impiegano oltre 7 milioni di lavoratori sottopagati, una forma parzialmente copiata in Italia con i voucher, tra molte ipocrisie.
Mentre questo accadeva, altri paesi come Francia e Italia rinunciavano semplicemente ad una strategia economica e industriale, mettendo a rischio il proprio ruolo internazionale e globale, e accettando di entrare in un paradigma di crescita/stagnazione jobless, investmentless, enterpriseless.

Nel tentativo di vivificare rapidamente il sistema imprenditoriale di PMI europee e recuperare il tempo perduto, una volta caduto il mito della divisione internazionale del lavoro secondo cui Europa e Stati Uniti avrebbero “sviluppato le menti” lasciando a Cina e India il ruolo delle braccia, ed acquisita invece la consapevolezza che solo la produzione di beni e servizi realizza valore nel tempo, la UE, gli stati nazionali e le regioni europee vivono ora una stagione senza precedenti di aiuti all’occupazione e alle nuove imprese innovative, attraverso sgravi fiscali e strumenti di spesa diretta in incentivi, ma non sempre ciò risulta sufficiente o centrato per ottenere gli obiettivi proposti.

23Oggi la crescita in Europa è basata sostanzialmente sul paradigma del “fiscal compact”: lenta sottrazione agli Stati della spesa e dello stesso controllo fiscale, taglio del welfare, della spesa delle amministrazioni locali, degli interventi sociali, e restituzione all’iniziativa privata – neppure troppo controllata – dell’iniziativa sia nei campi industriali e nella ricerca (più congeniali all’iniziativa privata) che in campi in passato intesi come pubblici, come la sanità, l’educazione, il sociale, le infrastrutture. La riforma del terzo settore e la riduzione della pressione fiscale rispondono a questa precisa strategia. Questo trasferimento sistematico di competenze di stampo liberista, tuttavia, funziona apparentemente  solo in paesi come la Germania, Danimarca, Olanda e Svezia, dove la sussidiarietà comporta anche responsabilità individuale e sociale e meccanismi di concertazione sociale tra governi, sindacati, imprenditori.
InvestimentiInconcludenza e corruzione hanno determinato invece in Italia questo fenomeno di progressivo smantellamento del settore pubblico, e l’inadeguatezza dei soggetti eredi e protagonisti del cambio di ruoli, cioè i fondi di investimento privati per gli investimenti e le imprese per l’occupazione, rischiano di farlo fallire: in Europa non si fanno più autostrade, porti, ospedali, treni continentali, ponti, lo sviluppo è bloccato dal profilo demografico in caduta (-20 milioni di abitanti tra 10 anni in Europa) e dalla conseguente caduta di rendite e valori, che si trasforma in deflazione.  L’economia sfiorisce in sterili proliferazioni di oligopoli: operatori di TLC, centri commerciali, produttori di vetture antiquati e ripetitivi, come hanno dimostrato gli scandali sulle immissioni e i consumi delle auto tedesche, francesi, italiane e l’assenza totale dal mercato dell’ibrido e dalle innovazioni tecnologiche vere della mobilità, che nascono negli USA e in Giappone.

Innovazione e startup innovative

Ricerca, innovazione e nuove tecnologie non sono certo un “portato” del nuovo millennio. L’onda tecnologica della Silicon Valley, HP, Varian, Motorola, Texas data gli anni ’80. Internet (Apple, Microsoft, Oracle) data gli anni ’90.  E così il tema delle nuove imprese innovative: si veda a questo proposito un mio articolo pubblicato da Confidustria ben 12 anni fa, nel 2004: Articolo LINK – Aprile 2004.
Nanotecnologie e Biotecnologie sono nate a cavallo del secolo, e procedono speditamente verso lo sviluppo industriale e commerciale.
Nel frattempo nei paesi emergenti, due miliardi di abitanti rispetto al miliardo del vecchio “primo mondo”, venivano laureati milioni di ingegneri e scienziati e centinaia di migliaia prendevano la via della ricerca, applicata allo sviluppo competitivo.
In alcune aree tecnologiche – come le batterie agli ioni di litio e gli emettitori Led-Oled e l’imaging – ad esempio, il Giappone ha registrato e archiviato tra il 1990 e il 2005 brevetti che garantiscono la leadership tecnologica per i prossimi 50 anni. L’innovazione è diventata ragione di sviluppo per grandi sistemi universitari e produttivi in Cina, Taiwan, Giappone: distretti che generano decine di miliardi di prodotto e centinaia di migliaia di posti di lavoro specializzati per il complesso industriale-tecnologico.

I segnali della globalizzazione, partita nel 2000 con Cina e India, c’erano tutti: ma ancora alla fine del primo decennio del XXI secolo, l’Italia continuava ad espandere il proprio settore pubblico con debito e aumentando la pressione fiscale, con una fiducia illimitata in una competitività inesistente del paese e scoraggiava – come scoraggia in buona parte tuttora – l’impresa privata sia dall’intraprendere sia dall’investire – anche per quanto riguarda le azioni sociali per l’occupazione e per i propri dipendenti. A ciò si aggiunga la fuga di giovani qualificati dall’Italia e il declino demografico del Paese, con la popolazione anziana che raddoppia e il tasso di natalità che crolla a 1,27 (figli per donna) nel 2015.

In pratica, la maggior parte dei paesi europei – a causa della forte senilità delle leadership – non ha saputo reagire in modo consapevole, nell’ultimo ventennio, al cambiamento innovativo della globalizzazione e alle nuove tecnologie. Misure di politica industriale anche serie come il conto energia italiano dal 2005, tra i più incentivanti in Europa, hanno avuto scarso successo nello stimolare specializzazioni industriali, per l’incapacità tutta italiana di proteggere le proprie industrie “nascenti” – una teoria ben conosciuta in economia e praticata in tutti i paesi emergenti: la Cina per diventare leader globale ha praticato seriamente con le proprie banche il finanziamento delle industrie nel settore delle energie rinnovabili, delle telecomunicazioni, nell’acciaio e nel cemento.
Le aziende italiane produttrici di pannelli solari, invece, sono morte appena nate per mancanza di aiuti e garanzie di Stato, mentre il conto energia già dal 2010 è andato a finanziare miliardi di euro in pannelli di importazione ed ha contribuito a promuovere un settore impiantistico importante, crollato tuttavia sei mesi dopo la cancellazione degli incentivi. Solo Enel Green Power e pochi altri player sono riusciti a esportare la propria capacità impiantistica e di investimento trasformandola in opportunità imprenditoriale globale.
Quello del conto energia in Italia è solo un esempio, che impallidisce di fronte alla rinuncia europea ad una strategia nel settore delle telecomunicazioni. Fallita Nokia acquisita da Microsoft a causa degli investimenti nel linguaggio Symbian, e abbandonato il mercato da Siemens e Philips, oggi l’Europa è utente finale di telefoni e sistemi di TLC, satellitari, di rete, cellulari e dell’Internet Of Things prodotti a Taiwan, Cina e Sud Corea, e la digitalizzazione è affare principalmente americano: Microsoft- Motorola-Nokia-Skype, Google-Android, Apple-IOS e tutta la IOT sono sviluppate prevalentemente da realtà statunitensi: chi sviluppa lo fa sotto questa egida corporativa, che nell’epoca del “cloud” è sottoposta a stretto controllo diretto dei diritti e delle licenze di IPR (Intellectual Property Right), senza vie di scampo o diversificazione – il recente conflitto tra governo federale e Apple evidenzia il livello di conflitto in cui sono gli Stati ad opporsi ai monopoli corporativi.

Certo l’Europa, che realizza comunque un terzo del prodotto lordo globale, pur riducendo la propria quota di partecipazione al commercio mondiale, non ha perduto smalto: la Germania mantiene la propria leadership industriale e chimico-farmaceutica, la Francia quella aereonautica e nucleare, l’Italia il dominio qualitativo in 1/3 circa delle categorie merceologiche manifatturiere (il BBF – bello e ben fatto), mentre la Spagna conta su un miliardo di cittadini nel mondo di lingua spagnola, banche e turismo organizzato su quelle dimensioni. A questi si aggiungono paesi rapidamente emergenti, come Cechia, Slovacchia, Polonia, capaci di guadagnare spazi importanti nell’economia mondiale. Ma altro è la “relocation competitivity”, la buona combinazione tra fattori capitale, competenze e creatività, lavoro, ed altro la creazione di interi nuovi sistemi produttivi basati sul paradigma innovativo: informatica-telecomunicazioni, energie rinnovabili-petrolio-nucleare, innovazione fnanziaria come derivati-credito elettronico-paypal e blockchain technology, oppure innovazioni come le auto Tesla e la conquista spaziale.

La maggior parte delle startup innovative europee appaiono ancora centrate sul re-engineering dei modelli di business tradizionali, in cui comunque il vantaggio principale rimane quello degli USA, come si può constatare con Amazon.
Con l’avvento dell’IPhone nel 2004 l’era di Internet ha lasciato il posto a quella del “mobile”: il mobile sta cambiando drasticamente il modo di vivere, informarsi, consumare e produrre in tutto il mondo.
Internet aveva fatto capire i cambiamenti in gioco, producendo alcuni effetti reali… come diceva il fondatore di Napster Sean Parker a Zuckerberg nel film su Facebook “Social Network”, Mi chiedi cosa ho fatto? Trova in tutto il mondo un negozio di dischi! – Negozi di dischi e CD, agenzie di viaggio e di volo, edicole e librerie e – in parte – banche e servizi finanziari hanno cominciato a cambiare con Internet.
Ma dal 2005 in poi ben altro è successo: fotografi e stampatori, produttori di macchine fotografiche, telecamere, radio e tv, quotidiani e riviste, banche e assicurazioni, negozi di elettronica e articoli sportivi, servizi di dating e incontri, linee aeree e ferroviarie, alberghi e case vacanze, taxi, giochi elettronici ed educazione distribuita, distributori di farmaci ed elettrodomestici – interi settori produttivi con i propri circuiti di vendita e distribuzione hanno cominciato a sciogliersi di fronte al cambiamento distruttivo in corso.

La maggior parte delle startup innovative italiane ed europee si colloca invece nell’area: la reingegnerizzazione dei processi di business tradizionali e la valorizzazione delle “aree grigie” intermedie, che si sono create con l’enorme produttività individuale del digitale e la creazione di nicchie di consumo specializzato sia di generazione, che di area geografica, che di preferenza, che sociali, e rappresentano le aree principali di nascita delle startup europee.
Non mancano le startup che nascono dalla creazione di nuovo IPR (Intellectual Property Right, brevetti) generato da ricerca e sviluppo, ma queste generalmente eludono acceleratori e incubatori, in quanto l’attività di scouting alla nascita le vede presto inglobate in business più ampi, capaci di raggiungere rapidamente il mercato globale. Una innovazione dirompente, infatti, per natura non può essere ostentata ma deve essere rapidamente incorporata in prodotti o servizi già presenti internazionalmente o in uno spazio commerciale europeo, senza correre rischi di clonazione o fallimento di mercato.

Quali sono, quindi, le caratteristiche di queste startup?

Il contenuto innovativo delle start up italiane non è molto elevato, ma la carica creativa rilevante.
Le barriere all’entrata devono rimanere basse per garantire la sopravvivenza con investimenti contenuti, in assenza di capitale di rischio, ma questa bassa quota di innovazione mette a rischio la stessa perseveranza dei giovani fondatori nel portare avanti autonomamente l’impresa.
La start up innovativa frequentemente non sa vendere, non ha rete di relazioni, spesso non sa neppure produrre perchè lavora sui servizi. Distinguere queste situazioni è importante: la stessa debolezza o costrizione nella scelta imprenditoriale – condannata dalla legislazione a soffrire oltre ogni limite vincoli burocratici e normativi, barriere interpretative delle norme “inventate” da improbabili dequalificati pubblici ufficiali interpreti di normative spesso confuse ma sempre onerose – porta l’imprenditore innovatore a subire una rilevante disambiguazione: rischiare i propri soldi per garantire la crescita della start up facendola passare da “piccola” a “nana”;  oppure cedere rapidamente l’IPR sviluppata ed entrare come ricercatore o dipendente in una azienda che – per organizzazione, capitali investiti, portata di mercato sappia incorporare le innovazioni sviluppate dal medesimo innovatore in un sostanzioso business nazionale o internazionale. E’ questo il destino della maggior parte degli startuppers italiani.

E allora si chiude il cerchio: i nuovi acceleratori e incubatori solo raramente sono fucine di imprese veramente “innovative” e molto più spesso sono “palestre sociali di imprenditorialità”, dove l’innovazione non rappresenta la creazione di un “valore” ma più semplicemente uno strumento per mettere alla prova e addestrare una generazione di giovani che escono da scuola superiore ed università senza idonee competenze, anzi – spesso – senza avere mai visto un lavoro nè una impresa industriale o una organizzazione vera.
Coworking e laboratori di talent sono strumenti sociali di formazione personale e relazionale, più che luoghi di innovazione, e spesso occorre un grande sforzo affinchè non vadano dispersi anche quei genuini ricercatori che – uscendo dalla propria facoltà universitaria e dal proprio circuito di relazione – possono naufragare tra le grinfie di speculatori privi di scrupoli o incapaci di valorizzare adeguatamente quanto realizzato.
Per i giovani diplomati e inoccupati, inoltre, ed ancora più per i piccoli imprenditori, gli acceleratori e incubatori come i “FabLab” che oggi stanno proliferando sul territorio, rappresentano una opportunità per accedere a tutte quelle innovazioni che stanno trasformando il sistema produttivo (l’industria 4.0, la digitalizzazione, l’Internet delle Cose), e che presto o tardi cambieranno il modo di produrre e di prestare servizi anche per le PMI: stampanti 3D, Internet Of Things, collegamenti macchina-macchina, robotica, realtà virtuale, archiviazione sostitutiva e fatturazione elettronica, automazione della forza vendita: come per Internet negli anni ’90, questo complesso di nuove tecnologie deve essere adottato, compreso e incorporato nel sistema produttivo: Fablab e acceleratori possono risultare una struttura di divulgazione e addestramento di giovani NEET, quadri tecnici aziendali, piccoli imprenditori, lavoratori e impiegati.

Che dire del fenomeno italiano?

Rimane infine la questione delle startup innovative basate su innovazioni e brevetti, che sono le più complesse da proteggere, sviluppare, collocare.
Nello scenario delle startup innovative anche il fallimento di nuove imprese innovative italiane non è mai neutro, perchè attraverso la divulgazione scientifica e l’ansia di pubblicazione dei ricercatori, finisce per favorire quelle industrie e quei sistemi di nicchia dell’industria globale emulativi, che sono sempre pronti ed attenti all’esame delle pubblicazioni brevettuali e dispongono di attenti investitori, come accade in Cina, Israele, Olanda, Singapore e spesso e tradizionalmente, Gran Bretagna.
Nella maggior parte dei casi in Italia il business angel o il venture capital è assente o non interessato ad analizzare e sviluppare a buon fine i veri fattori “strenght & weak” delle innovazioni nate nei garage e nei laboratori italiani.
I servizi alle imprese innovative, se ci sono, vengono erogati dall’incubatore o acceleratore, il quale da così vita ad un continuo conflitto di interessi, ponendo le basi per limitare o impedire il successivo decollo e l’abbandono del “nido” da parte della neo-impresa.
Gli schemi di agevolazione e incentivazione pubblica provocano spesso deviazioni brutali dal “focus” dell’impresa innovativa, inducendo il gruppo, per rendicontare il finanziamento a buon fine, a intraprendere percorsi che si allontanano dall’idea e dal core business dell’impresa, la quale perde identità.
Le banche rifiutano di fornire finanziamenti tecnicamente complessi come i prestiti partecipativi oppure chiedono garanzie reali personali sui prestiti, così come i business angels richiedono impegni personali al riacquisto delle quote acquisite con tassi di rendimento da usura.
Scarsa conoscenza delle questioni tax & legal e veri e propri patti societari “capestro” frustrano il funzionamento della start up, inducendo crisi societarie e prematuri litigi tra soci su questioni di principio, mentre i mercati e i clienti si allontanano.
I fornitori richiedono pagamenti anticipati e non offrono credito all’impresa innovativa.
L’immischiarsi di improbabili agenzie pubbliche di promozione dell’innovazione, sia locali che regionali che statali, rischiano di stancare il giovane e allontanarlo dal proposito imprenditoriale inducendolo ad accettare la prima offerta di lavoro serio e strutturato in una azienda che lo “protegga” da assurdi obblighi in materia di sicurezza, tutela del lavoro, previdenziali e fiscali, urbanistici e architettonici.
La presenza di agenzie pubbliche è spesso una garanzia di fallimento, più che di successo, delle imprese innovative, mentre le agenzie di sviluppo private (acceleratori, incubatori) faticano a stabilire relazioni concrete con gli investitori, spesso provenienti da settori bancari e previdenziali, e quindi orientati a cercare rendite piuttosto che rischi.
I Venture capital di origine bancaria cercano profitti e rientri da prestiti di natura creditizia nel breve periodo, costringendo gli imprenditori a impegnare capitali propri e incatenandoli al business, abbandonando ricerca e sperimentazione.

E’ questo un giudizio negativo sulle start up innovative?

No, anzi. Un vivaio di cambiamento è ciò che serve in realtà al sistema delle piccole e medie imprese: ed è forse opportuno riflettere sulle modalità con cui renderlo stabile e concreto generatore di competenze innovative per le imprese.
E’ da ritenersi che le start up innovative rappresentino uno dei due poli principali di ripresa della creatività e della leadership manifatturiera italiana nel mondo. Ma occorre fare grande attenzione ad un recente fenomeno, cioè il formarsi inevitabile di una “bolla” delle start up e degli incubatori, e privilegiare invece per la politica industriale l’agevolazione e il sostegno a quei settori strategici collegati alla “big science” come la farmaceutica, le biotecnologie, le scienze dell’energia, dell’intelligenza artificiale e della robotica, le nanotecnologie, le scienze della vita che possono rappresentare un vantaggio competitivo per l’Italia nel sistema economico globale.
Per quanto riguarda il manifatturiero, i settori più importanti sembrano essere, ad esempio, le innovazioni in campo ambientale, sanitario, robotico, nanotecnologico e spaziale, il settore agro-alimentare e del sistema casa-costruzioni-arredo-energetico-idrico in cui primarie sono le competenze applicative e la qualità della domanda nazionale ed europea. Altri settori interessanti per l’Italia sono la mobilità, la cultura e il turismo, l’educazione e il gaming sul “cloud”.
Per quanto attiene alle forme di riorganizzazione dei business tradizionali e le iniziative della sharing economy attraverso la combinazione di organizzazione-logistica-commerciale-marketing e finanziario sul “cloud” e per l’innovazione finanziaria come la moneta elettronica, i sistemi di pagamento e regolazione sui mercati a livello globale, i derivati e le formule di investimento finanziario – sempre tramite il “cloud”, la partecipazione italiana appare limitata dalla dimensione contenuta del mercato nazionale e potrebbe essere valorizzata solo in una prospettiva di adesione a iniziative internazionali o europee. Questo concetto non va trascurato, in quanto solo a livello europeo – e spesso difficilmente anche in questo – risulta possibile costruire alleanze che comportino la somma di specificità e non la loro sottrazione, attraverso pratiche anche violente di spionaggio industriale e copia illegale.

startup-2Startup innovative in Italia al 31/12/2015 – fonte: Infocamere

Per finire, il tema delle start up innovative presto incontrerà quello dello spazio competitivo nazionale e internazionale, introducendo una rapida selezione sia delle start up che degli incubatori e acceleratori più importanti, che dovranno collaborare e ridursi di numero e consistenza, attraverso una segmentazione che privilegerà i veri e propri “incubatori” di spin off della ricerca e della tecnologia, relegando a fenomeno sociale e vivaio di professionalità i contesti “acceleratori” meno selettivi e spesso impreparati. Risultato non negativo in sè, che andrà a favorire forme di stimolo culturale, didattica e avvio al lavoro nelle imprese più tradizionali, ma foriero di una forte selezione professionale e finanziaria nel mondo delle nuove imprese innovative che produrrà anche qualche inevitabile rinuncia e fallimento.

Amedeo Levorato

Padova Soft City: da Smart City a Intelligent Community

Padova Soft City: dalla Smart City alla Intelligent Community

La vera sfida delle città “globali” risiede nello sfruttamento delle proprie “interfacce” globali per fare crescere la propria comunità civile. Padova possiede – anche se trascurate dalla politica – notevoli potenzialità: sanità, sistema educativo, terziario e informatica, turismo e cultura a Padova rappresentano elevati livelli di attrattività in tutta Italia e notevoli potenzialità internazionali, paragonabili a quelle espresse dall’industria esportatrice.
Senza una dotazione urbana che ne esprima ed esalti le eccellenze, però, questi primati sono destinati irrimediabilmente ad esaurirsi: tale, ad esempio, è la vicenda del nuovo polo ospedaliero e campus universitario, pronto al cantiere dal 2014, che oggi langue nell’inconcludenza dello scontro tra interessi contrapposti. Tale, inoltre, è il degrado del commercio cittadino, un tempo polo di attrazione in tutto il nord Italia, ed oggi ridotto a negozi vuoti, scarsa qualità, desolazione, a favore di una foresta di centri commerciali e outlet destinati ad una rapida selezione naturale.
Non basta l’inseguimento degli interessi di costruttori e banche (anch’essi rivelatisi fallaci) per assicurare uno sviluppo di qualità: per la qualità occorrono consumatori selettivi, un ceto medio aperto e culturalmente attento, molti giovani e alti obiettivi di “sistema”: facoltà universitarie al top, industrie del fashion (e ne abbiamo!), alta qualità della vita, visione strategica di sistema.
Così la “Smart City” diventa “Intelligent Community”, una comunità aperta, che accoglie il cambiamento come sfida per costruire il futuro, includendo i cittadini vecchi (anziani) e nuovi (studenti e immigrati) offrendo loro opportunità di restare, fiducia e aspettative di futuro. Esiste ormai un “movimento internazionale” delle “smart cities” e “intelligent communities”, che offre linee guida di grande interesse (www.intelligentcommunity.org), di cui chi scrive è stato socio fondatore nel 2000.

WifiConnettività e collegamenti costituiscono i canali di scorrimento delle idee e delle persone, le vere arterie pulsanti di una comunità internazionalmente aperta: proprio per questo lo sviluppo delle reti e del trasporto pubblico sono stati da sempre il focus della città. Padova è stata ed è uno dei nodi principali di interconnessione del Nord Est, la terza città italiana per volumi di traffico in rete dopo Milano e Roma.
Il teleporto-server farm di Telecom Italia a Padova Est, la presenza di numerosi operatori in fibra, il cablaggio pionieristico avviato in ZIP nel 1996, la rete di 250 hotspot liberi Padova WiFi realizzata da Telerete che copre  Università, poli sanitari, aree comunali e spazi aperti, sono state realtà pionieristiche in Italia.
Molto più si sarebbe potuto fare, ospitando l’interconnessione in fibra con il Medio Oriente e un Teleporto privato in ZIP, progettata a suo tempo da Telerete/ZIP e sviluppando la rete in f.o. Socrate realizzata da Telecom negli anni ’90. Ma la miopia della politica regionale e locale, gli scarsi investimenti degli operatori e l’indifferenza alle specificità locali hanno rallentato molti investimenti strategici per l’economia padovana nell’epoca del decollo di Internet (1994-2004), e ancora oggi.
Wifi3Oggi siamo nell’era del “mobile” (il primo Iphone esce nel 2004), e lo sguardo si sposta alle reti interconnesse 4G e presto 5G, mentre nel frattempo i sistemi di collegamento elettronico contano su una nuova generazione WiFi (IEE802.11ac/ad) che permette velocità di trasmissione fino a 7 Gbps. Il Wifi è oggi uno standard globale con oltre 6 milioni di hotspot pubblici.
wifi-graph1Con la nuova fase di investimento agevolato per la fibra ottica avviato dal Governo Renzi, Infratel avvierà entro il 2016 investimenti per 1,4 miliardi in Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto (400 milioni di cui 315 nazionali e 85 regionali) con la progettazione, realizzazione e gestione di una rete passiva e attiva di accesso in modalità “ingrosso”, disponibile a tutti gli operatori, che permetta di fornire servizi a utenti finali (FTTN: Fiber to the Network o FTTH – Home) con un minimo di 30 MB e fino a 100 MB.
Si tratta di interventi in aree c.d. “bianche” o “a fallimento di mercato” fino ad oggi servite da reti 2-20Mbps, e non aree centrali, dove la concorrenza è elevata ma i livelli di servizio ancora inadeguati. A Padova gli interventi 2016 interessano 18.000 abitanti nel comune capoluogo (10%) e 300.000 abitanti in provincia (30%), ma tutta l’area del centro storico, universitaria, della Zona Industriale e delle aree produttive limitrofe (grande Padova) risente di un livello di offerta costoso e inadeguato. Per questo, con la ripresa economica, si fa sentire l’esigenza di “poli di aggregazione” di servizi di telecomunicazione veri e in regime di concorrenza, in grado di offrire accessi oltre 100Mbps e oltre a condizioni internazionalmente eque (50-70 €/mese).
L’accessibilità alla rete internazionale in continuità e di alta qualità consente oggi di avviare processi di internazionalizzazione delle imprese e delle attività economiche: la robotica, l’”Internet delle Cose (IOT)”, media e comunicazioni internazionali, accesso ai beni culturali e museali e alle risorse educative, servizi finanziari, informatica: oggi tutti questi prodotto e servizi devono essere accessibili in tempo reale da e per tutto il mondo, la stessa “sharing economy” basata su moneta virtuale, viaggi, immobiliari, mobilità e tutto il sistema di “servizi smart” della città, dai servizi di emergenza al controllo della mobilità alla sicurezza dipendono dalla continuità elettronica di collegamento al “cloud”.
La connettività rappresenta il primo elemento di interconnessione della città con il mondo delle “Comunità locali e città intelligenti”: la disponibilità di una doppia connessione (fibra/rete rame o radio WiFi/Wlan) che metta in competizione connessioni da 100 MBps a 7 Gbps permetterebbe un rapido sviluppo dell’economia basata sulle applicazioni mobili, inclusa la robotica.

Un secondo elemento di connessione della “comunità intelligente” è il Trasporto Pubblico Locale: il TPL rappresenta l’unica vera alternativa al mezzo privato per i collegamenti tra direttrici di lunga distanza (autostrada/parcheggi scambiatori, stazioni ferroviarie/alta velocità, aereoporti e porti, ospedali/centri storici/poli didattici e universitari).
Una strategia intelligente per la città dovrebbe offrire priorità elevata alla realizzazione delle infrastrutture di trasporto pubblico da e per i “centri attrattori” del traffico di pendolari, sia studenti che lavoratori, che ogni giorno raggiungono i poli di attività, assicurando orari cadenzati, sicurezza di trasporto, confortevolezza e velocità – coniugati con un prezzo accessibile alle diverse categorie di utenti.
Interventi pianificati e in corso come l’alta velocità ferroviaria, il raccordo ferroviario con l’aereoporto internazionale di Venezia e il porto passeggeri, il potenziamento delle autostrade nelle direttrici internazionali devono essere accompagnati, sul piano locale, da investimenti in infrastrutture di trasporto che per la loro specificità possano assicurare continuità e convenienza nel trasporto: corsie semi-preferenziali per i mezzi pubblici, alta capacità di trasporto, puntualità e interconnessione con parcheggi auto/bici e trasporti su gomma.
TramNell’originario progetto SIR di Padova trovavano spazio tre reti: SIR1, collegamento tangenziale SUD (uscita 10) con tangenziale NORD (uscita 1) attraverso il centro città, SIR2 collegamento EST-OVEST da Rubano al centro a Ponte di Brenta e SIR3 collegamento SUD-EST (Piovese)-NORD OVEST (Stadio Ospedale).
Il cambiamento politico avviato nel 2014 ha bloccato il progresso della rete tramviaria – complici dubbi sulla efficacia e durata della soluzione tecnica del tram su gomma – ma non è chi non veda la necessità, diremo quasi l’indispensabile esigenza di realizzare al più presto un collegamento veloce in direzione est tra il Centro storico, la Stazione, il Tribunale, la Fiera, il Polo Universitario, il Polo terziario, la ZIP, il “porto autostradale e commerciale” di Padova Est, inscritto nel più ampio itinerario del SIR 2. Lo vogliono motivi ambientali, motivi organizzativi ed anche la necessità di attivare e rendere rapidi i collegamenti tra università/sistema terziario e produttivo/autostrada.
Nel progetto SOFT CITY QABE, al gruppo di lavoro si sono aggregati gli originali progettisti della rete SIR padovana, introducendo e proponendo una linea ad alta capacità (40.000 passeggeri/pro-die, maggiore rispetto a quella attuale SIR1 che carica 22.000 passeggeri/pro-die. Questo strumento permetterebbe di consentire l’accesso ai poli di attrazione regionale della città, da Padova Est tutto il complesso industriale e terziario, il polo universitario, fieristico congressuale, della giustizia e il centro storico e monumentale con la Stazione Ferroviaria e viceversa), permettendo il funzionamento del sistema città e la rivitalizzazione della Zona Industriale anche – virtualmente – senza traffico privato.
I sistemi di ciclabili protette e percorsi arginali di cui Padova è primaria esperienza in Italia completano la strategia di una “città senz’auto” dove l’uso del veicolo privato (elettrico o a combustibile fossile) può essere programmato e consentito a chi sia disponibile a pagarne economicamente i costi sociali, anche grazie ad un efficace sistema primario di connessioni tangenziali in via di rapido completamento con l’Arco di Giano.
ClevelandE’ auspicabile che le Istituzioni padovane ritrovino coerenza e convinzione in un progetto di rigenerazione urbana finanziato dal Piano Juncker –  occorrono 120 milioni di euro – che – scegliendo la migliore strategia per le tecnologie tramviarie o filoviarie compatibili con le esistenti – permetta la realizzazione di una linea ad alta mobilità tra centro storico/stazione e uscita autostradale Padova Est a condizioni ottimali (corsia preferenziale, tempi cadenzati, fermate riscaldate e raffrescate e visibili nel contesto viabilistico, iniziativa che dovrebbe poi riflettersi su tutta la rete di TPL con una ragionata interconnessione tra fermate di linee urbane/extraurbane, possibilità di ottenere informazioni, biglietti e assicurare comfort d’attesa e condizioni di sicurezza personale 24×365 in tutte le fermate sul territorio.

dott. Amedeo Levorato

Il futuro di Padova tra forma urbana e mercato globale

Screenshot_2016-04-16-10-42-33L’intervista all’arch. Cappochin sul Mattino del 10 aprile, anche se non priva di spunti “politici”,  rilancia una riflessione seria, articolata e in parte condivisibile sul futuro della città di Padova come espressione economica e urbanistica di un Veneto che – come ricorda il Presidente del Consiglio – “produce il doppio del Sud” ed “è competivo con la Germania”.
Vero problema appare, quindi, la carente visione strategica di Padova in una prospettiva continentale e globale. Padova ha perso da tempo le strutture economiche e finanziarie vitali per lo sviluppo della funzione urbana globale: non è più sede ma solo dipendenza di banche, strutture finanziarie ed assicurative, fondi di investimento; e il declino rapido e sconvolgente delle banche del territorio, come Vicenza, Treviso e le BCC, evidenziano che la crisi delle funzioni “rare” colpisce tutto il territorio regionale.
Resistono solo le Fondazioni bancarie a Padova e Verona, le quali profondono i loro sforzi per sostenere il tessuto sociale e culturale – investiti dalla crisi fiscale e dalla riduzione delle risorse degli enti locali, Regione inclusa.
Il tema delle risorse investe ogni aspetto dello sviluppo urbano: industria, fiera, centro congressi, tramvie o filobus, alta velocità, mercato immobiliare, finanche il nuovo polo ospedaliero rischiano di trascinarsi immobili per vent’anni, dopo che nei vent’anni precedenti il sistema tangentizio del Mose ha bruciato ogni progetto e risorsa, attraverso un duplice meccanismo di sottrazione di risorse e rifiuto di ogni progetto diverso da quelli in cui “fluiva” il denaro della corruzione.
Le tre questioni rilevanti appaiono oggi l’attrattività urbana, il programma di sviluppo, il merito di credito. Se mi è permesso, commento brevemente in quanto risulteranno gli argomenti di maggiore dibattito per la città nei prossimi anni:
L’attrattività urbana riguarda principalmente la possibilità di attrarre persone con competenze elevate e generare lavori di alto livello in uno spazio comune continentale: la città deve proporsi di diventare “facile”: facile trovare residenza, facile spostarsi sui mezzi pubblici, facile avviare nuove imprese e startup, facile svolgere attività lavorative e del tempo libero, facile investire trovando profittabilità adeguate, sicurezza e salute. Primo obbiettivo fermare il declino demografico, fuga dei giovani e gestire l’invecchiamento, un problema enorme: tra 10 anni ci saranno il doppio di ultra65enni!
Tre i punti di forza: sistema sanitario Azienda-ULSS-IOV (secondo in Italia), Università tra le prime, terziario commerciale ed avanzato di riferimento nel Nordest. Occorre però fare dialogare questi sistemi su progetti di portata nazionale ed europea, facendo “respirare” le eccellenze con concretezza. Occorrono investimenti infrastrutturali urgenti e una chiara volontà di realizzare una città pulita, sicura, verde e ambientalmente sostenibile, con risultati visibili.
Il programma di sviluppo: oltre a disegnarlo urbanisticamente sulla carta, occorre assecondare la domanda che viene dalla cittadinanza. La città chiede vivibilità, sostenibilità, cultura ma anche opportunità di impiego e una grande apertura e raggiungibilità delle aree metropolitane e industriali europee (basti pensare al centro storico, all’area termale, ai poli terziari e sanitari). Nessuna nuova infrastruttura può essere realizzata senza ricercare pazientemente il consenso della città, rendendo attrattivo investire nell’immobiliare anche ai cittadini padovani. Le imprese devono poter contare su una burocrazia veloce e collaborativa, livelli professionali elevati, offerta terziaria di valore metropolitano: non grandi parole, ma grandi fatti, migliorando quelli che hanno reso Padova una smart city italiana.
Merito di credito: nell’Europa del fiscal compact e del piano Juncker – mentre rallenta l’export – i motori del mercato interno sono gli investimenti pubblici e privati. Oggi ogni investimento, essendo finanziato da risparmio privato o pensionistico, viene valutato per i rendimenti che offre. Velocità di realizzazione, efficienza e capacità di rendimento, che oggi non ci sono, fissano le regole per garantire risorse per imprese, centro congressi e fiera, stazione e linea alta velocità, linee tramviarie, un music arena, uno stadio o un polo sanitario, anche pubblico. La BEI o i fondi d’investimento immobiliare chiedono efficacia realizzativa e ritorni, altrimenti non potranno pagare dividendi e pensioni. Padova dovrà dimostrare di saper conciliare rendimento e serenità, per attivare un processo virtuoso occorrerà il consenso vero di istituzioni come CDP e BEI su grandi progetti, come in parte sta avvenendo per la fibra ottica e per alcuni immobili del centro. la prova dell’efficacia di Padova sarà questo consenso.
Occorre proseguire quindi assicurando investimenti in cui la banale speculazione lasci al posto al valore creato nel lungo periodo. Qualità urbana, che può accompagnarsi solo a tecnologie innovative e competenze professionali che non mancano nelle imprese venete, se da Mosca a Seattle le nostre aziende realizzano opere per i leader dell’economia globale.
Serve un dialogo costruttivo tra categorie, imprenditori e P.A. e seppellire i conflitti, il provincialismo e il campanilismo, cercando nuova conciliazione in ambiziosi progetti di sviluppo, che richiedono uno sforzo collettivo per un rinnovato consenso sociale e la fiducia di rendere preferibile Padova.

Amedeo Levorato

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23 settembre 2015: una riflessione su politica, economia e sfide sociali

 

Christaller

Il territorio è andato “global”
Non so se, come dicono alcuni, la globalizzazione abbia raggiungo il “picco”. E’ certo che nessuna interpretazione dell’evoluzione del tessuto sociale veneto può trascurare l’influenza della globalizzazione sociale, culturale ed economica in atto. Essa va analizzata in relazione ai feedback di interazione con i valori sociali e relazionali della comunità locale, in relazione al fenomeno dell’immigrazione e della mobilità intraUE, inclusa quella giovanile, in relazione alla capacità attrattiva del sistema Padova-Veneto: che lavori offre, che professionalità richiede, che stile di vita garantisce, che investimenti richiede, che visione di vita propone.

Il tessuto economico ha complessità reali e blocchi voluti
Il sistema istituzionale sta cambiando: non sappiamo se si tratti delle “riforme strutturali” invocate dalla UE. Certo che dopo il #VWGate ci sarà qualcun’altro che necessita di riforme strutturali, come Berlino e Bruxelles. Di fatto, il sistema economico ha complessità reali legate al fenomeno della “stagnazione secolare”, indotto da un eccesso di offerta globale e dal clima avverso allo stimolo della domanda espansivo tramite il debito. Finanziarizzazione e derivati hanno minato la struttura finanziaria dell’economia globale e le Banche Centrali si trovano di fronte alla difficile domanda, costata a fine settembre oltre 2.000 miliardi alle borse: tassi a zero per vent’anni grazie a facilitazioni monetarie continue o “rate hike” e crollo dei mercati emergenti? La risposta la conoscono tutti ed è colpire la speculazione finanziaria internazionale ma nondimeno questa risulta una soluzione scomoda: significa colpire le elite finanziarie globali che hanno in mano strumenti non convenzionali (bombe atomiche, terrorismo, fondamentalismo) non influenzabili con il GATT o con misure fiscali.
Per questo, ci attende un lungo periodo di shock monetari e terroristici, senza la possibilità che emergano trasparenti gli obiettivi delle potenze economico-militari.

Immagine2

Quindi, complessità reali (minaccia climatica, eccesso di offerta di beni, squilibri della domanda, guerre valutarie, ambiguità dei sentieri tecnologici, fenomeni come immigrazione, morbilità sanitaria, biodiversità difficilmente governabili) e blocchi voluti (contrapposizione tra blocchi di interessi occulti).

Le coscienze sono infettate dal breve periodo e dai social network
Chi intende fare politica deve prendere coscienza del fenomeno della miopia di breve periodo e dell’influenza dei social networks. La vita politica oggi non è un dialogo razionale e circostanziato. E’ sempre più spesso campo di confronto tra #haters e #fans o #followers. Quindi, non è il ruolo della riflessione e dell’informazione ma del messaggio. La differenza tra informazione e messaggio era già stata chiarita negli anni ’60 da Marshall McLuhan, ma oggi come molti fenomeni essa è anabolizzata, mostruosa, ingovernabile. Il messaggio è enfatizzato, escatologico, mentre l’informazione necessita di linearità e congruità interna.
Sarà quindi difficile proporre all’opinione pubblica una informazione – dati, pretendendo che essa la legga come messaggio.
Su questo tema, come tanti, non si possono avere ricette: la migliore in questo senso era Vanna Marchi che sapeva trasformare da buona artigiana PMI italiana una informazione in un messaggio. Molti politici fanno così oggi: la maggior parte dei casi trasformano il nulla, c’è solo il messaggio ma non l’informazione.
Anche in questo senso il 2015 è complesso: come facciamo a chiedere ai cittadini, anche di cultura, di trasformare un messaggio in informazione se l’informazione viene letta da lingue valoriali diverse?
E’ un tema aperto. L’affermazione è retorica, perchè la soluzione è evidente: occorre usare la comunicazione per parlare con la gente, ma la comunicazione implica assunzione di responsabilità. Il gruppo intende farlo? Anche in questo i Social Network ci hanno tradito, il messaggio è immediato, impone di avere più #fans che #haters.

L’enfasi prevale sulla riflessione, la superficialità sull’approfondimento
Introduco una trattazione da una prospettiva diversa, più “personalistica” che “sociale” del fenomeno dei Social Networks. Anche nella coscienza individuale, oggi, il messaggio enfatico investe completamente il “linguaggio del corpo” dell’individuo. Oggi lingue, coscienze e corpi sono enfasi e non riflessione. Se parlo, urlo – se scrivo, esagero – se presenzio, mi tratto chirurgicamente ed esteticamente. Non esprimo un giudizio sulla validità della “società enfatica”: è un dato di fatto che mi sembra incontrovertibile. Tuttavia, riflessione e meditazione, approfondimento, umiltà, essenzialità dei fini, valori non negoziabili, lealtà, coerenza, mi appaiono oggi concetti desueti, considerati “fuori moda” anche quando li si impiega nel dialogo collettivo.
Non tutti ritengono la lealtà o l’umiltà un valore, i valori non negoziabili indicano rigidità, la coerenza inflessibilità, l’essenzialità dei fini un appello ad una trascendenza rifiutata, ad una sacralità incomprensibile. Tutto è relativo. La mia è una domanda: da che parte cominciare?
La rivoluzione digitale ha introdotto il modello del documento di 500 pagine in PDF per spiegare un problema che non impiega più di una frase per essere posto. Come facciamo ad avere letto 82 milioni di emendamenti alla legge sul Senato prima di decidere?

Le priorità sono a spinta egotica, la dimensione sociale è subordinata all’individualità
Tutti dicono pochi ascoltano. Questo fenomeno rappresenta un problema enorme. A me appare chiaro che nella maggior parte dei casi l’unico legante, l’unica grande lingua comune è il numerario fiduciario, la sua quantificazione nei conti correnti, nei crediti, nei debiti, nelle aspettative, nelle manovre finanziarie. Ad esempio, non si fa un DEF per migliorare la qualità dei servizi pubblici, incrementare i livelli di assistenza sanitaria, aumentare l’occupazione, ma si fa per tagliare le spese agli Enti Locali, tagliare la spesa sanitaria, ridurre le tasse alle imprese. Tutto è basato sul numerario fiduciario, anche le relazioni internazionali.
La dimensione monetaria delle priorità si trasferisce anche a livello personale: le coppie si separano per motivi economici, i figli ricevono una educazione rapportata al ceto e alla capacità di spesa, il contrattualismo domina ogni aspetto della vita sociale: io cosa ci guadagno?
In questa monocultura, la dimensione sociale è subordinata all’individualità. L’individuo persegue la massimizzazione del proprio reddito e della propria gratificazione sociale, che poi significa la stessa cosa fatta eccezione per pochi “performers” artistici o sportivi, i quali comunque vengono misurati economicamente… ma “la società” viene proprio perduta, diventa elemento non essenziale perchè anch’essa, come i concetti di cui sopra, viene percepita come limitazione all’individuo. Posso avere delle ipotesi in ordine alla risposta possibile (una, ad esempio, è quella quotidiana promossa dal Papa Francesco). Ma come si traduca in precetti comportamentali quotidiani per un gruppo che voglia candidarsi a gestire la società locale o il paese, su questo non ho idee chiare.

Per una nuova politica, ricucire la frantumazione relazionale (non sociale) è la priorità
La frammentazione relazionale appare, quindi, una emergenza della società odierna. Non è  la prima volta che ciò accade nelle società occidentali post-belliche. Dall’inizio dell’industrializzazione, il dissidio generazionale è stato più frequente della continuità generazionale. Oggi anche queste sfide sono attuali, con qualche aspetto escatologico nelle differenze tra generazioni – oggi quella dei millennials – e le suggestioni dettate dall’evoluzione tecnologica e scientifica (vedi ad esempio http://www.kurzweilai.net/
Ciò che mi appare chiaro, è che il primo obbiettivo per un gruppo che intende discutere progetti sociali, è ricucire la frantumazione relazionale: provare a parlare una lingua omogenea, laica, liberal e flessibile ma non valorialmente relativista, che consenta di “tradurre informazioni in messaggi” e “tradurre messaggi in azione”. Collegati a questi passaggi stanno quelli inerenti la “reputazione personale dei soggetti” e la “pertinenza oggettiva delle informazioni”.
Mi rendo conto che questi concetti sono un pò ostici. Cerco di tradurli in modo semplice: occorre che il gruppo sappia leggere la realtà in modo omogeneo raggiungendo un credibile consenso su alcune questioni fondamentali, quindi elaborare degli obbiettivi e trasferirli a gruppi rilevanti di opionione. Requisiti indispensabili sono la reputazione individuale professionale e morale, e la contingenza delle informazioni trattate.

Chiarire il rapporto pubblico-privato è presupposto per un dialogo costruttivo
Ultima riflessione è sintesi di quella che ho cercato di trasmettere nell’intervento al convegno del 23 settembre: secondo il mio punto di vista l’avvento della crisi dell’Euro segna il picco della welfare society europea. Picco e non declino: il problema è come coniugare la domanda di welfare society (essenzialmente educazione, salute e pensioni) con la sproporzione tra pubblico e privato. Oggi il pubblico drena risorse fiscali che trasferisce ai cittadini sotto forma di discutibile welfare. Scarsa responsabilità e specificità del pubblico, e debole attitudine sociale del privato rappresentano elementi evidenti del deterioramento della convivenza sociale.
E’ difficile oggi rinunciare a motivazioni che indicano nel sindacalismo e nel contrattualismo sindacale uno dei maggiori vincoli al rilancio dell’economia e della qualità della vita e dei consumi in Italia e buona parte d’Europa. D’altra parte, le caste “private” capaci di controllare beni e servizi essenziali – o anche semplicemente di appropriarsene illegalmente – evidenziano che non è così semplice ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società senza fare in modo che qualcun’altro vi sia obbligato ad assumersene la sostituzione.
Più che sostituzione, piace pensare alla sussidiarietà.
Che significa sussidiarietà tra pubblico e privato? In alcune aree questo significa collaborare (investimenti pubblici collegati e affiancati a investimenti privati, attraverso accordi che tengano conto di costi, benefici, nimby e lungo periodo). In altre aree, significa vero e proprio recesso dello Stato e avanzata del privato, che assume così compiti molto simili al welfare e all’assistenza nel proprio diretto e immediato interesse (ad esempio le imprese con i lavoratori, il volontariato con i cittadini, ecc.).
Ecco, non vorrei sbagliarmi ma mi pare che porre il duplice problema di una “nuova conciliazione” tra generazioni (‘900 e millennials) e tra istituzioni (Stato, Enti Locali, Imprese e Associazioni), con un occhio rivolto anche alla riconciliazione geografica di senso e ruoli del territorio provinciale, comprendendo la portata delle interazioni e i nodi essenziali su cui operare, potrebbe essere un ambizioso programma culturale per l’Associazione.
In questa chiave anche il ruolo, il futuro dell’industria manifatturiera veneta, il senso e il valore delle start-up, tutto va misurato in rapporto alla relazione pubblico-privato e al suo senso nella società italiana e veneta odierna.

Padova, 26 settembre 2015

20 agosto 2015 Padova Smart City nel contesto europeo e metropolitano.

Smart CityPadova Smart City nel contesto europeo e metropolitano.

Nel controverso film “Quinto Potere” (2013) che narra le vicende di Wikileaks e Julian Assange, il protagonista viaggia da Rejkyavik a Oslo a Singapore, Parigi, Londra, Dubai, Hong Kong, New York, Shanghai. Il rutilante girotondo delle metropoli globali, non-luoghi al tempo stesso uguali e diversi, evidenzia la nuova natura della globalizzazione: un mondo sempre uguale e sempre diverso, abitato da una classe affluente giovane che usa le città e la loro logistica, operando su progetti di portata e consapevolezza globale.

Questa nuova immagine del mondo, In relazione all’età, alla condizione sociale, culturale e professionale dello spettatore, può preoccupare o entusiasmare, ma nondimeno rappresenta la natura vera dell’attuale mondo sociale, economico, relazionale.
Appare in atto una ulteriore evoluzione del modello di localizzazione intuito da Christaller nella prima metà del XX secolo. Si tratta di un processo di riallocazione urbana: funzioni affluenti e intere classi sociali di specialisti migrano globalmente verso aree metropolitane specializzate, caratterizzate da funzioni “rare”, su base globale; intellettuali e laureati si muovono verso aree metropolitane che svolgono ruoli prevalenti, ad esempio per il potere politico: Washington, Bruxelles, Berlino, Pechino, per la finanza: New York, Londra, Hong Kong;, entertainment-media e business-media: Los Angeles, San Francisco, Seattle, IT e Telecomunicazioni: Boston, Taiwan, Seoul, e via via autorità di regolazione nazionale e globale, grandi università, sanità, farmaceutica e biotecnologie, gestione delle materie prime strategiche, finanza e previdenza, commercio internazionale, manifattura tecnologica, cultura e turismo, ricerca scientifica capital-intensive, sport, ingegneria e costruzioni, alimentazione e sostenibilità.
Le aree metropolitane offrono contiguità professionale e tecnica, opportunità finanziarie adeguate, economie di scala e servizi, e quindi le organizzazioni, le imprese e gli stati si ricollocano nello spazio globale promuovendo le proprie specificità, mentre le città e le aree che ne vengono escluse vengono spinte a retrocedere, costrette a marginalità e povertà (si pensi agli esempi della Grecia, dell’Europa dell’est, del nordafrica e – più recentemente – del Sudafrica, del Brasile e della Russia).
Altre aree metropolitane – la vera caratteristica emergente della globalizzazione sono queste, dove accade “tutto”, in contrapposizione con la periferia anche urbana, ove non accade più “nulla” – pur cercando di uscire dall’impasse della despecializzazone, non riescono ad accumulare la massa critica per partecipare alla nuova divisione internazionale del sapere e del lavoro.
Convivono, quindi, nel mondo processi di deruralizzazione vecchio stile (come in Cina, India e Africa) e processi di specializzazione e despecializzazione urbana.
In questo quadro si inscrive la collocazione dell’area urbana di Padova – e in sicura prospettiva quella metropolitana di Venezia – che si identificano globalmente nel “sistema Venezia”. Da sole le città del Veneto centrale (Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Rovigo) contano poco o nulla nel quadro europeo e macroregionale. Esse tuttavia possiedono ancora oggi le potenzialità per diventare un “locus globale” d funzioni rare compiendo la scelta di valorizzare le proprie peculiarità, oppure recedere inesorabilmente a non-luogo, un aereoporto e sistema logistico intermedio, uno spazio di valore locale, con un grande futuro alle spalle.
Il “sistema Veneto” raccoglie in sé queste potenzialità e queste minacce: l’appartenenza all’Eurozona e un sistema produttivo e relazionale “atipico” rispetto al resto d’Italia (+1,2% la crescita prevista nel 2015 rispetto allo 0,7% nazionale), che mette insieme l’8% della popolazione, il 10% del PIL, il 14% delle esportazioni italiane, evidenzia una specializzazione relativa, assoluta per alcune funzioni di commercio internazionale, come le PMI “globali”.
In questo quadro, però, nel 2014 Padova si è registrata ultima provincia del Nord Est per dinamica di crescita.
Quali sono, quindi, le premesse per ritrovare un “ruolo guida” in Europa e a livello globale, che il Veneto aveva negli anni ’80 e ’90 del XX secolo?
Innanzitutto, Padova appare tuttora città ad alta qualità della vita, ove però l’insieme degli indicatori esprime un andamento ambiguo, la perdita di ruolo guida e attrazione (negli anni ’90 rispetto al Nordest, nel nuovo secolo anche rispetto al Veneto e alla medesima propria provincia).
Questa perdita di ruolo si evidenzia nell’inconsistenza tecnologica e innovativa, nello sfiorire delle specificità, nel crescente ricorso alle risorse turistiche – pur positivo come nel caso del nuovo Giardino delle Biodiversità presso l’Orto Botanico 1545, patrimonio UNESCO, inaugurato nel 2014 – ma tuttavia residuale rispetto alla pretesa funzione di leadership economica nel nordest.
La perdita delle banche (Cassa Risparmio e Antonveneta, ora la crisi delle Casse Rurali) è stata detonatore di crisi estesa di impieghi e investimenti, del commercio in dimensione internazionale e interregionale, della Fiera e della congressualità, dell’Università, della ricerca – nonostante le positive iniziative della Torre della ricerca oncoematologica pediatrica, del Centro di Biologia Molecolare, dell’esperimento ITER, dell’IZSVE per l’aviaria, del sistema sanitario per la cardiologia e l’oncologia – della stessa Pubblica Amministrazione.
In scarsi campi Padova esprime decisi primati, e i propri capisaldi istituzionali, pure ancora relativamente forti nel Veneto, evidenziano solo sporadiche peculiarità, fortemente minacciate da un ambiente istituzionale spesso disattento e provinciale, privo di sfide e di dubbi. In particolare, sistema sanitario, cure cardiache e onocolegiche, ingegneria e fisica delle alte energie, sostenibilità e tecnologie ambientali ed energetiche rappresentano specificità che ancora possiedono marcate opportunità di sviluppo a livello europeo e mondiale. Ma occorrono investimenti rilevanti e una decisa politica di promozione.
Il susseguirsi di amministrazioni a tratti inadeguate e prive di una lettura aperta della proiezione urbana e metropolitana di Padova ha determinato la situazione, aggravando gli effetti della crisi economica.
Già nel 2007, a prescindere da Lehman, Padova era avviata ad una crisi sistemica a causa della carenza di “idee forti”.
Nell’Eurosistema, gli impegni assunti con il “fiscal compact” sottoscritto nel luglio 2011 stanno evidenziando oggi gli effetti più rilevanti: la revisione e il blocco della spesa pubblica e degli investimenti pubblici (-10% da giugno 2014 a giugno 2015) l’avvio di riforme strutturali non sempre dall’esito chiaro (esempio Province e Camere di Commercio) riduce e dissuade il ruolo attivo per lo sviluppo degli enti locali, delle Camere e delle aziende pubbliche.
La crescita dipende oggi interamente dall’attrattività locale agli investimenti privati, dalla competitività del manifatturiero e dei servizi, dalla presenza di vere competenze manifatturiere e innovative globali, di competenze scientifiche e professionali “rare”, che sappiano rendersi anche capaci di attrarre (e pagare) il ceto affluente globale (si pensi all’occhialeria di Luxottica e Safilo, a Diesel, Geox, De Longhi, FIAMM, all’acciaieria e meccatronica padovane e vicentine, alle aziende alimentari veronesi, al Prosecco e ai vini della Valpolicella, a numerose altre nicchie per aziende che di fatto sono “globali”.
L’alternativa a questa sfida è l’emigrazione coatta per giovani e professionisti, verso le aree metropolitane attrattive delle competenze acquisite e delle relative funzioni produttive.
Purtroppo, il sistema urbano padovano e metropolitano oggi non risulta ospitale per investimenti imprenditoriali marcatamente speculativi, e detiene scarse competenze per regolare adeguatamente le poche presenti assicurando il duplice vincolo della profittabilità e della legalità; non riesce a programmare investimenti pubblici attrattivi in infrastrutture competitive; scoraggia l’iniziativa imprenditoriale attraverso eccessiva pressione fiscale e adempimenti burocratici; disperde gli sforzi tesi a creare “campioni” scientifici e professionali – come nel caso della sanità, delle scienze della vita, della fisica delle alte energie.
Certo il sistema non manca di una propria vitalità: la crescita prevista per il Veneto all’1,2% nel 2015 e al 2% nel 2016, la ritrovata capacità di crescita di alcuni distretti produttivi, il decollo di alcune nuove specializzazioni, l’acquisizione di A4 Holding da parte degli spagnoli di Abertis, il piano di investimenti da oltre €M 200 finanziato da BEI per il sistema acquedotti, i finanziamenti POR-FSE per l 2014-2020 autorizzati dalla UE, le iniziative per valorizzare Venezia e l’auspicabile decollo dell’Alta Velocità est-ovest, evidenziano che il Veneto, nel suo insieme, continua ad essere regione vitale.
Ma le difficoltà della Regione a “fare sistema” con i vicini regionali e nazionali evidenziano ritardi e carenze di idee da parte del sistema produttivo, scarsa azione di regolazione rispetto ad una Eurozona che invece vorrebbe trainare uno sviluppo promettente – anche se a carattere “germanico”.
Tutto ciò, inoltre, accade in un periodo caratterizzato dal sostegno attivo della politica monetaria attraverso il QE e il TLTRO attuati dalla BCE: fino a settembre 2016, il sostegno alle banche per le imprese e gli investimenti, e alla spesa pubblica attraverso l’acquisto di titoli sovrani da parte della Banca Centrale invece che con le risorse della leva fiscale, viene garantito liberando risorse dei privati che sperabilmente confluiscano a consumi e investimenti di famiglie ed imprese, anche attraverso l’alleggerimento fiscale programmato dal Governo sul mercato del lavoro, sulle imprese, sui salari e sulle pensioni.
Per disegnare un promettente futuro, risulta però indispensabile superare atavici ritardi, che sono radicati nel provincialismo e nella chiusura della “parte protetta” dell’economia nazionale e locale, anche padovana: un commercio al dettaglio in crisi, asfittico e privo di relazioni ed economie di scala; gran parte delle professioni ad alta densità e scarsa specializzazione (legali, contabili, progettisti edilizi e urbanistici), le microimprese artigiane e commerciali non innovative, e in particolare la P.A. Locale e gli enti pubblici non economici. Vanno quindi favorite, concretamente e senza esitazioni: le medie imprese globalizzate, la ricerca e la didattica superiore, la formazione di giovani alle competenze richieste dalle imprese, le funzioni finanziarie e le professioni con reputazione internazionale: da queste passa il processo di modernizzazione e globalizzazione e quindi in questo particolare momento vanno favorite.

Riflessi locali

Nel quadro locale, la città diventa attrattiva solo ove venga assicurato al meglio il funzionamento del sistema urbano. Non solo, ma il sistema deve essere “smart”,”resiliente” e – in prospettiva – impegnato all’adeguamento a sfida climatica e sostenibilità, argomenti che con le recenti ripetute catastrofi (alluvioni nel 2010 e 2011, trombe d’aria, uragani, eventi sismici, penuria idrica e calore nel 2014 e 2015) mettono a rischio continuità l’equilibrio antropico del territorio.
Non basta il pur lodevole sforzo condotto per valorizzare la “città turistica”: musei ed eventi, orto botanico, giardino delle biodiversità, Castello Carrarese, complesso monumentale centrale. Serve collegare questo sistema alla dimensione economica regionale e macroregionale europea, e “promuovere” il sistema produttivo di beni e servizi, unico in grado di creare posti di lavoro.
Guardando le statistiche mondiali, il turismo non potrà mai superare il 10% della forza lavoro.
La crisi del mercato immobiliare, che da oltre cinque anni investe l’Italia, non può considerarsi superata con la ripresa: è ormai evidente il cmbiamento dei comportamenti dei giovani rispetto alla proprietà immobiliare, con netta preferenza per l’affitto – e la proprietà è investita della pesante transizione alla sostenibilità energetica, che prevede la marginalizzazione di fabbricati realizzati anche fino al 2005 e oltre a causa dell’indice di prestazione energetica. Nuovi materiali e paradigmi energetici impongono nuovi modelli di costruzione, e quindi il ricambio dell’edificato, con nuovi concetti architettonici e urbanistici.
L’UE, attraverso BEI, incoraggia grandi operazioni di investimento in ristrutturazione e rigenerazione urbana in cui trovino posto la realizzazione di infrastrutture pubbliche capaci di ripagarsi indirettamente con il gettito fiscale e direttamente attraverso la leva tariffaria (strutture didattiche e sanitarie e impianti sportivi tra le prime; tram, parcheggi, viabilità primaria di scorrimento, sistemi a rete in Fibra Ottica e Wifi, produzione di energia e risparmio energetico e sistemi di accesso urbano tra le seconde) – collegate in PPP (Private-Public-Partnership) con interventi finanziati con fondi privati, attratti dall’incremento dei valori OMI generati dalle infrastrutture realizzate dal pubblico: centri congressi, residenzialità di qualità e studentesca, strutture residenziali assistite per anziani, centri commerciali, sanitari privati e di servizio, aree di incubazione tecnologica e startup e relative residenze, servizi di trasporto passeggeri e merci, e-commerce.
In questo contesto nasce il progetto “Soft City” Padova.
Si tratta della previsione di riqualificazione evolutiva di un’area della città tra la Stazione ferroviaria e l’uscita autostradale di Padova Est che ha “subìto” i ritardi di fasi cicliche dell’economia: ritardo all’uscita dalla fase primaria di espansione urbana, che ha spostato altrove la produzione manifatturiera a favore del terziario, superata da Mestre. Ritardo nella fase di commercializzazione (grandi strutture di vendita) a interfaccia regionale, minacciata da Veneto City; ghettizzazione etnica (via Anelli). Oggi che funzioni nuove appaiono all’orizzonte, quali il rinnovamento della funzione fieristica, la centralità del TPL locale-extraurbano e ferroviario, l’integrazione con il quartiere universitario e didattico, la presenza di alcuni incubatori, il consolidamento delle attività nel campo informatico, il rilancio del terziario a interfaccia internazionale e della formazione imprenditoriale, l’area si presta ad un intervento organizzato di “rigenerazione urbana”.
Occorrerebbe tuttavia la capacità di mettere “a sistema” i blocchi urbani di intervento, gerarchizzarne e organizzarne cronologicamente le fasi di sviluppo, individuare i centri di riorganizzazione urbana e le funzioni. Non bastano rotonde e fontane, ma occorre un sistema di trasporto rapido di massa che colleghi principalmente il centro, la stazione, l’area universitaria e commerciale e il casello autostradale di Padova Est.
E’ indispensabile inoltre una microprogettazione pubblico-privata che preveda, in PPP:
– Un sistema integrato e centralmente coordinato di gestione delle emergenze nell’area urbana (sicurezza e prevenzione, polizia, sanità, incendi, protezione civile);
– Un insieme di investimenti tesi a migliorare l’efficienza energetica del sistema locale, attraverso la riduzione delle immissioni in atmosfera, il teleriscaldamento, lo sfruttamento dei cascami di calore del termovalorizzatore e delle fabbriche, la riduzione della temperatura media grazie a tetti verdi, alberature, la realizzazione di prospettive paesaggistiche e coperture alberate a fini climatici, un radicale orientamento alla produzione di energia elettrica solare e cogenerazione.
– Un servizio reale e personalizzato di promozione per la “location” di imprese locali ed europee: insediamento, servizi pubblici, formazione, residenzialità, trasporto pubblico.
– Un sistema di “Open Data” trasparente verso l’esterno e il privato per prezzi e disponibilità di fabbricati e terreni, classificazione zonale collegata al sistema di tassazione, qualificazione dei sistemi scolastico-educativi;
– Qualificati e accessibili servizi di rete e “cloud” basati su trasparenza tariffaria e realismo sulla consistenza e qualità dei servizi concorrenziali: c’e’ la fibra? Se sì, a che condizioni? Ci sono servizi di interconnessione ai backbones primari di Internet globali? Ci sono centri di storage e cloud a prezzi competitivi? Esiste una rete di backbone WiFi ad alta velocità (almeno 1,3 Gbps, articolata su 2.500 hotspot piuttosto che sugli attuali 250 nello spazio urbano)? C’è una rete 4G ad alte prestazioni?
– La presenza di una APP urbana, che permetta di mandare messaggi e richieste al Sindaco, che consenta il broadcast di informazioni di servizio ed emergenza, che raccolga tutte le risorse cittadine in un unico “cloud” permettendo, ad esempio, di accedere a monumenti, biblioteche, siti, parcheggi e trasporto pubblico con un codice acquistabile all’arrivo in città.
– Un sistema collaborativo di intervento per le situazioni create dalla povertà, dalla marginalità, dall’immigrazione, dal mutamento del modello organizzativo del lavoro, con una efficace “rete” di recupero e tutela sociale, frutto di una collaborazione tra pubblico e associazionismo privato.

Questo insieme di interventi può validamente accompagnare un piano di rigenerazione urbana, come detto, finanziato dal pubblico e dal privato sulla base di risparmi concretamente generabili e con la creazione di nuovi posti di lavoro e imprese e gettito fiscale. Uno spazio particolare dovrebbe essere riservato al conseguimento del consenso delle popolazioni interessate dal piano di rigenerazione urbana.
Ideale sarebbe una sperimentazione concreta nel contesto “Soft City” compreso tra la Stazione e Padova Est, coordinata e organizzata da una o più partnership pubblico-private, attraverso un forte lavoro di prospettiva anche per l’occupazione e la qualificazione degli insediamenti delle imprese e delle professioni locali come interfaccia regionale, europea e in qualche caso internazionale.
Anche il tema della città metropolitana di Venezia e dell’inserimento di Padova in tale quadro, come posto dal Sindaco Luigi Brugnaro, merita ora una approfondita riflessione, senza esclusioni aprioristiche, per comprendere quale ruolo potrebbe avere nel quadro metropolitano la rigenerazione di quest’area, che concentra pressochè tutte le potenzialità padovane (Università, Ricerca, Fiera e commercio, terziario, didattica, polo della pubblica amministrazione, informatica, Teleporto, trasporti e logistica, e presto anche l’Azienda Ospedaliera e l’alta velocità) rispetto alla più ampia dimensione regionale.
Questo progetto potrebbe costituire anche un valido campo di confronto per un nuovo modello di città, in una logica di dialogo e di promozione di una nuova dimensione politica e amministrativa regionale, basata sulla collaborazione e il confronto tra forze politiche per un lavoro comune a favore del riscatto di Padova.

Padova, 20 agosto 2015